Emanuela Canepa.
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L'animale femmina.
Romanzo.
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2018 Emanuela Canepa e Giulio Einaudi editore, Torino.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.

Vincitrice del Premio Calvino all'unanimit,
Emanuela Canepa mette a nudo non solo
le contraddizioni delle donne, ma anche
la fragilit degli uomini. E scrive un'educazione
sentimentale in cui le dinamiche di potere
si ribaltano, rivelando quanto siamo inermi,
tutti, di fronte a chi amiamo.

Rosita  scappata dal suo malinconico paese, e dal controllo
asfittico della madre, per andare a studiare a Padova.
Sono passati sette anni e non ha concluso molto. Il lavoro
al supermercato che le serve per mantenersi l'ha penalizzata
con gli esami e l'unico uomo che frequenta, al ritmo di un incontro
al mese,  sposato. Ma lei  abituata a non pretendere nulla.
La vigilia di Natale conosce per caso un anziano avvocato,
Ludovico Lepore. Austero, elegante, enigmatico, Lepore
non nasconde una certa ruvidezza, eppure si interessa a lei.
La assume come segretaria part time perch possa avere
pi soldi e tempo per l'universit. In ufficio, per, comincia
a tormentarla con discorsi misogini, esercitando su di lei
una manipolazione sottile. Rosita la subisce per necessit,
o almeno crede. Non sa quanto quel rapporto la stia trasformando.
Non sa che  proprio dentro una gabbia che, paradossalmente,
si impara ad essere liberi.
...
L'autrice.
EMANUELA CANEPA (Roma, 1967) vive a Padova, dove lavora come bibliotecaria.
Questo  il suo primo romanzo, con il quale ha vinto il Premio Calvino 2017.
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L'animale femmina.

  Eppure stava facendo una bella cosa: stava dimostrando come
poco possa bastare all'anima per sussistere. Privo di nutrimento sia
del cielo che della terra, Maurice andava avanti per la sua strada,
lume che si sarebbe spento se fosse vero il materialismo. Non aveva
un Dio, non aveva un amante... i due consueti incentivi alla virt.
Ma continuava a combattere dando le spalle alla vita facile, perch
lo esigeva la dignit. Non c'era nessuno ad osservarlo, e nemmeno
si osservava lui stesso, ma le battaglie come la sua sono le imprese
supreme dell'umanit, e superano tutte le leggende del paradiso.
  Non lo aspettavano compensi di sorta. Quel suo operato, come
tante altre cose gi scomparse, sarebbe caduto in rovina. Ma
lui non cadde con esso, e i muscoli che si erano sviluppati nel frattempo,
rimasero validi per un uso diverso.

e. M. forster, Maurice.

La donna che stira ossessivamente  mia madre.
  Fa il primo giro di lenzuola piegandole a met per il lato
della lunghezza. Le appoggia sull'asse e lascia che scivolino
come la pasta all'uovo quando viene fuori dal rullo.
Prima le stende con le mani, liscia le pieghe, anche le minime
imperfezioni, poi preme il ferro con energia, come
se il lenzuolo si fosse macchiato di qualche colpa che ora
deve espiare. Davanti e dietro; da cima a fondo, e in senso
contrario, risalendo verso l'alto.
Si allontana, le guarda, sospira.
  Ha sempre avuto il passo pesante, il gesto imperioso,
la concentrazione livida di quelli che hanno in mente uno
scenario definito nei dettagli prima di mettersi all'opera,
e non ammettono variazioni rispetto al pronostico.
Per mia madre la parola resilienza  una bestemmia, e la
forza di carattere si misura dalla tenacia con cui ti opponi
alla vita e la prendi per le corna schiacciandole il muso
a terra finch non ti d esattamente tutto quello che
ti aspetti. Se questo non succede, e non succede quasi
mai,  l'inferno.
  Si avvicina di nuovo all'asse da stiro, piega le lenzuola
e riduce la superficie della met.
  Ricomincia da capo: una fascia per volta. Le distende
con le mani, preme il ferro davanti e dietro, si allontana,
sospira, torna. Lo piega ancora, e riprende.
Nel momento in cui l'involto del lenzuolo raggiunge il
perfetto spessore di tre centimetri, finalmente si avvia alla
conclusione. Ripassa il ferro davanti e dietro. Si allontana,
guarda, sospira. A volte aggrotta le sopracciglia, che
diventano una linea unica. E torna.
Pu capitare che non sia soddisfatta di quello che vede.
  Allora fa una specie di sorriso sghembo, gli occhi diventano
due fessure. Afferra il lenzuolo piegato e lo squaderna
un paio di volte con uno schiocco secco. Se le finestre sono
aperte per far circolare l'aria, la corrente lo gonfia come
una vela prima che si adagi di nuovo sull'asse, ubbidiente.
Ricomincia. Continua fino a che non  perfetto, proprio
come se l'era immaginato prima di iniziare.
  Quando ha finito lo appoggia sul tavolo del salotto con
delicatezza estrema, neanche fosse un cristallo. Fa un sospiro,
e riattacca col successivo. Una volta alla settimana.
Tutte le settimane.
  L'ho guardata per anni di nascosto dalla porta della mia
camera socchiusa. Mi ipnotizzava. La sua  una psicosi incondizionata.
Riesce a disinstallarsi la coscienza caricando
al suo posto un software operativo di annichilimento
interiore, convinta che la confusione sia intrinsecamente
immorale e vada estirpata. Dovunque scorge l'ombra del
caos interviene ricostituendo l'ordine primigenio.
  Non ho mai capito come fa a resistere, insensibile a
qualsiasi impulso esterno.
  Da bambina non facevo altro che aspettare di vederla
puntare gli occhi su di me. Non  che mi trascurasse, al
contrario. Non mi ha mai fatto mancare niente. Ma non
mi guardava mai. Ogni atto di cura veniva messo in pratica
con la stessa meticolosit di tutto il resto, la mente
gi proiettata verso l'incombenza successiva. Infilarmi una
maglietta o preparare la base del soffritto erano attivit
con lo stesso grado di coinvolgimento. Io non facevo mai
la differenza. Quando ero pronta per uscire scivolavo fuori
dalla porta di casa - il grembiule stirato, la cartella sulle
spalle, il sussidiario protetto nella copertina di plastica
trasparente, e la merenda nel cellophane - e nella sua lista
mentale ero solo una voce spuntata.
  Ho provato a distoglierla, ma non avevo mezzi. La natura
della mia devozione era chiara fin da allora. Non sono
mai stata una di quelle che piantano casini per farsi notare,
piuttosto cerco di meritare di essere amata. Ho sempre
praticato la via dell'ubbidienza.
  A un certo punto ho capito che continuare a sperare
era solo una scelta tossica. Dal momento in cui ho compiuto
quattordici anni nella mia testa ha preso forma un
pensiero spontaneo e ossessivo che non sono pi riuscita
a censurare: Devo andarmene da questa casa o mi verr
una brutta malattia.
  Per molto tempo non ho avuto il coraggio di farlo. Poi
mi sono detta che dovevo tentare, e alla fine ci sono riuscita.
Perch sapevo che l dentro sarei morta. E io invece
volevo vivere.
...
1.

Appena ho visto il portafoglio nel cestino ho capito.
  Ho cercato subito di individuare la sagoma tarchiata
della donna in mezzo alla confusione. L per l ho pensato
che sarebbe stato facile, anche se non era alta, perch
spiccava come un gladiatore. Avevo notato le spalle massicce,
le mani sprofondate nelle tasche. Per di pi portava
una giacca verde fluo lunga fino alle ginocchia.
  Ma ho sottovalutato lo struscio caotico del centro alla
vigilia di Natale. Erano quasi le nove, e in piazza Cavour
c'era gi il delirio. Mi  sembrato di riconoscerla all'angolo
con il Liston, a quella distanza per non potevo esserne
certa.
Ho afferrato il portafoglio al volo e mi sono messa all'inseguimento.
Intorno un casino indescrivibile.
Ho urlato: - Signora! Signora! - e si sono girate in cento.
  Lei invece non mi ha sentito, troppo lontana. Appena
arrivata in fondo alla piazza mi sono fermata e ho cominciato
a guardarmi intorno. Tra le bancarelle e la marea
umana era impossibile individuarla. Ho fatto ancora un
paio di tentativi sollevandomi sulle punte per distinguere
qualcosa fra tutte quelle teste, ma sono talmente bassa che
non  servito a niente, e alla fine ho rinunciato.
  Mi sono rigirata il portafoglio tra le mani. Modesto, un
po' consumato, di quelli che costano poco, con la chiusura
a velcro. Era ancora aperto ma i soldi erano spariti. C'era
solo una quantit incredibile di tessere del supermercato,
e quattro o cinque bollette pagate, con il timbro postale e
la data di oggi. In una tasca interna ho trovato un documento,
la carta d'identit di una certa Larisa Jarmolenko,
un nome diverso da quello che compariva sulle bollette, e
che era maschile. L'indirizzo invece corrispondeva, ed era
di Padova, anche se non mi suonava familiare. Alla voce
nazionalit era scritto: ucraina.
Slava, quindi. Ma era ovvio, bastava guardarla.
  L'avevo osservata a lungo sull'autobus, cos, senza particolare
intenzione. Solo perch mi ispirava curiosit, e perch
mi sarei attaccata a qualsiasi cosa pur di non pensare
alla scadenza del debito. Ho i soldi contati al centesimo per
sopravvivere, ma il mese scorso  andata in corto la caldaia
insieme con una parte dell'impianto di riscaldamento, e
il proprietario di casa ha detto che era colpa nostra, e che
si aspettava che partecipassimo alle spese.  falso, ovviamente,
la caldaia era gi un vecchio cassone quando sono
andata a vivere l. Abbiamo provato a negoziare, le mie
coinquiline e io, ma non c' stato verso. Malgrado tutto
sono stata fortunata. Le ragazze a un certo punto erano
cos furiose che hanno pensato di cercare un altro appartamento.
Non siamo amiche, ho difficolt a legare con gli
altri, per sono sempre state carine. Tornando a casa una
sera le ho sorprese che parlavano in salotto, ho capito che
discutevano di me perch si sono zittite appena ho superato
la soglia. Sanno che non potrei seguirle - non trover
da nessuna parte un'altra stanza che costi poco quanto
quella in cui vivo - e che se vanno via il proprietario potrebbe
chiedere a me di pagare il danno per intero. Allora
hanno accettato. Ci siamo divise la spesa in tre e fanno
centocinquanta euro a testa, un quarto del mio stipendio,
che devo saldare entro la fine di gennaio, e non so dove
andare a pescare. Sono state generose con me, non posso
pretendere che paghino quello che mi spetta. E se non trovo
i soldi potrebbero cambiare idea e andarsene. Ci penso
da giorni e non so che cosa fare.
  Per avere un attimo di requie mi sono concentrata ad osservare
la donna, in cerca di una distrazione.
  Mi cpita sempre di chiedermi cosa c' dietro l'aspetto
anonimo delle persone. Aveva tra i cinquanta e i sessant'anni,
una statura media, le sopracciglia ridotte a una linea
sottile e ritoccate con la matita marrone. Non era vestita
n male n bene. Sotto il giaccone fosforescente portava
una gonna di tweed, mocassini neri e bassi, e calze color
carne, quelle terribili da casa di riposo. I capelli erano decolorati,
corti e stopposi. Il genere di taglio che ti arrangi
da sola, spuntando con le forbici da cucina e usando tinture
cinesi. Nell'insieme sembrava l'icona della Beata
Vergine delle Badanti.
  Mi ricordo bene anche della donna piccola e bruna con
gli occhiali da sole ed un berretto di lana calato fino agli
occhi che si  piazzata dietro, vicinissima, e quando la bionda
ha suonato si  avvicinata alle porte, infilandosi tra lei
e me, che dovevo scendere alla stessa fermata. In un angolo
remoto del cervello mi sono detta: Chiss perch le
si appiccica in quel modo, vedrai se non inciampano l'una
sull'altra adesso che l'autista frena.
  Invece, nel momento in cui si sono spalancate le porte,
la bruna ha fatto un gesto preciso e veloce che il mio cervello
ha registrato senza averne coscienza,  saltata gi dal
bus prima ancora che l'altra mettesse un piede a terra, e si
 allontanata veloce come un gatto. La slava  scesa decisa
subito dopo di lei senza accorgersi di niente, e ha preso a
camminare nella direzione opposta. Neppure io avevo capito.
Mi sono avviata nella stessa direzione della piccoletta,
e solo vedendo il portafoglio nel cestino ho ricostruito.
Poi mi  bastato controllare la foto sulla carta d'identit
per avere la conferma.
  Cosa faccio ora, vado alla polizia? Guardo l'orologio: le
nove e dieci. Mi hanno chiamata un'ora fa, come al solito
all'ultimo momento, per una sostituzione. Sono gi in ritardo,
non ce la faccio. Magari glielo porto domani a casa,
in fondo l'indirizzo ce l'ho.
  Ci rifletto meglio: domani? Il giorno di Natale? Oddio,
per il genere di celebrazione che ho in mente, attraversare
la citt per andare a riconsegnare un portafoglio rubato
potrebbe essere un'attivit quasi ludica. Almeno farei
qualcosa di diverso dai festeggiamenti in programma, che
si riducono a una sveglia comoda, una giornata sui libri, e
una scatoletta di tonno sott'olio prima di andare a dormire.
Che poi per me anche questa  gioia pura perch, ora
che non vivo pi da mia madre, qualsiasi cosa  meglio che
tornare a casa per le feste da lei. Se non avessi l'ossessione
del debito sarei quasi felice.
Va bene, ci penser dopo, altrimenti faccio tardi sul serio.
  La giornata sar lunga perch  la vigilia di Natale. E
la vigilia di Natale  quasi sempre una baraonda.
  Le cose sono andate meglio di come mi aspettavo. Durante
la mattinata c' stata parecchia gente, ma non un'invasione.
Il registratore di cassa non si  mai inceppato, ed
era successo gi due volte quest'ultimo mese. L'atmosfera
di Natale ha fatto il resto.
  Erano tutti sorridenti, alla fine mi  quasi passata la
malinconia. All'ora di pranzo, quando il supermercato
si  svuotato per un paio d'ore, sono riuscita a trovare il
tempo di aprire il libro di Fisiologia e cominciare un capitolo,
facendo uno sforzo per contenere l'angoscia che mi
prende quando penso a tutte le volte in cui ho tentato
l'esame senza passarlo. Che poi passarlo non  sufficiente,
se non prendo almeno ventiquattro non vado da nessuna
parte, n con le cliniche n con il tirocinio. Il primo
appello  il 5 febbraio.
Ho aperto al capitolo XXI.
  Il cuore  un muscolo cavo costituito da un insieme
di fibrocellule striate ramificate, ben separate anatomicamente
le une dalle altre, ma anastomizzantisi in modo da
formare un sincizio.
  Ho sottolineato anastomizzantisi per ricordarmi di
fare l'ennesima verifica - per un'idea ce l'ho:  una procedura
legata alla congiunzione di arterie, nervi e vene - e
sincizio, che, se non ricordo male,  la massa protoplasmatica
derivante dall'unione delle cellule. La definizione
dei termini tecnici, prima di memorizzarla, devi rileggerla
cento volte, altrimenti ti rimane il dubbio. Avevo il
manuale squadernato sulle ginocchia, un gioco delicato di
equilibrio perch pesa almeno due chili, e a un certo punto
ho avvertito una presenza. Ho alzato la testa.
  In mezzo agli scaffali ho visto la signora Scanferlato che
mi fissava. Aveva un barattolo in mano. Appena si  accorta
di me l'ha rimesso a posto. Poi l'ha ripreso, e di nuovo l'ha
riposto nello scaffale. L'ha fatto tre o quattro volte. Sempre
lo stesso barattolo, sempre nello stesso punto.
  La cosa strana era che non borbottava, un segnale piuttosto
inconsueto da parte sua, che parla in continuazione
anche da sola.
  Forse il marito  scomparso ancora.  un vecchietto
carino e sorridente, un bidello in pensione, e a modo loro
si vogliono bene. Vengono spesso insieme: bisticciano, si
fanno i dispetti, lui infila la roba nel carrello e lei la toglie
protestando perch  tutto troppo caro, certe volte per
mettersi d'accordo a fare la spesa ci prdono due ore. Ma
poi se pensano che nessuno li veda si nascondono dietro
gli scaffali e si danno un bacetto sporgendo le labbra come
Topolino e Minnie. Certo che lei non sta mai zitta, 
pesante anche per noi che la vediamo di rado, e allora il
marito da qualche anno ha trovato questa soluzione: ogni
tanto sparisce.
Me l'ha detto Dina che conosce la vicina di pianerottolo.
  Si prende una pausa di decompressione. Esce dicendo
che va a farsi un'ombra al bar, e resta fuori un paio di
giorni. E quando torna le porta un mazzo di gerbere rosa.
Lei ignora dove vada, altrimenti andrebbe a riprenderselo.
  Non l'ha mai capito, e cos quando rimane sola viene
qui a sfogare la sua nevrosi. Poi oggi  la vigilia, immagino
che l'assenza le pesi di pi.
  Guardo il mio libro fingendo massima concentrazione,
spero tanto che se la cavi da sola, ma nel momento in cui
rialzo la testa  sempre l a fissarmi.
Sospiro, chiudo il manuale e mi avvicino.
  - Il prezzo, - mi chiede, e ricomincia ad afferrare il barattolo
e rimetterlo a posto. La voce  un pigolio.
  - Mi faccia vedere -. Do un'occhiata al cartellino di
plastica appeso sul bancale. - Ma no,  lo stesso dall'inizio
dell'anno, davvero. Quanti gliene servono?
  Lei  stralunata, scuote la testa a destra e a sinistra. Si
vede che senza il marito, che prende quello che lei toglie,
il suo ritmo interno in qualche modo si  rotto. Un disco
di coppia incantato.
  - Gliene metto uno nel carrello.  di quelli grandi, sono
quasi tre etti, va bene? Poi se gliene serve ancora siamo
qui.
  La donna fa cenno di s. Il viso si distende.  felice di
trovare qualcuno che le faccia da sponda.
  Comincia a parlare velocissima, come se fino a quel momento
avesse trattenuto il fiato. Prima sottovoce, poi in
modo sempre pi fluido, una cantilena che si alza e si abbassa
di tono senza pause.
  Le do una mano a finire la spesa, la ascolto raccontare
dei figli, delle nuore, dei nipoti, dei fratelli, del cane, dei
gatti, dei vicini, della mamma, del pap. Alla fine le faccio
il conto in cassa e la aiuto a imbustare.
Sulla porta esita. Fuori da quel confine sar di nuovo sola.
- Buon Natale, - le dico.
  La Scanferlato bisbiglia un saluto e un augurio, poi esce
allacciandosi un fazzoletto sulla testa, stretto come se dovesse
affrontare una tormenta. Si avvia a passo lento verso
il suo portone.
Torno alla cassa e trovo Dina che mi aspetta.
  - Ci caschi sempre, - dice scuotendo la testa. - Quante
volte ti ho detto che non devi darle spago? Hai mangiato
qualcosa, almeno? Tieni, - e mi passa un panino con il
prosciutto cotto e una fetta di asiago. Conosce i miei gusti.
In teoria non saremmo autorizzati a pranzare sul lavoro,
n tantomeno a mangiare i prodotti in vendita. Contiamo
sul fatto che il responsabile chiuda un occhio visto che 
Natale. Per fortuna  fuori da un paio d'ore, e almeno oggi
non ci vede.
  - Grazie, - dico, dando un morso. Sono due giorni che
non faccio la spesa, oppressa dall'idea di risparmiare perfino
i centesimi, e oggi in frigo non mi era rimasto neppure
un mandarino da portarmi dietro. D'altronde ho lo
stomaco talmente chiuso dall'ansia che digiunare mi viene
quasi facile.
  - Cos'hai? - chiede Dina, appoggiandosi al rullo in piedi,
a braccia conserte. -  tutta la mattina che non dici
una parola.
- Niente. Sono un po' tesa.
-  perch devi tornare a casa per le feste? Quando parti?
  - Ma sei matta? Non ci penso nemmeno. No, le solite
cose. Soldi. Non ti preoccupare, in qualche modo mi
arrangio.
  So che se potesse i soldi me li presterebbe lei. Ma  Natale,
ha una famiglia, dei figli, e uno stipendio da fame.
Non pu, e io non glielo chiederei mai.  una di quelle
persone che trovano sempre il modo di regalarti qualcosa
di utile. Si china verso di me.
- Va' a casa, - dice. - Almeno l studi tranquilla.
  - Scherzi? Non puoi mica restare sola. E poi tra poco
torna Zanchetta.
  - Va' a casa, t'ho detto. Ripsati. Con Zanchetta ci parlo
io. E mangia di pi, santoddio, che sei pallida come una
morta. Noi ci arrangiamo, siamo in due, chi altro vuoi che
venga oggi pomeriggio? Chiudiamo alle cinque, non sono
nemmeno tre ore.  la vigilia anche per noi, no?
Resto interdetta. Dina e io non ci conosciamo tanto bene.
  Siamo colleghe da un anno e condividiamo la frustrazione
di un impiego malpagato e senza prospettive. Non
ho mai capito dove trovi le risorse o la voglia per prendersi
cura di me, per non  la prima volta che lo fa.
  Oltretutto la sua  una pietosa bugia. La vigilia di Natale
potrebbero entrare altre venti persone prima della chiusura,
perfino in un posto desolato come questo. E Zanchetta
detesta sostituirmi in cassa, quindi gliela far pesare.
  Per il suo sacrificio  un regalo cos limpido e disinteressato
che mi sembra immorale respingerlo. Quindi accetto
con gratitudine, mi tolgo la divisa, la infilo nell'armadietto
sul retro, e cinque minuti dopo sono in strada a
respirare l'aria freddissima di dicembre.
...
2.

  L'edificio  un villino liberty a due piani con una bifora
proprio al centro e un'altana che si stacca nel buio.
Magari di giorno fa un altro effetto. A quest'ora invece,
dopo il tramonto, la facciata scura con i mattoni a vista 
decisamente cupa.
  Sul citofono c' solo un cognome - Lepore - lo stesso
che compariva sulle bollette, quindi  una casa singola. Dovrebbe
esserci qualcuno perch vedo due finestre accese,
una che d direttamente sul giardino e un'altra al primo
piano. Nemmeno una parvenza di decorazione natalizia.
  Ho fatto qualche giro in centro, poi mi sono decisa a
riportare il portafoglio oggi stesso. Visto che Dina mi ha
regalato un paio di ore libere, tanto valeva togliersi subito
il pensiero. Venire qui domani, il giorno di Natale, non
mi sembrava il caso.
  Suono. Qualche secondo dopo sulla pulsantiera del citofono
si accende una luce che mi spara in faccia e mi fa sobbalzare.
Deve esserci una telecamera anche se non la vedo.
- S?
  Ho un attimo di panico; ho camminato fino a qui presa
dai miei pensieri e mi accorgo ora che non ho preparato
un discorso ragionevole. Mi avvicino al citofono e faccio
la cosa peggiore, balbetto in modo sconnesso. Un po' come
quando rispondo agli esami, cosa che mi cpita perfino
nelle occasioni in cui mi sento preparata.
  - S, buonasera, mi scusi il disturbo. Sono... mi chiamo
Rosita Mul.  per un portafoglio.
Nessuna risposta.
  - Dovrebbe essere di una signora bionda che stamattina
era sull'autobus e che  scesa in Riviera Tito Livio -.
Che numero era?, mi chiedo mentre sento crescere l'agitazione,
il 12 o il 5? Non ricordo, perch in centro fanno
lo stesso tragitto e prendo sempre il primo che passa senza
farci caso. - Credo che abbia subto un furto.
  Ancora silenzio. Sbatto i piedi a terra perch comincio
a sentire freddo qui fuori. Poi la voce femminile chiede
brusca:
- Pu essere. E allora?
- L'ho trovato nel cestino accanto alla fermata.
Forse crede che sia una che vuole intascarsi una ricompensa.
  Il pensiero mi disturba. Dovevo portarlo alla polizia
evitando di mettermi nei casini. Per ormai sono qui,
tanto vale andare fino in fondo. - I soldi non ci sono.
Per c' un documento, alcune tessere, e delle bollette. Ho
pensato di riportarlo subito alla proprietaria. Il documento
dice che abita a questo indirizzo e che si chiama... - apro
la carta d'identit. - Larisa. Larisa Jarmolenko -. Un nome
che sul citofono non c'. - Magari lei sa come rintracciarla?
Se preferisce glielo lascio nella cassetta della posta.
  Il meccanismo scatta e il cancelletto pedonale si apre
cigolando.
- Vieni alla porta, ti apro.
  Entro e attraverso il giardino. Sulla soglia di casa compare
la stessa donna che ho visto stamattina sull'autobus.
La signora Jarmolenko, quindi. Che adesso sembra perfino
pi slava di quanto ricordassi. Ha occhi azzurri e trasparenti
quasi senza espressione, e aspetta a braccia conserte.
- Vuoi soldi? Quanto?
  Avvampo. Dio solo sa se non ne avrei bisogno, e se non
mi farebbero comodo anche pochi spiccioli. Ma non sono
venuta qui per questo. Prima che riesca a rispondere, la
voce della donna mi sovrasta di nuovo.
  - Ti pago, va bene, per la cifra giusta! Non voglio rimetterci
ancora! - e mi porge una banconota da venti euro.
La fisso e considero l'offerta, cosa che mi d l'esatta
misura dell'angoscia che provo. Sto considerando l'idea
di lucrare su un furto, sbavando per venti euro. Non posso
evitare di fare il calcolo mentale:  quasi il quindici per
cento di quello che mi serve, piovuto dal cielo, e in fondo
sono arrivata a piedi fino a qui. Sarebbe cos brutto se accettassi?
Poi per la donna allontana la mano come se ci
avesse ripensato e volesse ritirare l'offerta.
  - E siamo sicuri che ci sono tutte le carte? O hai tenuto
qualcosa e domani torni qui a chiedere ancora?
  - Ma no! - le rispondo. - Cio, non lo so. Non so se
c' tutto, forse dovrebbe controllare lei. In ogni caso non
pensavo nemmeno che ci fosse una ricompensa -. Zitta,
idiota, mi rimprovero. Ma non riesco a fermarmi. - Volevo
solo restituire il portafoglio, perch se l'avessi consegnato
alla polizia sotto Natale sarebbe passato un sacco di
tempo prima che lo riavesse. Davvero, mi sembrava la cosa
giusta da fare. Guardi... - respingo la mano con i soldi,
mi piange il cuore, ma se accettassi mi sentirei un'approfittatrice.
Tiro fuori il portafoglio dallo zaino. - Eccolo.
Non voglio niente, mi creda.
  Si vede che in qualche modo la convinco delle mie buone
intenzioni. Mia nonna lo diceva sempre che ho la faccia
buona da pastora del presepio. L'espressione della donna
non si addolcisce, ma almeno smobilita il tono palesemente
aggressivo. Prende il portafoglio e verifica il contenuto.
Poi alza gli occhi. Sembra pi tranquilla.
Non mi pare ci sia altro da aggiungere.
- Arrivederci, - dico, e mi avvio verso il cancello.
- Aspetta.
  Mi giro. Lei mi richiama indietro con un cenno della
testa.
- Vieni dentro, ti faccio un caff.
  La casa  buia e silenziosa. La porta d direttamente
su un ingresso molto grande, arredato con mobili che, per
quel che posso capirne io, sono di antiquariato piuttosto
costoso.
  La donna entra dietro di me e butta il portafoglio su
una consolle dopo aver tirato fuori il fascio di bollette.
- La cucina  in fondo a sinistra. Entra e siediti. Arrivo.
  Parla un italiano pulitissimo, quasi senza accento. Se la
sentissi al telefono non sospetterei nemmeno che  straniera.
Imbocca le scale ma si ferma subito, la mano sulla
balaustra.
  - Scusa se ti lascio sola, ho preso una sgridata forte.
Non dovevo perdere le bollette.
- Non le ha perse. Le hanno rubato il portafoglio.
  - Perch sono distratta. Sono andata in posta stamattina,
dovevo lasciarle a casa prima di venire in centro. 
pericoloso, me l'hanno gi rubato due volte sull'autobus.
Ma ero in ritardo, avevo delle commissioni da fare, e sono
rimaste in borsa. Non importa. Faccio in fretta e poi
beviamo il caff in pace.
  Sale velocemente, sento che bussa con le nocche su una
porta in cima al pianerottolo.
  Mi guardo in giro intimorita, questo non  il genere di
posto pensato per farti sentire a tuo agio.
  L'anticamera affaccia su un grande salone buio a cui si
accede da un ingresso ad arco. Riesco a intravedere il profilo
dei mobili perch la stanza d sul giardino, le imposte
e le tende sono aperte, e la luce che filtra dai lampioni illumina
appena l'interno.
  In fondo c' qualcosa di massiccio, probabilmente un
pianoforte. Di fronte, un camino con una cornice in marmo.
Ovunque sono sparsi divani, poltrone, chaise-longue.
La tappezzeria  scura e spessa, forse damascata.
   bello, ma privo di vita. Mi sono sempre chiesta come
si fa ad abitare in una casa dove non ci si pu immaginare
in tuta e calzettoni, stravaccati sul divano, senza provare la
sensazione di commettere un sacrilegio estetico.
Vado in cucina e mi siedo ad aspettare che torni la donna.
Cinque minuti dopo  l. Sembra molto sollevata.
  - Tutto a posto, - dice passandomi accanto e sfiorandomi
la spalla con un gesto involontario. - Sei stata gentile
a venire. Abiti vicino? - e intanto mette su la moka.
- Caff italiano, - aggiunge prima che abbia il tempo di
rispondere, mostrandomi il barattolo, come per dire che
sulle cose importanti non si scherza.
  - Non vicinissimo, al Ghetto, per non vengo da l.
Arrivo dal centro.
Lei si concentra, inquadrando mentalmente la zona.
- Il Ghetto mi piace, - annuisce. - Elegante.
  Io penso che il palazzo dove vivo cade a pezzi, infatti
ci sono solo studenti con pochissime risorse ed ottuagenari
indigenti, ma non glielo dico perch ammetto che ha il
suo fascino decadente.
  - Per la sera  rumoroso, no? - continua lei. - E le
strade sempre troppo strette. Non sai mai dove mettere
la macchina. Tu guidi?
  - S, ma non ho un'auto. Non me la posso permettere.
Faccio fatica a mantenere anche la bicicletta. Me ne rubano
una all'anno e devo aspettare un sacco di tempo prima
di riuscire a prenderne un'altra. Sono senza da quasi
nove mesi.
  La donna si siede di fronte a me, appoggia i gomiti sul
tavolo e intreccia le dita. Non sorride, ma annuisce con
comprensione, come se si trattasse di un problema che conosce
bene. - Sei senza soldi. E allora dovevi accettare quelli
che ti offrivo. Potevi metterli da parte per comprarne una
nuova. Oppure usata.
  Non  la bicicletta il mio problema, penso con
malinconia.
  Sento un rumore dietro di me. Lei alza gli occhi e guarda
oltre le mie spalle. Mi volto. C' un uomo sulla soglia,
piuttosto alto. Mi sorride.
  - Quindi, se capisco bene, questa giovane signora rifiuta
il denaro. Ha riportato il portafoglio per un atto di
generosit disinteressata.
  A un primo sguardo sembra di mezza et. Poi fa un passo
avanti, sfiorando la periferia del cono di luce della lampada,
e l mi accorgo che deve averla superata da un pezzo.
Appena stempiato, ha i capelli bianchi e un'aria leggermente
arcigna, o forse solo annoiata. In una casa simile si fa
presto a immaginare persone tristi e malinconiche. Emana
una solidit che potrebbe essere quella di un uomo molto
pi giovane se solo le rughe non fossero cos evidenti. Non
pu avere meno di settantacinque anni.
  - Tutto quello che accetta in cambio  il tuo caff, Larisa, -
continua lui venendo verso di me, - che non mi pare
il modo migliore per ringraziarla.
  Sorrido di rimando, un po' sorpresa. Fino a un momento
fa avrei giurato che la Jarmolenko fosse una badante, per
ora ho dei dubbi, perch  chiaro che quest'uomo non
ne ha alcun bisogno. Forse in casa vive anche qualcun altro.
Magari una moglie con demenza senile. Di sicuro lei
non incarna il clich della slava in minigonna col plateau
di dodici centimetri che intorta anziani sprovveduti. E lui
del resto pare uno che non si farebbe intortare da nessuno.
  - Il mio caff non  cattivo, - dice la donna mentre si
alza per tirar fuori le tazzine.
  - Il tuo caff  tremendo, Larisa. Ti ostini con quella
moka che ha le guarnizioni bruciate, da cui esce solo brodo
nero affumicato. Per sono quasi sicuro che la signora non
te lo dir, perch sembra una persona gentile -. E si ferma
accanto a me, guardandomi dritto negli occhi, dall'alto in
basso, quasi volesse insinuare che l'affermazione dubitativa
 retorica, che non gli serve nessuna conferma; o come
se sapesse benissimo che nessuno mi chiama mai signora,
e la cosa mi fa un certo effetto.
  Dovrei rispondere, ma non mi viene in mente nulla che
non suoni scontato.
  - Il caff fa sempre piacere. Insomma, - esito, - quasi
sempre, con questo freddo.
  - Ecco, vedi? - fa lui rivolgendosi alla donna. - Quasi
sempre. Perfino lei, cos cortese, comincia a fiutare il
pericolo.
  La slava gli d le spalle, sembra innervosita. Potrebbe
essere un innocuo battibecco tra loro. Oppure si odiano a
morte. Tutte e due le ipotesi sarebbero plausibili.
- Almeno io ho offerto qualcosa. Conta il pensiero.
  Lui fa una risatina bassa, insolente. Si diverte da solo,
senza nessun particolare desiderio di coinvolgerci. Deve
essere una persona abituata a fare considerazioni fra s e
s. Forse non ama la compagnia.
  - Si pu sempre fare affidamento sul tuo acume sentenzioso,
Larisa. Il buon senso per non migliora il sapore
del caff. Ascolti il mio consiglio -. Si rivolge a me porgendomi
la mano destra in attesa che mi presenti. Io gliela
stringo e lui la chiude nelle sue sovrapponendo la sinistra,
in un gesto di intimit che mi sorprende.
- Rosita Mul, piacere.
  - Ludovico Lepore, - risponde. Fa una pausa, poi aggiunge:
- Venga di l con me. Non mi piace ricevere ospiti
in cucina -. E solo allora lascia la mia mano scivolare fuori
dalle sue. - Ci tengo a ringraziarla, - continua, - sarebbe
stato seccante perdere quelle bollette. Erano mie. Il caff
pu berlo lo stesso a suo rischio. Larisa ce lo porter in
salotto. Non ti dispiace, vero? - chiede alla donna.
  Lei, che  ancora intenta a tirare fuori le tazzine dalla
credenza, fa un'alzata di spalle. Lui la sta tagliando fuori
senza molto garbo, e forse alla donna non sarebbe dispiaciuto
fare quattro chiacchiere con me. Faccio un ultimo
tentativo per rimanere in cucina.
  - Non so se  il caso, - dico, - mi sento gi un'intrusa.
 la vigilia di Natale.
  - La vigilia di Natale per me  un giorno identico agli
altri. Il calendario liturgico mi  indifferente. E Larisa non
 nemmeno cattolica.
  In fondo la curiosit di vedere quel salone ce l'avevo
fin dall'inizio, cos finisco per accettare.
  In quel momento per mi squilla il telefono. Apro lo
zaino e comincio a rovistare tirando fuori di tutto senza
trovarlo. Il manuale di Fisiologia mi sfugge dalle mani e
cade a un centimetro dai piedi di Lepore. Lui lo raccoglie
e lo appoggia sul tavolo. Finalmente riesco a recuperare
il cellulare.
Guardo il display: mia madre. Ero sicura che fosse lei.
  Ha un radar per captare le situazioni peggiori, anche perch
chiama di continuo, quindi la statistica  a suo favore.
Lepore per mi fa un gesto indulgente come per dire:
prego, risponda pure.
- Mamma, possiamo sentirci pi tardi? Ho da fare.
  - Potremmo, s, - mi risponde lei con un tono da omelia,
- se tu avessi la cortesia di richiamare. Invece la sera
spegni il cellulare, e quando lo riaccendi sei al lavoro,
dove squilla a vuoto per ore.
  - Andiamo, non  vero! Mi pareva... S, scusa, non ci
siamo sentite ieri?
- Era gioved, e ti avevo chiesto una risposta.
  Che giorno  oggi? La vigilia, d'accordo, ma che giorno
della settimana, e quanto  trascorso da gioved? E una
risposta a cosa?
  Presa alla sprovvista non riesco a ricordare, e so che
questa  gi un'ammissione di colpa.
- Senti, adesso non posso parlare.
- Ma ci hai pensato almeno?
  Cerco ancora di ricordare ci che avevamo negoziato
- partendo dall'assunto che se non ho detto di s gi
all'epoca vuol dire che  una cosa che non ho nessuna
voglia di fare - ma sono distratta da Lepore, che guarda
con molto interesse il mio libro di Fisiologia appoggiato
sul tavolo e sfiora la copertina.
Mia madre intanto sbuffa per l'attesa.
  - Ti sei dimenticata, dimmi la verit. Il cugino di Giuseppe,
ti ricordi? Quello che sta a Vicenza. Domani mattina
parte alle cinque e mezzo, e pu passare a prenderti
alle sei, sei e un quarto al massimo. Vi mettete in macchina
senza correre, e per le due siete qui. Cos il pranzo di
Natale lo facciamo insieme, e risparmi anche i soldi del
biglietto. Ce l'hai il cellulare? Te lo lascio?
  Tornare a casa  la cosa che odio di pi al mondo. Mi
fa sentire vulnerabile, infelice e prigioniera. Perch l tutti
mi conoscono, ed  impossibile sfuggire all'ombra lunga
di quello che gli altri pensano di sapere su di me. Doverlo
scontare oltretutto con sei o sette ore di viaggio seduta
accanto al cugino di Giuseppe,  un'idea che non riesco
a sopportare.
  Si chiama Rocco. Ha qualche anno pi di me.  uno
che parla di s in terza persona, ininterrottamente, senza
mai chiederti nulla, come se al di fuori della sua logorrea
non ci fosse niente di interessante da ascoltare.
  Quando eravamo piccoli approfittava di ogni canizza di
paese fra ragazzini per infilarmi la lingua in bocca. Non
era perch gli piacevo, sceglieva me solo perch tra tutte
ero la pi piccola e magra, la pi indifesa. Sapeva che
non sarei riuscita ad impedirglielo.
  Ha gli occhi da topo e le labbra gonfie, viscide. Dovevo
lavarmi col sapone per cinque minuti di fila per riuscire a
togliermi di dosso l'odore della sua saliva. Ha continuato
finch non ho compiuto sedici anni. Gli ultimi tempi cercava
anche di infilarmi le mani sotto le mutandine, ma a
quel punto ero cresciuta, ho iniziato a difendermi sul serio,
e ho fatto molta attenzione a rimanere fuori tiro. Poi
per fortuna  andato a lavorare al Nord.
  Adesso che siamo grandi fa finta che certe cose non siano
mai successe, o che comunque non fossero gravi. Sono
certa che se provassi a rinfacciarglielo mi direbbe che si
vedeva lontano un chilometro che mi divertivo quanto lui.
  Non voglio andare a casa, e di sicuro non voglio farlo
con Rocco, e non so come ripeterlo a mia madre. Ogni volta
che provo a spiegarle perch - dicendole solo una piccola
parte della verit, quella che ritengo possa sopportare
senza aggredirmi - sembra che capisca. Poi alla prima
occasione resetta tutto e riattacca da capo.
  Mi caccia sempre in un labirinto mentale di cui non riesco
a trovare l'uscita. Non mi ascolta mai davvero. D per
scontato che i fatti che mi riguardano e che comportano
delle scadenze - i miei esami, ad esempio - siano molto pi
volatili della sua opinione personale, dei suoi sentimenti e
soprattutto dei suoi desideri.
  Lepore intanto si allontana e mi indica che aspetter
di l. Uscendo mi fa un mezzo sorriso, un piccolo attestato
di simpatia che mi fa sentire compresa, come se avesse
capito con chi ho a che fare, e quanto  importante per
me difendermi.
  - Senti, ti prometto che appena mi libero ti telefono e
ne parliamo. Per davvero non so se  una buona idea. Ti
ho detto dell'appello di febbraio, no? Ho pochissimo tempo
per studiare. Comunque ti chiamo fra poco, va bene?
  Naturalmente non va bene. Lei approfitta del mio imbarazzo,
che indovina con facilit, per estorcermi un
impegno formale, e cerca di tenermi appesa passando dalla
rabbia alla voce incrinata, dalla reprimenda alla lagna
passivo-aggressiva.
   solo la leggera tensione che provo all'idea dell'uomo
che mi aspetta nell'altra stanza a darmi la forza per
riattaccare.
La Jarmolenko intanto sta versando il caff nelle tazzine.
L'odore in effetti non  invitante. Seguo la donna che
mi precede in salone ed accende la luce con un gesto goffo
del gomito, facendo tremare appena il vassoio.
  La stanza si illumina in modo tenue, ci sono pochi e discreti
abat-jour lungo le pareti. Il salone esce dalla penombra,
e quello che non distinguevo si rivela proprio come
l'avevo immaginato. Barocco, formale, disabitato.
  La donna appoggia il vassoio su un tavolino da caff e
se ne va. Mi sento in colpa.  ovvio che ormai il datore di
lavoro le ha rubato la scena. Mi fa tenerezza.
Per non mi dispiace fino in fondo, perch lui mi incuriosisce.
Lo cerco in giro per la stanza e non lo vedo.
  Mi avvicino al pianoforte, e accanto alla porta-finestra
noto un piedistallo con un piccolo busto in marmo che attira
la mia attenzione.  una giovane donna che indossa
una tunica fissata al petto da una fibbia. Ha i capelli sciolti
sulle spalle, la bocca leggermente aperta, gli occhi appena
socchiusi. Una creatura delicata e incorrotta, una minuscola
divinit familiare. Ho sempre amato questo genere di
decorazione privata, fatta per i piccoli ambienti. Mi catapulta
nel passato. Com'era vivere in quell'epoca, e appartenere
a una classe sociale che non comportava obblighi
di sopravvivenza di nessun tipo, a parte cambiarsi d'abito,
divertirsi e mangiare? Le sfioro il profilo con le dita e
proprio in quel momento Lepore ricompare alle mie spalle.
- Le piace?  madame du Barry.
Immagino che dovrei sapere chi  madame du Barry.
  Mi evoca qualcosa ancien rgime, anche se non riesco a
focalizzare con precisione. Lui mi toglie dall'imbarazzo.
  - L'ultima amante di Luigi XV. Una scalata sociale impressionante.
Da tenutaria di bordelli eleganti a matresse-en-titre
del re di Francia. Non che Versailles fosse una corte
di novizie, anzi. Era un palazzo pieno di puttane -. E
sorride con amabilit mentre io trasalisco appena, perch
da un uomo simile non mi aspettavo un termine esplicito.
- Ma erano cortigiane di Stato, nate con un titolo e una
posizione. Non erano sul libero mercato, diciamo cos, e
credevano che questo facesse la differenza. Lei invece, prima
di arrivare a corte, era stata solo una piccola borghese
molto furba che veniva dalla provincia e aveva un gran
talento nel vendersi. Sveglia, molto bella, veloce a ripulirsi,
ma pur sempre una professionista, ed era una cosa che
nessuno le perdonava -. Distoglie lo sguardo e di nuovo
sorride. - Per se non le interessa me lo dica subito, perch
su certe faccende tendo a diventare verboso.
  - Al contrario. La storia mi piace moltissimo, specie le
biografie. Per favore, continui.
  Lui getta uno sguardo verso la cucina, come se volesse
insinuare: Laggi non si sarebbe divertita cos.
  - A leggere le cronache dell'epoca  divertente vedere
fino a che punto si spingeva l'ipocrisia. Le cortigiane
avevano tutte le stesse abitudini. La differenza stava solo
nel fatto che possedevano un titolo nobiliare pi antico
di quello della du Barry, probabilmente ottenuto da
un'antenata per le stesse ragioni per cui lo guadagn lei.
La disprezzavano, eppure avrebbero dato qualsiasi cosa per
rubarle il posto.  cos che funziona il mondo, vero?
Giustifichiamo la nostra miseria con un retrogusto di nobilt
che non riconosciamo negli altri.
  - Immagino di s, - rispondo, - o almeno era cos allora.
Magari oggi  diverso.
Cambia espressione. Mi pare deluso.
  - Lei dice? Io non sono d'accordo. Non vedo nessuna
conversione di sostanza. L'arte di vendersi implica ancora
una bella dose di mistificazione. C' sempre una scusa
di facciata per certe strategie. Che serve solo a nascondere
il fatto che puntiamo alla sopravvivenza e che siamo
disposti a qualsiasi cosa pur di ottenerla. Lei invece, - si
gira di nuovo verso madame du Barry, - era migliore di
altre. Ingenua fino all'esasperazione, ai limiti della stupidit.
Per non finse mai di essere qualcosa di diverso dalla
prostituta che era.
  - E com' finita? Voglio dire, un'amante non dura mai
molto, vero? - Mando gi un piccolo nodo di tristezza.
  -  sopravvissuta al re, era molto pi giovane. Suppongo
che lui la amasse davvero, perch la lasci ben fornita.
Lei credeva di essere al sicuro e invece gioc male le sue
carte.  morta sulla ghigliottina dopo l'inizio della Rivoluzione,
a poco pi di cinquant'anni, urlando come un'oca.
Perse l'occasione di dare prova di dignit, - aggiunge leggermente
stizzito, come se davvero lo considerasse un
peccato mortale per una che in fondo trovava simpatica.
Io penso invece che in cima ad un patibolo non devono
essere molti quelli a cui interessa simulare l'eroismo.
Senza preavviso, Lepore si mette a parlare d'altro.
- Quindi lei studia Medicina?
  La mia allegria svapora in un momento. Sono sempre
imbarazzata quando mi fanno questa domanda. Implica
dare conto di risultati che non ho mai raggiunto. Magari
uno si aspetta di sentirmi sciorinare l'agiografia della studentessa
perfetta: un certo numero di esami, una stanza in
un collegio universitario e una borsa di studio all'altezza
di una vita decorosa. Tutte cose che non ho pi.
  Le avevo quando sono arrivata qui, ma le ho perse una
dopo l'altra e solo per colpa mia. La verit  che da due
anni ho smesso di frequentare le lezioni perch non riesco
a farle coincidere con i turni allucinanti che devo rispettare
al lavoro, e occupo una stanza piccola e umida in
un appartamento all'interno di un casermone di sei piani.
Me la lasciano usare a un prezzo che  la met del valore
medio di una stanza a Padova, solo perch mi occupo delle
pulizie di tutto lo stabile, una settimana s e una no, e
mi  stato fatto capire con chiarezza che devo comunque
considerarlo un favore. Ero indietro con gli esami anche
due anni fa, ma adesso il quadro  disastroso. In queste
condizioni la media dei miei voti  precipitata, e al punto
in cui sono  la cosa che mi preoccupa meno. Quello che
mi angoscia davvero, invece,  il debito di centocinquanta
euro con il padrone di casa. Ho gi preso lo stipendio di
dicembre ed anche rinunciando a mangiare non c' verso
di metterli insieme. E mi sono fatta scrupoli ad accettare
venti euro di ricompensa, l'idiota che sono. Come se fossi
una che pu permettersi il lusso di scegliere.
Quando qualcuno mi fa questa domanda, quindi, mento.
  O comunque ometto qualche particolare essenziale. Gratto
via lo strato di sporco pi visibile e spero che non si
noti niente sotto il tappeto. In genere ci riesco facilmente
perch  raro che qualcuno si interessi a me, al di l delle
domande di circostanza. Il privilegio dell'anonimato 
che, se hai qualcosa da nascondere, fai pochissima fatica
per sottrarti alla curiosit degli altri.
  - S, studio. O almeno ci provo e cerco di fare del mio
meglio. Qualche volta  complicato -. Spero che capisca
che non ho nessun desiderio di approfondire.
  Mi invita ad accomodarmi sul divano, lui si siede sulla
poltrona di fronte a me e mi porge la tazzina.
  - La sua ultima occasione di rifiutare. Larisa non se ne
accorger. Io finisco per buttarlo quasi sempre in giardino,
dietro al salice. Posso farlo anche con il suo.
Porto la tazzina alle labbra. Non  cattivo come temevo.
- Allora, avevo ragione o no?
- Pensavo peggio.
Sorride. Magari mi sta prendendo in giro.
  - Sapevo che avrebbe risposto cos. Lei  la persona
gentile che sembra, e non mi riferisco soltanto ai modi.
La buona educazione  sempre pi rara ma, diciamoci la
verit, di per s  un minuetto senza sostanza, alla portata
di qualunque idiota che abbia ricevuto un'istruzione elementare.
Ma lei no, lei ha gentilezza d'animo.  capace di
fare un bel pezzo di strada a piedi, la vigilia di Natale, per
un portafoglio, - e annusa con vago disgusto la sua tazzina,
- oppure di negare l'evidenza di un pessimo caff per
non offendere la sensibilit di una sconosciuta, - e fa un
cenno in direzione della cucina. -  una cosa che non mi
cpita di pensare spesso. Il candore  una condizione piuttosto
rara negli ambienti che frequento.
  Esita ancora con la tazzina in mano, la solleva verso di
me come se volesse brindare. - Se ce l'ha fatta lei, io non
posso deluderla, - e manda gi il caff in un unico sorso.
  Poi appoggia la tazzina sul tavolo, la allontana fin dove
riesce ad allungare il braccio, e mi guarda dritto negli occhi.
- Adesso voglio sapere tutto, - dice.
- Tutto cosa? - tentenno, spaesata.
  - L'universit, la sua vita, il lavoro. Siamo rimasti alla
superficie delle cose, non mi ha ancora detto niente di serio.
Qui non viene mai nessuno e io sono un vecchio che
si annoia. Per studiare  arrivata da lontano, quindi immagino
sia importante. Lei dev'essere del Sud.
  Mi illudo sempre di parlare un italiano molto pulito, che
poi  l'unica eredit di cui sono grata a mia madre. Non
ha mai tollerato l'uso del dialetto in casa, o le espressioni
inappropriate. In genere si intuisce che non sono veneta,
per nessuno riesce a definire una provenienza precisa.
Una cosa che mi piace. Va a beneficio della mia vocazione
all'anonimato. Lui invece l'ha capito lo stesso.
- Sono di un piccolo paese vicino Caserta, - sospiro.
  Che  una definizione riduttiva. Non  solo piccolo, e
comunque non  quello il problema.  un piccolo, triste,
malinconico paese, che solo a pensarci mi scatena un attacco
d'ansia, forse perch incombe sul mio futuro come
una galera. Se le cose continueranno ad andare male, non
avr alternativa se non tornare in quel buco soffocante da
cui sono evasa a stento.
  Esito.  la vigilia di Natale e sono in casa di uno sconosciuto
che con ogni probabilit non vedr mai pi in vita
mia dopo stasera. Mi ha fatto una domanda intima che riguarda
una questione delicata. Potrei far finta di niente, lo
faccio sempre, prendere le distanze da questo argomento
che fatico ad affrontare, finire il mio caff ed allontanarmi
senza pensarci pi.
  - Lei ha un'aria molto malinconica. Ha qualche amico
qui a Padova?
  Cosa fa, legge nella mente? Da quando vivo in questa
citt sono sempre stata sola. Non ho contatti con nessuno,
a parte quelli essenziali. Non prendo mai l'iniziativa
perch mi sembra di non avere niente da offrire, e perch
non posso permettermi di spendere un euro per andare
fuori la sera o nei fine settimana. Le mie coinquiline sono
ragazze gentili, ma in genere cambiano ogni sei mesi. Non
c' mai occasione di stringere un rapporto.
 tanto tempo che nessuno si interessa a me, e anche a
casa nessuno lo faceva mai per sincera curiosit, era solo
un modo per impicciarsi dei fatti miei.
  La sollecitudine di quest'uomo, cos diversa da quella
manipolatoria di mia madre, mi commuove. Cos mollo le
difese e gli racconto tutto per filo e per segno, a partire dal
momento in cui sono arrivata qui piena di speranza e convinta
di essere ormai salva, fino a quando ho perso la borsa
di studio e il collegio, e mi sono trovata in un vicolo cieco.
Mentre chiacchiero mi rendo conto che voglio piacergli.
Allora faccio uno sforzo per non apparire una derelitta.
  Provo a divertirlo con la cronaca della propaganda intimidatoria
di mia madre, che non capisce perch mi rifiuto di
stare a casa, oltretutto impegnata in un progetto in cui 
convinta che non riuscir mai. E gli racconto la battaglia
che ho dovuto fare per entrare in possesso dei quattro soldi
che mi ha lasciato mio padre prima di morire, e che lei
vorrebbe usassi per qualcosa di concreto. Dello stipendio
non mi avanza un centesimo e quello  l'unico fondo da
cui posso attingere per pagarmi le tasse universitarie. Riuscir
a coprirle per qualche anno ancora, e se mi impegno
potrei arrivare a laurearmi, per certo ci vorr un miracolo.
Di sicuro non tocco i soldi del conto postale per pagare
il debito con il padrone di casa. Perch fino a quando li
rimane qualcosa posso continuare ad avere una speranza.
  Il debito  l'unica cosa di cui non gli parlo. Potrebbe
pensare che voglio estorcergli un prestito. E poi qualsiasi
oggetto in questo salotto costa almeno cinque volte tanto,
non capirebbe nemmeno il problema.
  Lui mi ascolta senza interrompere e non mi d mai la
sensazione di annoiarsi. Se rallento si sporge in avanti e
mi invita con delicatezza a proseguire. Mi offre un silenzio
partecipe senza ammiccamenti o giudizi, e mi risparmia
le valutazioni scontate e le frasi di circostanza. Il suo
ascolto rispettoso mi fa sentire accolta.
  Per una volta non mi vergogno di essere il disastro che
sono. Il che non  del tutto vero. Mi vergogno anche di
fronte a lui. Solo che invece di nascondermi, oppure dissimulare,
condivido il peso con qualcuno, lo scarico dalle
spalle per qualche minuto e tiro il fiato. So che non 
un'assoluzione,  una piccola pausa, che non cambier il
corso delle cose per mi alleggerisce l'anima.
  Quando concludo mi prende la tazzina vuota dalle mani
e la mette via.
  Si appoggia con la schiena alla poltrona e unisce le dita
sotto il mento, in un gesto che sta a met fra una preghiera
laica e il puntello per una riflessione profonda. Dopodich
fa un sospiro e dice:
- Mi ci lasci pensare.
...
3.

Nel palazzo c' un leggero aroma di tabacco da pipa.
  Me ne sono accorta salendo di corsa la prima rampa di scale
con il cuore in gola perch sono troppo impaziente per
aspettare l'ascensore. L'odore della pipa lo riconosco subito,
 l'unico ricordo che riesco ad associare a mio padre,
e a parte questo di lui non mi resta granch.
  C' qualche foto a casa, ma non molte. Mamma dice
che quelli erano altri tempi, senza tutta questa ossessione
narcisista per la propria immagine. Non sono sicura che
sia la verit, per. Magari  stata lei a farle sparire. Un'epurazione
controllata sarebbe una cosa pi nel suo stile.
Sta di fatto che le uniche foto rimaste sono quelle ingessate,
ufficiali.
  Il servizio fotografico del matrimonio, per esempio. Da
l viene la foto nella cornice d'argento sul trumeau del salotto.
O quella sul comodino accanto al letto, dove mio padre
indossa la divisa da cerimonia e tiene il cappello sotto
l'ascella. Ce n' una, dentro la vetrina dell'argenteria, in
cui ha un abito elegante ed i baffi neri alti due dita come
nelle caricature del terrone. Attaccata al suo braccio si vede
mia madre con un vestito bianco a fiori neri, la borsetta
stretta al petto, e un'espressione costipata.
  Nessuna di queste fotografie  stata scattata dopo la
mia nascita. Questo  un padre con cui non ho mai condiviso
nulla.
  Del resto nemmeno guardando le foto riesco a rievocare
il suo viso. In mancanza di altro mi sono sempre attaccata
all'unica traccia che mi resta, quella olfattiva, anche se
non mi cpita di sentirla quasi mai, perch fumare la pipa
 un'abitudine passata di moda.
  Mi basta inspirarla anche solo un secondo perch cominci
a srotolarsi un gomitolo di memorie che ha un'impronta
inconfondibile. La sensazione di essere sollevata da
terra, perch era quello il momento in cui mi avvolgeva
l'odore del tabacco. Mi prendeva in braccio e mi portava
alla finestra a guardare la gente che passeggiava sul corso.
Avvertivo il riflesso della luce calda attraverso il vetro
che riempivo di ditate, e la forza di una presa solida che
mi teneva al sicuro. Appoggiava una mano all'altezza del
mio cuore e mi chiudeva in un nido di potenza e tenerezza.
  In una situazione diversa mi concederei il lusso di sedermi
su una panchina a coltivare i ricordi, ma oggi vado di
corsa, e ormai sono gi al terzo piano. Guardo la targhetta
ovale sulla porta per essere certa di non sbagliare.  quella
giusta. C' scritto Avvocato Ludovico Lepore.
  Ho scoperto qual  il suo lavoro due giorni fa, quando
la Jarmolenko  venuta a cercarmi al supermercato, prima
che prendessi servizio per il turno pomeridiano, che
mi avevano cambiato come al solito all'ultimo momento,
costringendomi a uscire di corsa lasciando un capitolo a
met. L'ho notata da lontano appena svoltato l'angolo, e
anche se era passata qualche settimana l'ho riconosciuta
subito. Faceva avanti e indietro di fronte al negozio.
  Quando mi sono avvicinata mi ha salutata in modo
asciutto, tirando fuori la mano dalla tasca per poi rinfoderarla
velocemente, e non ha perso tempo. Mi ha chiesto
del mio primo pomeriggio libero, poi mi ha dato appuntamento
qui per oggi, in pieno centro, in un palazzo
di rappresentanza dove ci sono solo studi notarili e uffici
contabili con le porte a vetri.
  - Come fate a sapere che lavoro qui? E poi un appuntamento
per cosa? - ho chiesto scettica, e francamente anche
un po' spaventata.
  - Non lo so. Forse l'hai detto tu quando sei venuta a
casa.
  Ci penso, e mi torna in mente che in effetti ne avevo parlato
con Lepore. Lui aveva detto di aver presente la zona.
  - L'avvocato ha una proposta per te. Forse un lavoro. Ma
a me non dice mai niente,  meglio se parli con lui.
  Non sapevo cosa dire. Ero convinta che non avrei pi
rivisto n lei n Lepore. Forse ho fatto un gesto carino,
una gentilezza non scontata di questi tempi, ma davvero
niente di eroico.
  Non so nemmeno dire se lui mi sia davvero piaciuto, e
non ci ho pi pensato da quando sono uscita da quella casa
due settimane fa. Non mi sembrava il genere di persona da
cui aspettarsi un atto di generosit, figuriamoci un lavoro.
 meglio essere prudenti, nessuno ti regala mai niente.
  Ormai ho sviluppato una sorta di automatismo. Appena
sento qualcosa che potrebbe passare per una bella sorpresa,
la disinnesco all'istante come un artificiere. Non c' verso
che riesca a fregarmi, anche se sono ingenua, forse perfino
stupida.  facile per me cedere distrattamente all'idea
del colpo di fortuna. Ma proprio perch mi conosco, appena
avverto quello strano formicolio - come se il corpo
avesse voglia di scuotersi senza uno scopo preciso, per il
solo gusto di celebrare un evento con un potenziale - mi
impongo di restare con i piedi per terra. Ho imparato a
essere molto prudente, la delusione ti uccide.
  Quando la Jarmolenko mi ha parlato di lavoro l'ho sentito
benissimo. Un leggero sobbalzo interiore, una larva di
speranza che si  agitata e che ho subito schiacciato. Perch
poi questi due chi li conosce? Come so che mi posso fidare?
- Ah,  un avvocato? - ho chiesto.
  La donna ha annuito. - Molto bravo, - ha aggiunto quasi
con fervore, come se per me facesse qualche differenza.
- Anche se adesso lavora poco.  anziano.
Per volevo mostrare un po' di dignit, cos ho resistito.
- In che senso un lavoro per me? Io ce l'ho gi, un lavoro.
  La Jarmolenko ha guardato verso le vetrine del supermercato
senza nessuno sforzo per nascondere la sua perplessit,
ma non ha fatto commenti.
  Ha detto solo: - Credo che puoi andare a sentire. Questo
posto qui non  molto bello, no?
  Perfino lei, che non ci ha mai messo piede e lo guarda
dalle vetrine, capisce benissimo che  un negozio fetente,
e ha ragione. Non ho niente da perdere.
  Infatti oggi sono di fronte allo studio con la targhetta in
ottone che dice Avvocato Ludovico Lepore. E visto che
ormai ci sono, allungo l'indice e schiaccio il campanello.
  Prima che l'interruttore scatti automaticamente, ho
appena il tempo di rendermi conto che l'odore di tabacco
ora si sente pi forte. Poi apro la porta e ne ho la certezza:
viene proprio da qui.
  Sto aspettando da mezz'ora in sala d'attesa. Le riviste
ordinate sul tavolino hanno a che fare con la giurisprudenza
e con la fiscalit delle imprese, tutti argomenti verso i
quali non ho il minimo interesse.
Prendo in mano il cellulare per accertarmi di averlo silenziato.
  Trovo la notifica di una chiamata di mia madre
che devo aver perso nel rumore del traffico.
  Da quando il mese scorso  riuscita ad incastrarmi per
scendere a Natale  diventata ancora pi insistente. Chiama
di continuo. Ho fatto malissimo ad accontentarla tornando
qualche giorno. Ormai dovrei avere imparato che
ogni punto che cedo lo pago caro.
  La trasferta  stata un incubo. Prima il viaggio accanto
a Rocco che pontificava sull'universo scibile. Poi due
giorni trascorsi ininterrottamente a tavola migrando da
una casa all'altra del paese e delle sue frazioni. Due, anche
tre volte al giorno, come un pellegrinaggio alimentare
che mi ha avvelenato l'unica cosa buona che c' dalle mie
parti, il cibo. Perch a casa mia i pasti vanno sempre insieme
al catechismo familiare, specie quello degli anziani
verso i pi giovani, per quanto ormai non  raro che pure
i miei coetanei sentano di avere qualcosa da insegnarmi.
In ogni caso tutti devono dire la loro, e di solito coincide
con quello che pensa mia madre.  come se lei trasmigrasse
nel corpo di ogni membro della famiglia. Invece che con
una devo vedermela con cento.
Non ti senti sola lass? Lass sarebbe Padova. Il Nord.
   la suprema litania. Non  una domanda,  un mantra,
sperano che faccia effetto a forza di ripeterlo. Le sorelle
di mia madre me lo chiedono ogni giorno, mentre mi
passano i piatti del dolce che io distribuisco intorno alla
tavola. Certo che mi sento sola, - penso, - qui per 
peggio. L almeno so che in qualche modo ce la posso fare,
e che non sar cos per sempre. Qui posso solo diventare
uguale a voi.
  Ma  chiaro che dirglielo  impensabile, e poi io non
sono mai stata una che sbatte in faccia la verit. Non mi
piace alzare la voce, e detesto il rimbombo emozionale come
arma di sottomissione. L'unica scelta che mi rimane
 il silenzio, testa bassa e assenza di contraddittorio, che
mi costringe a mandare gi la rabbia insieme con il cibo,
e che mi intossica il sonno e la digestione.
  Il 27 dicembre, sulla banchina accanto al treno che doveva
riportarmi a Padova, in attesa di partire, mia madre
non voleva lasciarmi il braccio. Anche l si  fatta accompagnare
dalle zie, che annuivano con tanto d'occhi a ogni
cosa che diceva. La disapprovazione familiare mi circondava
densa come un fluido.
Cosa ti manca qui?
  L'aria. Mi manca l'aria, pensavo. Un'altra cosa che
non potevo dire. E poi ho imparato molto tempo fa che la
risposta a quasi tutte le domande che mia madre mi rivolge
in realt non le interessa. Solo per abitudine, o per buona
educazione, esprime il concetto in forma interrogativa, la
pi efficace a sollecitare il senso di colpa.
  In qualche modo sono riuscita a divincolarmi dalla sua
stretta. La forza della disperazione, credo. Finalmente
quando il treno ha preso a muoversi sulle rotaie la tensione
si  sciolta. Mi sentivo un evaso che semina gli
inseguitori.
  Per distrarmi mi concentro sulla sala d'aspetto
dell'avvocato.
  Mi diverte osservare gli altri senza essere notata, per
mi sento un po' fuori luogo. Ho cercato di vestirmi in modo
appropriato, immaginavo che uno studio legale in centro
fosse un ambiente di un certo livello, e poi bastava fare le
dovute proporzioni con la casa che ho visto tempo fa. Solo
che non mi aspettavo fosse cos elegante.
  La facciata del palazzo  piuttosto sobria. All'interno
invece  pieno di oggetti di antiquariato dello stesso genere
di quelli che ho visto in casa di Lepore, per non parlare
dei tappeti. Ne sto calpestando uno che  grande quanto
il perimetro della stanza, e la stanza potrebbe ospitare
venti persone comodamente sedute in poltrona. Perfino
attraverso le scarpe percepisci la finezza del tessuto.
Finora ho visto girare un paio di donne. Sembrano segretarie.
  Quella seduta alla scrivania all'ingresso mi assomiglia
un po'. All'incirca ha la mia et, per a differenza
di me ha i capelli lunghi e ondulati e una sorta di divisa
d'ordinanza: camicia bianca, gonna nera appena sopra
il ginocchio, e dcollet scure e discrete. Le manca solo il
badge appuntato sul petto per sembrare una hostess a un
convegno.
  L'altra invece, che deve avere una decina di anni in pi,
gira per lo studio come se volesse incidere le sue impronte
sul legno scuro del parquet.
 molto alta, con i tacchi supera di sicuro il metro e ottanta.
  Ha un modo di ignorare tutto quello che la circonda
che incute una certa soggezione. Non incrocia lo sguardo
di nessuno, e quando si rivolge alla collega le d indicazioni
secche a bassa voce continuando a tenere gli occhi
fissi sul foglio che ha in mano. Non si distrae mai da una
sorta di intensa concentrazione. Come se ci tenesse a farti
sapere che  molto occupata in questioni della cui seriet
tu non sai nulla e che non possono essere trascurate nemmeno
per un secondo.
   seducente, ha un corpo proporzionato e un vestito
molto aderente, per non parlare delle scarpe. Niente a che
vedere con lo stile anodino dell'altra. Ma  come una mistica
che aspira all'isolamento. Non  vestita per piacersi
o per piacere. Indossa una divisa che le serve per mettere
tutti alla giusta distanza.
  Al lato opposto della sala d'aspetto  seduta una coppia
di clienti arrivati un quarto d'ora dopo di me. Finora non
si sono scambiati una sola parola. Siedono vicini, ma una
guarda a destra e l'altro a sinistra. Sembrano intensamente
occupati a dimenticare il fatto di essere arrivati insieme.
  La segretaria alla scrivania prende in mano la cornetta
del telefono. Parla a voce bassissima. Sono certa di non
aver sentito il rumore di uno squillo. Ma  tutto cos ovattato
qui dentro che non mi sorprenderei se le suonerie fossero
abolite. Riattacca e mi guarda.
  - L'avvocato la aspetta. In fondo al corridoio, ultima
porta a sinistra.
  I due coniugi affetti da mutismo smettono all'unisono
di guardare in direzioni opposte e mi fissano in sincrono
con ostilit. Magari pensavano di passare prima di me, e
in effetti il dubbio l'avevo avuto anch'io. Davo per scontato
che una coppia di clienti avesse la precedenza su una
questuante qualsiasi.
  Faccio un respiro profondo, e appoggio le mani sulle
gambe, che mi tremano appena. Male che vada tra dieci
minuti sar tutto finito, mi dico. E almeno oggi mi sar
fatta un giro in centro.
  Il corridoio mi sembra lungo un chilometro, ma alla fine
arrivo di fronte alla porta. Busso piano ed entro.
L'avvocato  seduto alla scrivania.
  L'odore di tabacco nella stanza  molto forte,  probabile
che fumi soprattutto qui. Le pipe sono allineate sulla
mensola dietro la sedia. Forse trenta, magari di pi, e in
fondo alla fila un paio di tabacchiere di metallo massicce
e squadrate. Altre due pipe sono appoggiate davanti a lui
sul tavolo.
  L'ambiente deve essere isolato acusticamente - non si
sentono rumori di nessun tipo dall'esterno. La luce  bassa,
e a differenza del resto dello studio l'arredamento  essenziale,
quasi ascetico. Non c' niente che possa distrarre o
attirare l'attenzione a parte l'uomo alla scrivania, che mi
invita a sedermi.
  - Ho pensato a lei in questi giorni, come le avevo promesso, -
dice.
  Le parole suonano cortesi, per non posso fare a meno
di notare che non mi ha neanche salutata. Sembra strano.
Non so cosa rispondere.
  Lui per non si aspetta repliche. - Larisa le avr accennato
che ho un'offerta di lavoro per lei. Per cominciare
vorrei che fosse chiara una cosa. Non sono il genere di
persona che fa beneficenza. Guadagno parecchio e pago
le tasse. In termini di equit sociale significa che do molto
pi di quello che ricevo. Non credo nemmeno al caso. Al
puro caso, voglio dire. Incontrare un conoscente in centro
 un caso. Una vicenda come la sua, la vigilia di Natale,
 un segno.
  Mi schiarisco la voce. - Credevo avesse detto che non
si considerava religioso.
  - Non  questo. Non penso a comunicazioni metafisiche.
Intendo dire che era un giorno particolare, diverso dagli altri.
La sua visita mi ha colpito, credo sia stato per la facolt.
  Mi guarda come se dovessi intuire l'allusione, ma io non
so di cosa stia parlando.
  - Medicina.  quello che avrei fatto anch'io se avessi
potuto scegliere. Non sono stato cos coraggioso. La mia
famiglia aveva delle aspettative su di me, e non ho mai
considerato l'idea di svincolarmi. Perci ammiro la sua
tenacia. Andare via da casa, senza mezzi, per realizzare
un'ambizione personale. E resistere malgrado le difficolt.
  Stento a riconoscermi nelle sue parole. Io penso che
chiunque avesse come unica alternativa quella di tornare
al mio paese, farebbe le stesse cose che ho fatto io, forse
perfino meglio di me. Certe volte  un deterrente pi efficace
perfino della Medicina, che pure  la sola cosa che
ho voluto studiare nella vita.
  - Credo che meriti di essere aiutata. Questo non vuol
dire che stia pensando a particolari facilitazioni. Voglio solo
che possa studiare in tranquillit. In cambio mi aspetto
che lavori per me. Mi serve una segretaria.
Fa una pausa.
  Mi domando se  tutto uno scherzo. Mi sembra piuttosto
surreale. Ho quasi la tentazione di tirare indietro
la sedia e andarmene, per non voglio essere maleducata.
-  sorpresa?
  - No. Cio s.  perfino troppo bello. In ogni caso avevo
pensato che fosse qualcosa di meno specifico. Non ho
idea di come funzioni uno studio legale, non ho mai fatto
niente di simile. E ho visto pi di una segretaria all'entrata.
  Lui scuote la testa. - Ha visto due donne. Una donna
in uno studio legale non  per forza una segretaria.
  Chiudo gli occhi. Che patetica figura da beghina. Ecco
perch la bionda alta era cos sicura di s, deve essere un
avvocato, come ho fatto a non pensarci?
  - In ogni caso c' una sola segretaria, che immagino
fosse alla scrivania. Si chiama Giovanna. Il suo contratto
 temporaneo. E in scadenza.
  Mi dispiace che non le rinnovi il contratto, ma mi sarei
sentita peggio a rubarle il posto.
  - L'altra non  una segretaria,  una collega, con me
da parecchi anni. Suppongo si possa dire che anche lei 
in transito. Durer di pi perch ha una tempra diversa,
a ogni modo la conoscer. Quindi non c' niente di cui
preoccuparsi. La mia attivit ormai  molto ridotta, seguo
solo pochi casi e alcuni vecchi clienti. Sto accompagnando
lo studio al suo naturale declino, dato che ho settantasei
anni e sono senza eredi, n biologici n professionali. Mi
basta quindi che lei sia qui tre o quattro ore al giorno, dal
luned al venerd, per attivit che le verranno spiegate e
che sono perfettamente alla sua portata. Quanto le danno
dove lavora ora?
  Ci metto un po' a rispondere. Non riesco a capire dov'
la fregatura.
- Circa seicento euro.
  - A Giovanna ne do settecentocinquanta per venticinque
ore alla settimana, la stessa cifra che offro a lei. E a
differenza del supermercato, qui svolgerebbe un'attivit
professionalizzante, e avrebbe qualcosa da imparare. Oltre
al fatto che ci sono diversi tempi morti. Se trova il
modo di farlo con discrezione, la autorizzo a portarsi dietro
i suoi libri e studiare.
Giovanna quindi dovrebbe perdere il lavoro a mio beneficio.
  Un atto di generosit a spese di un'altra che non mi
ha fatto niente di male. La tentazione  grande, la paura
anche. Mi sembra impossibile tanta fortuna. Buttare via
quell'orrenda divisa, e lavorare un terzo del tempo in meno
per guadagnare il venticinque per cento in pi. E poter
studiare in un posto silenzioso e ordinato. Se per lascio
il lavoro al supermercato e poi scopro che mi ha presa in
giro, sono definitivamente allo sbando.
Lepore prende una delle pipe che sono sulla scrivania.
- Le dispiace se fumo?
  Un segno positivo. La pipa mi riporta a mio padre, e
sposta la lancetta verso il quadrante della fiducia. - No, al
contrario. L'odore della pipa mi piace moltissimo.
Accenna un sorriso.
  - Ecco, vede? Se avesse risposto S, mi disturba, forse
avremmo dovuto riconsiderare la questione. La pipa 
una mia debolezza. Non potremmo andare d'accordo se
avesse da ridire. Invece le piace, - e avvicina l'accendino
aspirando con cura. Poi si alza, gira intorno alla poltrona
e punta il mobile che occupa tutta una parete. Apre un
cassetto e fruga all'interno.
  - Scommetto che si sta facendo un sacco di domande.
Si chiede se pu fidarsi, - dice senza guardarmi.
  Sono felice che mi dia le spalle. Poi per si gira
all'improvviso.
  - La vedo sulle spine e lo capisco, non sa niente di me.
Finora  tutto molto dickensiano, vero? Rosita Mul trova
un portafoglio la notte di Natale, e lo riporta ad un vecchio
leggermente sinistro che le offre un lavoro e un'opportunit
di riscatto. Ho sempre avuto molta simpatia per
Scrooge. Piace anche a lei?
  Con Scrooge vado meglio che con madame du Barry. So
chi , ho letto spesso Canto di Natale da bambina. Senza
riuscire a evitare di piangere nemmeno una volta.
  - Oppure si preoccupa per Giovanna, - dice dandomi
di nuovo le spalle.
Mi infastidisce essere cos trasparente.
- Un po', - rispondo.
  - Non deve. Giovanna  una ragazza decente ma tarda,
perfino per le richieste di uno studio in disarmo. Al posto
suo avrebbe abbandonato l'universit e sarebbe tornata a
casa molto tempo fa. O pi probabilmente non sarebbe
neppure partita. Lei invece ha un carattere diverso. C'
altro che la preoccupa?
  - Mi scusi, non voglio sembrare maleducata.  solo che
lei non mi deve niente.
  - Capisco. Ha ragione a essere prudente,  una forma
di intelligenza, e questi sono tempi cupi, specie per una
ragazza giovane come lei. Mi creda, non ho secondi fini.
Per inciso, non ci incontreremo quasi mai qui dentro. Far
da tramite la mia collega.
Finalmente individua quello che cercava in fondo al cassetto.
Estrae un fascicolo e torna a sedersi alla scrivania.
  - Senta, consideri la mia proposta come una forma di
investimento sociale. Non sottovaluti il valore del progetto
solo perch  la prima beneficiaria. Contribuire alla formazione
di un medico costituisce un vantaggio per tutti.
E non si faccia carico di responsabilit che non sono sue.
Avrei allontanato Giovanna in ogni caso.
  Niente di quello che ha detto mi fa sentire meglio, ma
non posso nascondere che la proposta mi attira sempre di
pi.
  - Consideri anche questo, e glielo dico perch credo che
per lei sia una motivazione rilevante, - fa una pausa. - Pu
scegliere l'inquadramento orario che preferisce, settimana
per settimana. A me serve solo che certe pratiche vengano
sbrigate ogni giorno, mi  indifferente che venga qui
la mattina o il pomeriggio. Si regoli pure in modo da avere
il tempo di tornare a frequentare le lezioni. Faccia uno
schema di massima ad inizio trimestre. Se avr bisogno di
lei in occasioni speciali glielo far sapere in anticipo. Per
il resto,  sufficiente che si coordini con Renata.
Lo guardo con un'espressione interrogativa.
  - L'avvocato Callegari, la mia collega, - e torna ad appoggiarsi
allo schienale della poltrona.
  Non mi pare vero quello che mi sta offrendo. Ormai il
destino di Giovanna, la segretaria tarda, non mi sembra
pi cos vincolante.
  - Se le rimane qualche dubbio, cosa pi che legittima,
vada a casa e faccia le sue ricerche. C' la rete, dove pu
trovare conferma della solidit dello studio. Siamo qui dal
1936. E consulti anche gli archivi digitali del Mattino
e del Gazzettino. Lo studio compare almeno una decina
di volte l'anno fino al 2010. Processi di un certo rilievo
meditico, intendo. Da allora la presenza si  diradata
perch ho cominciato a tirare i remi in barca, ma ci siamo
comunque. Padova  una piccola citt, non ci vuole molto
a raccogliere questo genere di informazioni. Ci pensi e mi
faccia sapere. Se decide di accettare consideri che ho una
sola pretesa, per non negoziabile.
Ecco, lo sapevo. Non poteva essere cos facile.
  - Il caff, - e getta sulla scrivania l'opuscolo che ha
preso nel cassetto. Guardo la copertina.  un manuale di
istruzioni.
  - Non mi costringa anche qui a patire la sofferenza che
subisco a casa con Larisa, che almeno  giustificata dalla
moka. Ma di l c' una macchina automatica - si deve infilare
una capsula e premere un bottone - e malgrado questo
Giovanna non  mai riuscita a farne uno decente. Si
porti via il manuale e lo studi seriamente. Se le riesce di
farmi un caff degno di questo nome, ha gi giustificato
met del suo stipendio -. Sospira, quasi disgustato. - Una
donna che non sa fare un caff esula dalla mia capacit di
comprensione.
...
Estate 1958.

Il caldo  cos intenso che comprime i movimenti.
  Piano, respirare piano. Evitare gesti scomposti che fanno
salire una vampata di calore al viso e riempiono i polmoni
come un incendio. Da giorni non si muove un filo
d'aria. Le tende sono immobili, le imposte accostate in
tutta la casa.
  La cameriera raccoglie sul vassoio le tazzine vuote del
caff e la zuccheriera d'argento, poi spazza via le briciole.
Ogni volta che allunga il braccio destro e descrive un
ampio cerchio sul tavolo, sotto le ascelle si intravede l'alone
scuro del sudore.
  Gli adulti si alzano da tavola lentamente e si ritirano
per riposare nelle stanze da letto in penombra. Nelle due
ore che seguono  impensabile fare qualsiasi cosa a parte
rimanere immobili come lucertole sul muro.
  Appena escono si alza anche Ludovico. Si avvicina alla
libreria massiccia e scura e tira fuori un libro. Infila la mano
nel buco lasciato dal volume, e fruga finch non trova
il pacchetto di sigarette. Poi siede di nuovo a tavola e ne
accende una.
  Soffia fuori il fumo verso l'alto osservando Guido
sdraiato sul divano che occupa per tutta la lunghezza. Il
fatto di trovarsi in casa di Ludovico non lo ha messo in
imbarazzo e non ha inciso sulla disinvoltura di quella posa
scomposta. C' troppa intimit tra loro, che sono insieme
praticamente dalla nascita. Nessuno si risente se Guido si
comporta cos. Il rispetto della forma, specie in una famiglia
borghese di quel tipo, ha ancora il suo peso. Eppure
gli si concede ogni licenza.
  Guido comincia ad assopirsi. Respira pi pesantemente,
con vibrazioni pigre da felino domestico. Si abbandona
senza riserve, le mani dietro la testa, i piedi che spuntano
oltre il bracciolo.
  Ludovico non  capace di lasciarsi andare cos quando
dorme, o quando il caldo lo annienta. C' sempre qualche
pensiero che lo agita e alza la sua temperatura interna,
costringendolo a cambiare posizione per cercare sollievo.
  Mentre osserva Guido sonnecchiare pensa due cose, e
sono le stesse ogni volta: la prima  che nessuno al mondo
gli somiglia di pi, e la seconda  che nessuno al mondo gli
somiglia di meno.
  Per non  la similitudine a spiegare la natura del loro
rapporto, e nemmeno la distanza. Piuttosto  la forza
del nodo che tiene in tensione gli estremi e impedisce che
schizzino via in direzioni opposte come pietre scagliate
da una fionda.
   possibile identificarsi con qualcuno che  cos diverso
da te? Ed  possibile evitarlo se in sua assenza ti manca il
complemento necessario a sapere chi sei?
...
4.

  Stamattina l'aria  limpida e frizzante, un miracolo in
Pianura Padana. Decido che  un segno.
  Oggi qualsiasi cosa mi sembra bella.  sabato 30 gennaio,
il mio ultimo giorno di lavoro al supermercato.
Cammino senza fretta.
  Sono stati giorni difficili, irrequieti, passati a riflettere
sulla proposta di Lepore. Ho seguito i suoi consigli, l'avrei
fatto anche se non me l'avesse detto, perfino oggi non sono
ancora del tutto convinta che una cosa del genere sia
capitata proprio a me.
  Ho consultato tutto - la rete, i periodici locali - e non
mi sono limitata a questo. Ho chiesto a una delle mie coinquiline
che studia Giurisprudenza. Lei conosceva di fama
lo studio, non mi  bastato. L'ho pregata di verificare
tra i suoi colleghi, se per caso a qualcuno risultava che ci
fossero storie poco trasparenti su Lepore o sulla sua attivit.
All'inizio ero cos scettica che sarebbe bastata una
voce senza fondamento a dissuadermi. Ma non  uscito
fuori nulla. L'attivit dello studio  solida e inattaccabile.
Ho una bozza di contratto da firmare che mi ha dato
la Callegari, ho fatto controllare anche quella, e sembra
tutto a posto.
  Eppure ero nervosa. Credevo fosse impossibile che
un'offerta simile non prevedesse contropartita. Ho scartato
subito l'ipotesi pi scontata perch ho guardato bene
la Callegari. Pu essere, certo, che lui sia un vecchio laido.
Ma perch dovrebbe volere una ragazzina anonima come
me quando ha a portata di mano una come lei?
Per continuavo a oscillare da una decisione all'altra.
  Prendere o lasciare? Cercavo la falla nel ragionamento di
Lepore, il dettaglio invisibile che mi dimostrasse che non
dovevo fidarmi.
  Non ho trovato niente, ma non  stato questo a spingermi
ad accettare. Se avessi potuto scegliere avrei comunque
detto di no.  troppo radicata l'abitudine a diffidare.
  Ho ceduto perch il 18 gennaio, una settimana prima
della scadenza del pagamento per il padrone di casa, non
avevo ancora messo insieme nemmeno la met della somma
di cui avevo bisogno. Una sera sono tornata dal lavoro
e in salotto ho visto un portatile acceso su una pagina di
affitti per studenti. La stanza era vuota, il monitor brillava.
Ho capito che le mie coinquiline si erano convinte
che non avrei pagato, e che si stavano guardando in giro.
Forse volevano fare in modo che lo sapessi.
  Allora ho preso in mano il telefono, ho chiamato Lepore,
e gli ho detto che accettavo.
  - Devo chiederle un favore, - la voce mi tremava. - Avrei
bisogno di un anticipo sul primo stipendio. Non molto,
ma ho una scadenza che non so come affrontare. Se per lei
 impossibile, lo capisco. Mi creda, non capiter mai pi.
  Una parte di me pregava che la richiesta gli risultasse
sgradita, e che toccasse a lui l'onere di prendere la decisione
anche per me. Invece Lepore non ha fatto una piega.
  - Non  un problema, - ha detto. - La cifra? E di quanto
preavviso ha bisogno per lasciare il supermercato?
  Non sembrava sorpreso, o contento, o arrabbiato. Gli
ho detto quanto mi serviva, che dovevo restare al lavoro
fino alla fine del mese, e che per il 1 febbraio avrei potuto
essere disponibile. Lui mi ha fissato un appuntamento
per cominciare luned prossimo, dopodomani.
  Volevo ringraziarlo ma non l'ho fatto, non ho detto
niente pi dello stretto necessario.
  Appena ho chiuso il telefono per ho provato una gioia
intensa. Ho deciso che, visto che avevo detto s, tanto valeva
provare a crederci.
  Le possibilit generate dalla sua offerta hanno iniziato
a moltiplicarsi nella mia testa, in un circolo virtuoso che
mi ha mandato in fibrillazione. Sembrava che non aspettassero
altro. Eppure erano sempre state l. Bastava cambiare
un solo fattore - sostituire un lavoro ingestibile con
uno che mi avrebbe consentito di mantenermi senza farmi
succhiare via la vita - perch tutto il resto si disponesse
di conseguenza con una facilit quasi banale. Quando
mi sono svegliata, il giorno dopo, l'allegria era ancora l.
Mi sono detta che era valsa la pena accettare il lavoro solo
per quello.
  Nello zaino ho l'opuscolo di istruzioni che Lepore mi
ha dato e che ho gi quasi imparato a memoria.
Luned mi presenter in quello studio finalmente senza
divisa, e nessuno mi chieder di sollevare casse, collocare
scatolame in cima ad una scala precaria, o entrare ed uscire
cento volte da una cella frigorifera per sistemare quarti
di parmigiano il cui stato di conservazione  tacitamente
considerato pi importante del mio.
  Mi vedo come se fossi gi l, seduta ad una scrivania immersa
in quel silenzio che  quasi meglio di una biblioteca.
Il libro aperto, ogni momento buono per studiare. Nessun
cambio improvviso di orario. La possibilit di organizzare
un piano di studio e rispettarlo.
  E poi la cosa a cui tengo di pi, la frequenza. Ormai il
primo semestre  andato, non vale la pena tornare per le
ultime due settimane di lezione. Meglio concentrarsi sui
corsi che partono a fine febbraio, e sfruttare il tempo che
manca per cominciare a prendere le misure del lavoro.
Mi sento una pila che irradia energia.
  Il semaforo pedonale  appena scattato sul rosso. Intorno
a me si assiepa una folla di persone in attesa di attraversare.
Conosco questo incrocio, ci passo quattro volte
al giorno. Non ci sono pulsanti per segnalare la presenza
dei pedoni e accelerare il verde. Devi attendere che finisca
il ciclo automatico, e dura un'eternit. Normalmente
mi mette in agitazione, tante volte attraverso come se
qualcuno mi spingesse da dietro, senza nemmeno aspettare
che scatti, dribblando le auto che mi suonano addosso.
Vado di corsa, sono sempre in ritardo, e se non  per la
scadenza immediata  per quella che verr subito dopo. 
un ritardo cronico, esistenziale. Oggi invece aspettare non
mi pesa. Mi permetto il lusso di avere del tempo da perdere.
Tanto ormai me ne vado, e nessuno pu impedirmelo.
  D'istinto prendo in mano il cellulare. Ho la certezza che
trover un messaggio di Maurizio, e basterebbe questo a
rivelare quanto si  innalzata la soglia del mio ottimismo.
  Perch quando si tratta di Maurizio in genere preferisco
non aspettarmi niente. Sono giorni che non si fa vivo,
e credere che arriver un segnale proprio ora  una cosa
senza senso. Non  nelle sue abitudini. Se torna, lo fa di
persona, messaggi non ne manda quasi mai, al limite per
dire che sta arrivando. Il messaggio interlocutorio, che
non serve a fissare un incontro ma solo un pensiero che vuoi
condividere, non  mai stata roba per lui.
  Poi mi aveva anche avvisata prima di Natale.  un brutto
periodo, non preoccuparti se mi eclisso per un po'. Ha
di queste uscite ed ogni tanto sparisce senza motivo, per
avvisa.  un latitante ben educato.
Ma oggi mi sento audace. Magari stavolta ha fatto un'eccezione.
La vita ti sorprende in modo inaspettato, no?
  Prendo in mano il telefono, lo guardo. Non ha nulla da
dirmi. Nessun messaggio.
Accantono la delusione con noncuranza un po' infantile.
  Pazienza, mi dico. Non era importante. Mi posso concedere
una bugia sull'altare della sopravvivenza emotiva
per non farmi rovinare una giornata speciale.
  Mentre sto per farlo scivolare di nuovo nella tasca,
d'improvviso squilla. La speranza si riattiva frullando le
ali come un uccellino. Do un'occhiata prima di schiacciare
il tasto verde.  mia madre.
- Luisa  peggiorata.
Sorrido, visto che lei per fortuna non mi vede.
  Il declino di Luisa  permanente ed inarrestabile dagli
anni Ottanta. Fa parte della propaganda intimidatoria di
mia madre puntare alla sommatoria del dolore includendo
nel paniere anche i disastri familiari di parenti e vicini.
- Ancora? In ospedale o fuori?
  - A casa, ma stanotte ha avuto una crisi asmatica terribile.
Il dottore dice che la sua fortuna  quella di non
vivere sola.
  Fa una pausa. Forse aspetta che chieda maggiori dettagli,
o che prenda atto delle implicazioni, che sono poi l'unico
motivo per cui me lo racconta. Ma io resto in silenzio,
in attesa che continui: quando comincia cos, senza alzare
la voce, con toni e pause misurate, so gi che si tratta di
una telefonata motivata da un'ossessione, oppure da una
paura che vuole sfogare.
  Tempo fa mia zia le ha regalato un oggetto che deve
aver pescato in qualche mercatino delle pulci, perch 
impossibile che certe cose siano ancora in commercio.
 una di quelle forcelle di plastica rigida che si fissano
alla spalla e consentono di infilare la cornetta del telefono
in modo da poter parlare conservando entrambe
le mani libere, senza tenere il collo piegato in una posizione
innaturale. Qualcuno gliel'ha riadattata per farla
funzionare con il cordless di casa, lo strumento nasceva
per i vecchi modelli in bachelite col filo arricciato a
parete, che credo siano scomparsi da trent'anni. Con
qualche piccolo accorgimento l'hanno sistemato e adesso
funziona anche con le cornette ultrapiatte. Per lei 
stata una rivelazione.
  Prima di allora, l'unica cosa che metteva un freno alla
sua pulsione a passare le giornate al telefono, era che
non riusciva a fare nient'altro mentre parlava. Ha una sua
etica calvinista che mi ha scrupolosamente trasmesso, si
sente a disagio quando  ferma e improduttiva. Per l'uso
di un cellulare con gli auricolari ormai  troppo vecchia, o
cos dice. Ne prende in mano uno, specie gli smartphone,
e non capisce nemmeno da che parte si debba guardare.
Ma la forcella vintage l'ha entusiasmata. Adesso mentre
parla al telefono niente pu impedirle di cucinare, stirare,
spazzare e lucidare l'argenteria. Gira per casa ingessata e
rigida con quella specie di protesi all'orecchio e sfoga le
frustrazioni peggiori massacrando scientificamente le formiche
che d'estate si muovono in fila indiana verso la pattumiera,
o sbattendo con ferocia l'impasto delle fettuccine
sul ripiano di marmo in cucina.
  Il massimo per lei  fare le due cose insieme. Agire parossisticamente
e parlare come un'indemoniata di tutto
quello che la fa star male. Allora telefona. Non solo a me,
ringraziando Dio. Che se c' una fortuna nell'essere nati
al Sud  che la rete parentale  sempre piuttosto estesa.
Ne hai di gente da chiamare per il solo gusto di parlare
all'infinito e ingigantire il problema.
  Per con me funziona meglio, perch io rimango in silenzio
e subisco. Gli altri invece fanno come lei. Approfittano
di ogni pausa utile della conversazione per sostituire
la cronaca delle disgrazie e delle miserie che hanno
appena ascoltato con altre disgrazie e miserie di produzione
propria, in un'olimpiade del malessere esistenziale.
Non  quasi mai una conversazione, sono due monologhi
alternati la cui fortuna dipende dalla resistenza fisica
dell'avversario.
  Io non l'ho mai capita questa vocazione a sceneggiare le
tragedie familiari. C' una componente malsana di teatralit.
Mettere in scena il proprio disagio come se ci fosse un
premio in palio per chi convince l'altro che sta peggio di
lui. E tutto quello che ottieni  che alla fine la tua storia
ti ingabbia e non sai pi come venirne fuori.
  Finalmente scatta il verde. Il segnale luminoso del pedone
in movimento mi mette allegria e mi fa scivolare
le parole fuori di bocca. - Ho trovato un nuovo lavoro, - le
dico, interrompendola sul resoconto di una Tac.
  Mi pento subito. Non so perch l'ho fatto. Le dico sempre
il meno possibile. Se le racconto quello che non va, lei
lo usa contro di me come un grimaldello per convincermi
a tornare a casa. Se non le dico nulla, non sono credibile
e mi accusa di nasconderle le cose. E non so mentire inventando
notizie innocue per farla stare tranquilla. Oggi
almeno non devo inventarmi niente,  la pura verit.
Tace solo un attimo. Non le piace essere interrotta.
- Come, un nuovo lavoro? E il supermercato?
  - Be', vado via. Non  che fosse un bel posto -. Non le
do altri dettagli perch non le ho mai detto fino in fondo
cosa mi toccava sopportare. Rischio grosso anche a dirle
il resto. Se dovesse andare male, non smetter mai di
rinfacciarmelo.
- E cosa sarebbe?
  - Uno studio legale in centro.  un posto elegante. Lo
stipendio  pi alto, e riesco a conciliarlo molto meglio
con l'universit.
- Cosa ne sai tu di uno studio legale?
- Non molto, in effetti. Posso imparare.
- E perch hanno preso te?
- Non lo so. Immagino di essergli piaciuta.
  - Sei sicura che sia gente affidabile? Tu conosci la mia
situazione. Se le cose vanno male non posso aiutarti. E
perch non me ne hai parlato?
  -  appena successo. Comunque non ti ho chiesto soldi,
sta' tranquilla. Ho fatto qualche ricerca,  uno studio conosciuto
e rispettabile. Non c' bisogno che ti preoccupi.
Senti, devo andare, se no arrivo tardi al lavoro.
  Chiudo in fretta ma ormai la sua nota d'inquietudine
mi ha contagiata. Fino a un minuto fa ero convinta, adesso
non sono pi sicura di aver preso la decisione giusta.
Ho sbagliato a dirglielo. Cado sempre in questa trappola.
  La paura subdola che mi ha inoculato finisce per rovinarmi
la giornata. Avevo le mie riserve prima di accettare,
e per andare fino in fondo ho dovuto attingere allo stato di
necessit, e a una certa dose di incoscienza. Mi piaceva sentire
sottopelle l'emozione e l'energia della piccola incognita
che avevo scelto di affrontare, io che non rischio mai niente.
E adesso  come se qualcuno mi avesse impallinato in volo.
  Quando a fine turno Dina mi abbraccia e mi porge un
pacchetto rosso augurandomi buona fortuna, mi salgono
le lacrime agli occhi. Vorrei che fosse solo per il dispiacere
di perderla. La verit  che sto scontando anche il nodo
che mi stringe la gola da stamattina.
Scarto il pacchetto. C' un'agendina tascabile in pelle.
Blu, piccola e sobria.
  - Adesso che vai in centro a fare un lavoro serio, - mi
dice, - ti serve un accessorio da professionista.

Luned mattina ad aprirmi la porta  la Callegari.
La prima cosa che fa  guardare l'orologio.
- Puntuale, - dice. - Un buon inizio.
  Sono contenta che l'abbia notato. Ci tenevo a non farmi
sfuggire l'occasione di cominciare con il piede giusto. Sono
arrivata con mezz'ora di anticipo e ho aspettato fuori fino
a quando non sono scattate le nove esatte. Ho suonato il
citofono e stavolta ho aspettato l'ascensore.
  La prima cosa che realizzo  che non c' pi traccia di
Giovanna. Nessun passaggio di consegne, quindi, mi buttano
subito dove l'acqua  profonda.
  Renata Callegari mi d del tu, ma non mi autorizza a
fare altrettanto anche se in fondo deve avere solo cinque
o sei anni pi di me. Del resto me lo aspettavo, perch vista
da vicino conferma l'idea che mi ero fatta di lei. Ha
una stretta di mano equilibrata e asettica, e non fa nessuno
sforzo per sembrare cordiale.
  Aspetta che mi tolga la giacca e che l'appenda accanto
all'ingresso. Poi comincia a spiegarmi l'organizzazione
dei dati.
  - Qui archiviamo le pratiche, - mi dice appoggiando
la mano su uno schedario che occupa l'intera parete alle
spalle della scrivania. - Per ogni pratica apri un fascicolo,
be lo sigli con il numero di protocollo, il cognome del
cliente e quello della controparte. Sull'agenda che vedi
sulla scrivania, la pi piccola, verifichi qual  il primo
numero utile e dopo averlo assegnato alla cartella lo appunti
anche l, in ordine progressivo. Non dimenticare
mai di registrare i dati,  fondamentale. N in archivio,
n in agenda.
  Chiude gli occhi e si stringe la radice del naso fra le dita
per focalizzare la concentrazione. Riprende a voce bassa.
  - Prima o poi compreremo un software per la gestione
elettronica del protocollo. Secondo me  essenziale -. Scandisce
le sillabe. Es-sen-zia-le. - Ma l'avvocato non ha fiducia
nella tecnologia e preferisce ridurla al minimo, quindi
per adesso andiamo avanti cos -. Solleva la testa di scatto,
come se volesse prendere le distanze da quel momento
di dissenso, e ricomincia a parlare a voce chiara e forte.
- Quindi, ricapitolando: protocollo. Cognome del cliente.
Cognome della controparte, - scandisce i concetti accompagnandosi
con le dita. Forse pensa che io capisca meglio
con un supporto visivo. Infatti subito dopo tira fuori una
cartella dal primo cassetto dello schedario e me la piazza
sotto il naso. - Le cartelle vanno in ordine alfabetico secondo
il cognome del cliente. Fa' attenzione perch  frequente
che siano membri della stessa famiglia, quindi il
cognome pu ripetersi. Questo  uno studio attivo da tre
generazioni, che segue spesso pi rami dello stesso nucleo,
e le stesse persone in cause diverse. L'attenzione al cognome
pu non essere sufficiente. In certi casi pu incidere il
nome di battesimo. E se il cliente torna per altre questioni,
devi assegnare anche un ordine crescente ai fascicoli
che lo riguardano. Tu registra tutto, e non avrai problemi.
  Poi passiamo al funzionamento dell'agenda legale per
gli appuntamenti, le udienze o le scadenze degli atti da
depositare.
  - Di questa mi occupo prevalentemente io, - mi dice in
maniera aggressiva. - Voglio solo che tu sappia come consultarla.
Cpita che io o l'avvocato siamo fuori. A volte
chiamiamo per una conferma. In molti studi ormai si usa il
formato digitale, ma anche in questo caso l'avvocato non
vuole abbandonare il cartaceo, - aggiunge.
  D'improvviso si interrompe guardando verso il telefono,
e allunga la mano piegandosi in avanti sulla scrivania.
Il pendaglio d'ambra della collana che porta al collo dondola
per un paio di secondi. Lo afferra e lo blocca con un
gesto nervoso come se fosse un bambino agitato da zittire.
Ascolta senza replicare, le labbra strette in una linea
dura. Dopo mezzo minuto taglia corto dicendo: - Arrivo
tra un quarto d'ora.
Riattacca e torna a rivolgersi a me.
  - A proposito, qui la suoneria  bassissima. Riconosci il
segnale di chiamata solo se sei abituata, oppure dalla luce
rossa che si accende a destra del display. Cerca di non distrarti,
per favore. E dammi al pi presto il tuo numero
di cellulare. Dove eravamo?
- L'agenda legale.
  - No, con quella abbiamo finito, non c' altro che devi
sapere. Piuttosto, tieni presente che l'avvocato scrive anche
gli atti a mano,  un suo vezzo, ti ho detto che detesta i
computer. Ma sei fortunata, ha una scrittura leggibile. A fine
giornata li lascia qui, nel faldone blu, insieme al testo delle
mail di risposta che dovrai scrivere ed inviare. Tu devi batterli,
stamparli e riportarli sul suo tavolo. Nessun problema
col computer, vero? - conclude con una sbavatura di ironia.
  Mi chiedo se Lepore le abbia detto che fino a ventiquattr'ore
fa lavoravo in un supermercato.  probabile che abbia
parecchie perplessit su di me.
  Spio di sottecchi la macchina sul tavolo. Non ne so abbastanza
per valutare il modello. A parte le dimensioni,
che sono notevoli, non mi pare diverso da qualsiasi altro
computer che abbia usato finora.
- Nessun problema, - rispondo.
  Poi mi spiega come filtrare le chiamate, come accedere
alla posta elettronica dello studio e con quali credenziali,
in che ordine stampare le mail, come ordinare la posta
cartacea distinguendo le pubblicit dalle comunicazioni
formali, e queste dagli atti giudiziari.
  - Apri tutto quello che arriva, ordina e metti sulla scrivania
dell'avvocato, a eccezione di quello che riporta la
dicitura Riservato e personale, che lasci chiuso. Conserva
sempre le buste, tutte, soprattutto quelle delle raccomandate.
Gli atti in formato cartaceo non sono molti,
viaggiano quasi solo per Posta Certificata, e anche quella
la gestisco io. Se l'avvocato  presente, non passargli telefonate
a meno che non ti abbia avvisato in anticipo. Scrivi
il nome ed il recapito e di' che richiameremo. Non prendere
impegni di nessun tipo. Non ti sbilanciare. Non fare
previsioni. Non dare informazioni a meno che non siano
molto generiche o l'avvocato non ti abbia chiesto espressamente
di farlo. Quando rispondi al telefono, pensa a
te come a una segreteria automatica. Sei qui per recepire
messaggi con tatto e distacco, non per interagire. Impara
una formula e ripeti sempre quella. Non dare il cellulare
dell'avvocato a nessuno, mai, per nessuna ragione.
  Calca il tono perch capisca che questo  della massima
priorit. La ascolto in silenzio, poi annuisco perch ho
paura che se non lo faccio non andr avanti.
  - Toner, cancelleria, acqua e caff sono qui dentro, - e
fa scorrere l'anta di un armadio a muro nascosto dietro la
scrivania. - Se finiscono, ordinare il rifornimento  compito
tuo. Numero e indirizzo dei fornitori sono in agenda.
Qui c' anche la macchina del caff.
  La vedo sul ripiano pi basso. Ci pieghiamo entrambe
per osservarla da vicino.  massiccia e nera con inserti
cromati, ma molto pi piccola di quello che immaginavo.
  - Spero che tu riesca a capire come farla funzionare decentemente.
Giovanna non faceva un gran lavoro, - conclude
rialzandosi in fretta e lisciandosi la gonna. Ha due
gambe bellissime. Con i tacchi sono ipnotiche. Poi va verso
la porta infilandosi il cappotto.
  - Ho un appuntamento e sono gi in ritardo. La tua
copia delle chiavi  sulla mensola dietro di te ed il luned
 una giornata tranquilla. Studia l'archivio, per favore.
Non voglio perdere tempo nei prossimi giorni a sistemare
i tuoi casini. L'avvocato arriver verso le undici. Per
qualsiasi cosa, il numero del mio cellulare  nell'agenda
elettronica. Mandami un messaggio in modo che abbia
il tuo in memoria. E non scervellarti sul testo, per favore.
La met delle ragazze che arriva qui ci mette due ore
prima di spedirlo. Poi mi dicono che non sanno cosa scrivere.
Cristo, sembra che tu gli chieda un componimento
in endecasillabi... - Fa una leggera smorfia di disgusto
afferrando la maniglia. - Basta che me ne mandi uno
entro dieci minuti, anche vuoto. Stai tranquilla che ti
riconosco.

  Dopo aver trascorso il fine settimana a studiare il manuale,
passo le prime due ore in ufficio a smontare le parti
mobili della macchina del caff, pulire i filtri, controllare
le guarnizioni e risciacquare il tubo erogatore lasciando il
rubinetto sotto il getto dell'acqua almeno un paio di minuti
per essere certa che sia perfettamente pulito.
  Mi faccio tre caff e li mando gi in un sorso. Voglio
essere sicura che siano all'altezza. E non ho bisogno di
questo per diventare pi nervosa di quanto gi non sia. Mi
sembrano buoni, l'ultimo meglio del primo, ma non sono
un'esperta e non mi sento tranquilla.
  Alla fine Lepore, che  arrivato circa un quarto d'ora
fa parlando al cellulare e mi ha fatto solo un gesto di saluto
passandomi accanto, mi chiama nel suo ufficio.
  Faccio un caff anche per lui, busso ed entro. Lui sta
ancora parlando. Ascolta, perlopi, e fa qualche verso di
approvazione ogni tanto.
Mi avvicino e deposito la tazzina davanti a lui.
  L'aveva fatta tanto lunga con questa storia del caff,
che pensavo aspettasse di finire prima di assaggiarlo. Invece
lo manda gi in un sorso mentre parla, senza nemmeno
guardarmi.
  Ci rimango male. Cerco di interpretare la sua espressione
sperando di leggere qualcosa, ma non c' niente da
fare. Non mi guarda.
  Riprendo la tazzina e vado verso la porta, ma lui mi ferma
con un gesto imperioso.
  Resto in mezzo alla stanza come una cameriera colta da
un'improvvisa amnesia, mentre lui discute di un qualche ricorso.
Poi attacca e apre una cartella infilandosi gli occhiali.
- Si sieda, Rosita. Ha parlato con Renata?
  Ubbidisco con la tazzina in mano, sentendomi vagamente
ridicola.
- S.
- Ed  tutto chiaro?
  Per un momento temo che stia per interrogarmi. Provo
a richiamare le indicazioni della Callegari nell'ordine in cui
me le ha date, e non mi viene facile perch ho trascorso
tutta la mattina a pensare solo a quella dannata macchina
del caff, senza studiare l'archivio. Poi mi ricordo che non
ho nemmeno mandato l'sms che mi aveva chiesto. Passer
per fessa come tutte quelle che mi hanno preceduta, e fra
sei mesi far la fine di Giovanna la tarda.
  Cerco una formula non impegnativa che mi permetta
di evitare i dettagli.
  - Penso mi abbia fatto vedere le cose essenziali, magari
potrei fermarmi un paio d'ore nel pomeriggio per capire
meglio come  organizzato l'archivio. Aveva un appuntamento
ed  uscita di fretta. Non sono sicura che abbia
fatto in tempo a dirmi tutto.
- Questo  evidente. O non sarebbe vestita cos.
  La Callegari non mi ha parlato di abbigliamento. Ora
che ci ripenso, forse  per questo che mi guardava in quel
modo. Ma cosa avrei dovuto fare, andare a casa a
cambiarmi?
  Oggi porto l'unica gonna che ho. Blu, con le pince, e mi
arriva al ginocchio. Me l'ha infilata mia madre di nascosto
nella sacca quando sono scesa l'ultima volta a Natale,
anche se avevo cercato di spiegarle che non mi serviva. E
invece una volta tanto aveva ragione lei. Stamattina davanti
all'armadio mi sono resa conto che era l'unico capo
spendibile che possedevo. Sopra ho una camicetta color
panna e un maglione di cotone bianco. Ai piedi un paio di
mocassini neri, senza fiocchi n nappe.
  - Il problema, - riprende lui, -  che vestita in quel modo
dimostra quindici anni. Le mancano solo le trecce ed i
calzettoni. La clientela qui  composta da persone abitudinarie
che non reagiscono bene agli stimoli nuovi, specie in
uno studio legale dove si entra gi predisposti a occuparsi
di faccende noiose. Vedono lo stesso tipo di segretaria da
settant'anni, non mi stupirei se qualcuno pensasse che si
tratta perfino della stessa persona che cambia pettinatura.
Hanno un'idea precisa di come dovrebbe apparire una
donna. Diciamo che danno per scontata la conformit ad
un certo standard decorativo. Lasciamoli nelle loro convinzioni.
Rende tutto pi semplice.
Mi sento spiazzata.
- Ci sono problemi? - chiede.
Inspiro. Abbasso gli occhi. Non voglio che si senta sfidato.
E nemmeno che pensi che non so accettare una critica.
  -  solo che non mi sembrava che Giovanna avesse un
aspetto diverso dal mio, - dico, - a parte i capelli lunghi,
magari, - e mi passo involontariamente una mano sulla
nuca, sfiorandomi la zazzera nera che a malapena arriva
al collo.
Lui si toglie gli occhiali. Mi scruta per qualche secondo.
  Reprimo la sensazione di essere un quarto di manzo
appeso al gancio di una macelleria.
  Lepore distoglie lo sguardo. - Per cominciare si truccava, -
dice a voce bassa, come se volesse concentrarsi per
rievocare l'immagine della sua ultima segretaria e confrontarla
con quella che ha davanti, - niente di pesante, ma
gi questo le eviterebbe di sembrare una minorenne. Le
sue gonne non erano da collegiale, e non portava scarpe
penitenziali. Sono dettagli che nell'insieme fanno la differenza.
Non le sto chiedendo di adottare lo stile di Renata.
Quella  una scelta estrema per la quale bisogna avere il
carattere giusto, - torna ad alzare lo sguardo, - per sono
sicuro che possiamo fare uno sforzo per attenuare questi
eccessi da riformatorio minorile.
Mi sento una mentecatta. Ho gi sbagliato tutto.
  - Mi scusi. Credevo che fosse il caso di adottare uno
stile neutro, - dico per fargli capire che almeno mi ero posta
il problema.
  - Quello non  uno stile neutro, - risponde lui indicando
verso di me con gli occhiali in mano, -  inibito e
anonimo, semmai. E quel che  peggio, specie qui dentro,
 che autorizza gli altri a ignorarla pregiudizialmente. La
preoccupa l'idea di vestirsi da donna? Oppure ha delle riserve,
come dire, di natura ideologica?
Mi sento arrossire.
  - Non credevo di poter essere scambiata per un uomo... -
La mia voce si esaurisce in un pigolio.
  - Non  l'identit di genere che metto in discussione, 
il rifiuto di ricorrere a certi trucchi che possono semplificare
la vita. La mia e la sua, almeno finch lavora qui. Spero
che non abbia resistenze solo perch parliamo di stereotipi.
  Pensavo a lui come a un uomo anticonvenzionale. Uno
che fa cose che non ti aspetti. Sentirlo parlare di stereotipi
mi procura un filo di delusione.
  Forse  una specie di test. Mi sta mettendo alla prova
per vedere se ho un minimo di audacia o sono solo un
sambuco messo l per rispondere al telefono e poco altro.
  - Ha ragione, credo sia un mio limite. La femminilit
vistosa non mi appartiene.
  Infatti non ho niente nell'armadio che possa servirmi,
e di sicuro non ho i soldi per rifarmi il guardaroba. Ma un
problema per volta, non voglio lasciarmi prendere dall'ansia.
  - Lo vedo, s, - dice lui rimettendosi gli occhiali per tornare
a frugare tra i documenti nella cartella. - La maggior
parte delle donne che se ne tengono lontane si giustifica
con scuse di questo tipo. Io credo invece, evangelicamente,
che il peccato si nasconda nelle intenzioni invisibili,
quelle che occultiamo, non in ci che mostriamo alla luce
del sole. E gli stereotipi esistono comunque, che uno li
approvi oppure no. Perci tanto vale servirsene. In fondo
sono utili scorciatoie relazionali.
  - Immagino sia questo il problema. La gente fa presto
a farsi delle idee -. E nel momento in cui pronuncio le parole
avverto una distorsione. Mi sembra di sentir parlare
mia madre.
  Lui comunque ignora il mio ultimo commento e ripete
annoiato: - Scorciatoie relazionali. Vuol dire utili strumenti
che permettono di produrre un effetto voluto senza
doverlo spiegare con parole alla portata dell'interlocutore.
Fanno risparmiare tempo e fatica. Le donne hanno la
fortuna di poter lavorare con molta efficacia sul proprio
aspetto. Anche poche, mirate attenzioni, bastano ad assumere
una maschera che negozia al posto loro la maggior
parte delle relazioni con il mondo, e produce esiti prevedibili.
Vale la pena rinunciare a tutto questo in nome di
un astratto pregiudizio?

  Quando torno a casa alla fine della giornata mi sento
come se avessi passato in studio una settimana. Verso le
quattro la Callegari  rientrata, e Lepore deve averle parlato
della faccenda dell'abbigliamento.  uscita dal suo
ufficio molto innervosita e mi ha chiesto di presentarmi
domani con un quarto d'ora di anticipo, dicendo che pu
passarmi qualcosa che non usa pi. Nessuno dei due ritiene
che io possa avere roba diversa nell'armadio. Il che 
vero, per mi innervosisce che per loro sia cos evidente.
Poi se ne  andata definitivamente senza salutare,
mentre io sfogliavo le cartelle dell'archivio per farmi un'idea.
  Poco dopo  uscito anche Lepore e io sono rimasta sola
tutto il resto del pomeriggio a studiare documenti, senza
osare tirare fuori i miei libri dalla borsa. Il primo giorno
sarebbe stato sfacciato, anche se nessuno mi guardava e
non c' stata neppure una telefonata. Adesso l'unica cosa
di cui ho voglia  un caffellatte bollente e due biscotti.
Imbocco il vicolo del mio condominio accelerando l'andatura.
  Quando rialzo gli occhi dopo aver tirato fuori le
chiavi dallo zaino, mi accorgo che Maurizio  l, appoggiato
al muro accanto al portone, e fuma una sigaretta.
Non riesco mai a spiegarmi come fa a non morire assiderato.
  Esce di casa senza nessuna consapevolezza della
temperatura o degli impegni che lo obbligheranno a stare
fuori al freddo tutta la giornata. Ha addosso un trench
chiaro da mezza stagione ed una sciarpa che non si  neppure
ricordato di avvolgere intorno al collo. Fissa la luce
del lampione che illumina il marciapiede, la gente gli scorre
accanto a piccoli gruppi e gira l'angolo. Lo guardano a
malapena, sono molto giovani, puntano al pub irlandese
che  l vicino.
  Mi fermo per poterlo osservare a distanza senza che lui
se ne accorga. Per quello che mi d, per il tempo ridottissimo
che passiamo insieme, potrei scaricarlo ora e non
cambierebbe quasi nulla. C' quando c', e la maggior
parte del tempo sparisce. Ha una moglie gelosa, un lavoro
opprimente, una casa fuori citt, svariati cani, e tutti pretendono
la sua attenzione. Io invece non pretendo niente,
non so se per generosit o per impotenza.
   per questo che mi  grato e ogni tanto mi cerca. Perch
non insisto e non rivendico, forse per distinguermi da
mia madre che si rivolge a me sempre come se stesse recitando
le tavole della legge dei doveri familiari.
  Lui alza gli occhi e mi vede. Butta la sigaretta e mi viene
incontro. Quando mi sorride mi ricordo perch faccio
tanta fatica a rinunciare al poco che abbiamo.
- Quant' che sei qui ad aspettare? - chiedo.
  - Non so, stavo pensando a certi casini sul lavoro e ho
un po' perso la nozione del tempo. Un quarto d'ora, forse.
Non molto comunque. Sono stato al supermercato ma
mi hanno detto che non lavori pi l.
  - No, infatti. Strano che tu sia venuto proprio oggi.
Sabato  stato il mio ultimo giorno.
- Perch non me l'hai detto? - mi chiede.
  Perch non ti sento da settimane, penso. E forse perch,
anche ora che me lo domandi, la tua testa  troppo
affollata per riuscire a focalizzarti su di me abbastanza a
lungo da ascoltare la risposta. Il che rende del tutto inutile
che io la formuli.
  Infatti i suoi occhi sono gi altrove. Mi prende sottobraccio
e comincia a muoversi, probabilmente per combattere
il freddo. Si stringe le falde del trench sul collo.
  - Perch non lo chiudi, almeno? E la sciarpa? - La tocco,
 un tessuto impalpabile, adatto alla primavera, non
al gelo di stasera. - Almeno falle fare due giri intorno al
collo, a cosa ti serve sciolta cos?
Mi guarda stralunato ed esegue con lentezza i miei suggerimenti.
   talmente scollegato dal suo corpo che non capisce
il senso di quello che dico fino in fondo. Lo fa perch
gliel'ho detto io e si fida di me.  per questo che 
qui. Perch qualcuno si occupi di lui e gli dica copriti.
Oppure hai mangiato? La ragione speculare a quella per
cui a me riesce cos difficile allontanarlo: perch occuparmi
di lui  l'unica cosa che mi sembra di fare bene. Mi fa
sentire preziosa.
  Ma  un vincolo precario e instabile. Per lui  bello che
mi preoccupi; per me, in mancanza di meglio,  bello fare
a lui quello che vorrei che qualcuno facesse a me. Rimaniamo
vicini per una sorta di osmosi emotiva, siamo incapaci
di resistere seriamente agli eventi, e potremmo finire
per allontanarci senza capire nemmeno perch. Fluttuo
in questa storia sapendo che pu finire in ogni momento.
Tutto quello che c'  qui e ora. Per noi due non  praticabile
nessun'altra dimensione.
  Per sono contenta di vederlo, e di potergli raccontare
del nuovo lavoro.
  Gli accarezzo la guancia gelata. - Vuoi venire su? Non
ho molto da offrirti, ti avverto. Mi pare ci siano delle zucchine
ed una melanzana, e posso rimediare della passata di
pomodoro. Forse riesco a cucinarti un piatto di pasta.
  Lui si avvicina di pi, mi sfiora la schiena, mi stringe
i fianchi e si struscia contro di me. - S, voglio salire, ma
non ho molto tempo. Mi perdoni se non mi fermo a cena? -
mi chiede appoggiando la sua fronte alla mia.
  Ecco. Questo  tutto quello che abbiamo. La concentrazione
degli affetti in microscopici spazi. Forse perch l'affetto
da comprimere non  granch, o perch in mancanza
di alternative lo potiamo senza garbo ogni volta che manifesta
l'urgenza di crescere.  un amore da piccoli coltivatori.
Un minuscolo orto urbano di sesso e sentimenti bonsai.
  Con la ristrettezza per ho familiarit. Questo c', e
me lo faccio bastare.
...
5.

  La Callegari mi scannerizza dalla testa ai piedi, poi mi
gira intorno.
  Vista da sotto, che  la mia prospettiva naturale perch,
a parte i bambini, quasi tutti sono pi alti di me, troneggia
come una specie di amazzone urbana. La cosa di lei che
mi impressiona di pi  il fatto che sia truccata in modo
professionale alle otto e quaranta del mattino.
  Mi afferra per le spalle e mi gira di centottanta gradi
come se dovesse prendermi le misure di una giacca.
  Siamo nell'archivio dello studio. Si accede da una porta
accanto all'ingresso che nei giorni scorsi non avevo notato
perch  nascosta da un pannello di legno su cui sono agganciate
tre batterie di faretti.  una stanza grande, senza
finestre. Due pareti sono occupate da scaffalature in metallo
piene di rilegatori in cartone rigido impilati fino al
soffitto. In fondo ci sono un paio di armadietti, una panca,
e un bagno minuscolo con un box doccia da due soldi.
Niente a che vedere con il bagno elegante del corridoio, a
disposizione dei clienti.
  - Se ho tempo vado a correre, - mi ha detto la Callegari
quando siamo entrate, mostrandomi la sua sacca da
runner sul pavimento che era gi l. - Non toccare mai la
mia roba, per favore.
  Non mi sono stupita. Un fisico come il suo non poteva
essere solo il risultato di una genetica felice. Si vede che
gli dedica tempo e risorse.
Appoggia per terra la busta che si  portata da casa.
  - Il problema  che sei troppo magra, - dice tirando fuori
il contenuto. Le stesse parole che ripete sempre mia madre.
  A parte questo sono talmente diverse l'una dall'altra
che mi viene da ridere.
- So cucire abbastanza bene, - dico.
   una delle cose che sono stata obbligata ad imparare e
che pensavo non mi sarebbe mai servita a niente, invece.
La Callegari tira fuori un paio di gonne, una beige e l'altra
nera, poi mi fa girare di nuovo su me stessa.
  - Dovrai per forza. Se ti metti addosso questa roba senza
nessun adattamento sembrerai vestita con un sacco. E
l'avvocato non sar contento. Io porto la quarantadue, ma
tu sei una che naviga nella quaranta -. Alza una delle due
gonne verso l'alto. - Questa forse  pi piccola, dovrebbe
andarti con poche modifiche.
  Gliele tolgo dalle mani. - Non si preoccupi, posso sistemarle
tutte e due, anche la pi grande.
  Lei ricomincia a rovistare mentre io mi appoggio la
gonna nera all'altezza della vita per farmi un'idea della
lunghezza. Per fortuna non sono particolarmente corte, e
comunque su un'altezza come la mia dovrebbero arrivare
almeno al ginocchio. Indossare una minigonna aggressiva
mi farebbe sentire a disagio.
  La Callegari prende dalla busta anche due maglie a maniche
lunghe, una camicia bianca e un pullover viola con
lo scollo a V molto profondo.
  Lo guarda stupita. - E questo com' arrivato qui? L'ho
cercato per mesi, deve essere finito in fondo alla busta -. E
con estrema naturalezza si toglie il maglioncino che indossa
rimanendo in reggiseno. Poi infila le braccia nel pullover,
uno dopo l'altro, mentre si sposta di fronte allo specchio
sopra il lavandino. Il pullover si incastra da qualche parte
e mi d il tempo di osservarle la schiena. Ha un tatuaggio
piuttosto grande. Un drago ricoperto di scaglie verdi che
si insinua tra la scapola destra e la sinistra.
  Quando riesce finalmente a tirarsi fuori dallo scollo, la
Callegari si accorge del mio sguardo nel riflesso dello specchio,
e fa un sorriso obliquo.
  - I tatuaggi sono collegati a comportamenti a rischio, -
dice ammiccando verso di me.
- Scusi?
  - Non lo dico io. Lo dicono le statistiche. E scommetto
che anche tu l'hai letto da qualche parte, o magari l'hai
studiato in un esame di psicocazzate. Cos ora ti fai delle
domande: che genere di rischio potrebbe adattarsi a una
come lei?  per quello che mi guardi con gli occhi fuori
dalle orbite, no?
  - Veramente no. Anche se in effetti non mi aspettavo
un tatuaggio, soprattutto di quelle dimensioni. E forse
nemmeno il soggetto.
  - Perch, che genere di soggetto avresti trovato
appropriato?
- Non ne ho idea. Per questo  notevole.
  Lei si guarda per vedere come le cade il pullover di profilo,
e poi, girando la testa, dietro le spalle.
  - Sei la prima persona che non mi domanda come sono
riuscita a sopportare il dolore. Almeno apprezzo
l'originalit.
Non mi ha nemmeno sfiorata una domanda del genere.
  Come si fa ad avere dubbi sulla sua capacit di tollerare
il dolore?  cos evidente che inizio a pensare che mi
piaccia. Non sar affabile, ma almeno d l'idea di sapere
quello che vuole e di ottenerlo con poco sforzo. Una qualit
che le invidio.
  - L'avvocato mi ha lasciato un appunto per te, - mi dice,
- per questa settimana ti fermi in studio e familiarizzi
con le procedure. Dal prossimo luned puoi iniziare ad
andare in giro per le raccolte firme. Ti ho gi preparato
nomi, indirizzi e fascicoli sulla scrivania. Comincia a studiare.
Sono tutte donne, faccende relative a pratiche di
divorzio o separazione. Accordi economici, perlopi -. Si
sfila il pullover e si rimette il maglioncino. - La prima 
la Pincherle, una vecchia cliente, sta' attenta a come ti rivolgi
a lei. Non le piace venire fino a qui.  lunatica, pu
essere amichevole o aggressiva, dipende. In ogni caso  un
problema tuo. Oggi, quando hai finito, vai a casa e sistmati
questa roba. Sulle scarpe dovrai arrangiarti, io porto
il quaranta. Tu, cosa? Trentacinque? Trentasei? Ce l'avrai
qualche amica che possa prestarti un paio di dcollet decenti,
no? Se ti vanno larghe, puoi imbottirle di ovatta.
  Trovare le scarpe adatte  il problema minore.  metterle
che mi preoccupa, specie sul parquet dello studio
che scricchiola ad ogni minima sollecitazione. Con i mocassini
sembra di camminare su un cimitero di cicale,
non riesco a immaginare l'impatto sonoro di un paio di
scarpe pi impegnative. La Callegari lo fa tutti i giorni,
certo, ma  come dice Lepore: ci vuole il carattere giusto,
e io non ce l'ho.
  Lei non si preoccupa di essere notata. Vuole che tu la
veda e che la lasci passare. Io invece respiro liberamente
solo quando sono invisibile.
  La Callegari infila tutto di nuovo nella busta. Aggiunge
anche il pullover che ha provato di fronte allo specchio.
Se ne sbarazza e me la consegna.
  - L'avvocato dice che devi farmi avere un prospetto
con i tuoi orari di presenza per il prossimo trimestre -.
Mi sembra che mi guardi male, forse non si spiega quel
privilegio inaudito.
Faccio s con la testa.
  - Cerca di darmelo prima di gioved, ho bisogno di anticipo
per pianificare la settimana.
  Prima di uscire allunga la mano verso l'interruttore della
luce e si ferma un attimo, come se l'avesse sfiorata un
pensiero improvviso. Si gira. Penso che in qualche modo
somiglia al suo drago tra le scapole, e comincio a capire
perch se l' fatto tatuare.
  - Tanto perch tu lo sappia, il mio rischio  il sesso, -
dice trascinando le s. Per un momento ho l'impressione
che scherzi. Invece fa sul serio. Non  il genere di donna
che potrebbe tirare fuori una battuta in una circostanza
simile, e certo non con me.
  Ci resto male, proprio ora che iniziava a piacermi. Non
per quello che ha detto - se scopa in giro con chi le pare
sono fatti suoi - ma per la volont puerile di scandalizzarmi.
Ci tiene a farmi sapere che non fa sesso per divertirsi.
Fa sesso perch sia chiaro che non avr mai niente in comune
con quelle come me.

  La mia prima settimana in studio trascorre quasi in
solitudine.
Sono devota al nuovo lavoro, un soldatino efficiente.
  Studio lo schedario voce per voce, e perfeziono la formula
di risposta telefonica e quella di accoglienza del cliente
che si presenta alla porta.
  La fatica pi grossa la faccio per abituarmi ai vestiti. A
sistemare le gonne non ci ho messo molto, ma imparare a
portarle, insieme alle scarpe che mi sono procurata al mercatino
di Prato della Valle, mi costa fatica.
  Resto seduta pi a lungo possibile, e se devo alzarmi
mi muovo con molta prudenza. Anche in questo mi applico.
Quando non c' nessuno faccio delle prove e cammino
avanti e indietro nel corridoio cercando un assetto sostenibile
che non sia ridicolo.
  Il giorno della prima uscita per la raccolta delle firme
sono quasi a mio agio.
  C' un bel sole. Fuori ci sono otto gradi ma non sembra
troppo freddo. Passo in studio a raccogliere il faldone dei
documenti preparati il giorno prima, e mi metto in moto.
  Annamaria Pincherle abita in un edificio austero in via
Altinate. Ho dato uno sguardo al suo fascicolo e mi sono
fatta dire qualcosa di pi dalla Callegari, estorcendole spiegazioni
che non era tanto contenta di darmi.
  I documenti riguardano la divisione di alcune propriet
tra lei e l'ex marito, e la liquidazione finale dopo il divorzio.
La Callegari  rimasta abbottonata sui dettagli. Ha
detto solo che Lepore rappresenta la moglie, ma che per
molti anni  stato l'avvocato di famiglia. Poi al momento
del divorzio il marito se n' scelto un altro. Non so se la
separazione sia stata consensuale o agguerrita, o da quanto
tempo si trascini in tribunale. Per ho un'idea abbastanza
precisa dell'entit delle cifre e del valore degli immobili.
Che mi ha fatto una certa impressione.
  L'appartamento  all'ultimo piano. Suono, immaginando
che mi aprir qualcuno del personale di servizio. Invece
alla porta si presenta una donna che emette un alone di
dominanza inequivocabile.
  - La signora Pincherle? - chiedo. Lei ammicca. - Sono
Rosita Mul, ci siamo sentite al telefono un'ora fa. Vengo
da parte dell'avvocato Lepore. Mi scuso per il disturbo
ma ho alcuni documenti urgenti che dovrebbe firmare, e
l'avvocato voleva evitarle il fastidio di venire in studio.
Lei si sposta per lasciarmi entrare. La seguo, mi fa strada.
  La osservo di sottecchi mentre passiamo accanto a una
grande specchiera lungo il corridoio.
  Dimostra almeno dieci anni pi di quelli che ha, il che
 strano per una donna con le sue possibilit economiche, e
non  comunque giovane.  alta, grossa e apre e chiude
il pugno in fondo al braccio destro che tiene aderente
ai fianchi.
  Ha un seno enorme che le arriva quasi sotto il mento
ma non le d affatto un aspetto materno. Al contrario, la
rende incombente e minacciosa come se indossasse un'armatura
da torneo. Porta una vestaglia di seta azzurra lucida
che emette un tenue bagliore, e delle pantofoline in
contrasto col suo fisico da bodyguard.  anche truccata.
Ma sulla sua faccia fa un effetto da clown triste, come
se le avessero rovesciato addosso una secchiata di colore.
  Si ferma in mezzo al salotto. Sembra che si ricordi di
qualcosa all'improvviso. Si gira verso di me.
  - L'avvocato Lepore. Sono diversi giorni che provo a
parlare con lui. Non mi risponde mai.
  Ripenso alle indicazioni che la Callegari mi ha dato il primo
giorno. Non ti sbilanciare. Non fare previsioni. Non
dare informazioni a meno che non siano molto generiche
o l'avvocato non ti abbia chiesto espressamente di farlo.
  -  molto occupato. Nemmeno io lo incontro da giorni.
 possibile che abbia avuto qualche contrattempo. Appena
lo vedo comunque far presente che ha urgenza di parlargli.
Lei annuisce, sconsolata, e riprende a camminare.
  Attraversiamo in silenzio l'appartamento che probabilmente
occupa l'intera pianta del palazzo. La donna ogni
tanto si gira e mi fissa con occhi da mucca al macello per
accertarsi che la segua, si stringe le falde della vestaglia
sul collo, e riprende a camminare lasciandosi alle spalle un
paio di saloni che non finiscono mai.
  Cerco di non guardarmi troppo in giro per non sembrare
indiscreta, ma  difficile perch non ho mai visto una
casa cos. Accanto a un cassettone non riesco a evitare di
far scorrere lo sguardo su una fila di foto incorniciate
di grandezze diverse. Sembrano messe in ordine apposta
per illustrare una storia di famiglia, dal bianco e nero al
colore. Vestiti che cambiano d'epoca, pettinature femminili
montate come meringhe che pian piano si sciolgono
passando dagli anni Settanta ai Novanta. Donne e uomini
prima giovani, poi sempre pi appesantiti. Bambini che
crescono in altezza. Il caleidoscopio di una famiglia felice.
Tutti sorridono. Riconosco anche la foto del suo matrimonio,
una sposa sorridente e giovanissima appoggiata
ad una ringhiera, sullo sfondo quella che mi sembra la baia
di Napoli, e accanto a lei il marito che ora sta per lasciarla
ricca e sola.
  Alla fine entriamo in uno studiolo spoglio, con le serrande
abbassate ed una piccola scrivania contro il muro.
  - Vuole qualcosa, cara? - mi chiede. Il suo sguardo  ipnotizzato
dal fascio di fogli che ho in mano. Sta tremando.
  -  sicura di stare bene? Non  meglio che si sieda? -
domando.
  Lei distoglie gli occhi e si insacca su se stessa. Le spalle
le cadono verso il basso in un gesto di annichilimento repentino.
Ho paura che crolli sul pavimento.  un'anima
in pena cui la spina dorsale  stata sfilata via come la lisca
da un pesce.
  La sostengo con difficolt -  il doppio di me - accompagnandola
ad una sedia dove si abbandona a corpo morto.
Per farlo, sono costretta a lasciare andare il fascicolo delle
carte, che cadono in terra e si sparpagliano sul pavimento.
  Lei scoppia a piangere. - Mi dispiace tanto... - Porta
al viso una mano piena di anelli.
  - Non si preoccupi, - rispondo rimettendo insieme i
fogli. - Non  successo niente.
  Ma lei non si ferma. Il pianto si trasforma in un singhiozzare
dirotto. Non fa che ripetere mi dispiace, mi
dispiace, fino a quando non diventa chiaro che tutto nasce
da una sorgente di dolore profondissima e impossibile
da arginare.
  Appoggio le carte sulla scrivania e mi siedo accanto a
lei. Le prendo la mano. I singhiozzi rallentano, comincia
a balbettare parole smozzicate. Farfuglia in mezzo alle lacrime,
e intuisco che condivide con me brandelli di vita
familiare. L'ho sempre amato, ripete in continuazione.
Per non si poteva andare avanti cos. Non la interrompo,
a parte una volta per chiederle se posso portarle
un bicchier d'acqua. Mi risponde di no, che non ha bisogno.
Vorrei dirle qualche parola di conforto per alleviare
la sua pena, ma stonerebbe. Forse la cosa migliore  restare
seduta vicino e ascoltarla.
  Alla fine si riprende. Fa due lunghissimi sospiri un po'
sincopati per recuperare aria nei polmoni.
  - Scusi, - dice alla fine. Appoggia il palmo delle mani
sugli occhi. Ha il naso violaceo, la faccia disfatta dal pianto,
il trucco pesante che cola.
  La vestaglia si apre appena, scoprendo una guaina color
carne che le arriva fino a met coscia, rigida e inamidata
come quella che portava mia nonna. Sar per questo che
sembra cos massiccia.
Intorno alla scollatura intravedo la pelle appassita, rugosa.
Sento la sua pena, l'annullamento.
  All'improvviso si alza e si allontana. Torna subito con
una foto in mano. L'avevo gi notata prima sul cassettone
insieme alle altre,  quella del matrimonio, i due sposi
sullo sfondo della baia. Me la porge.
- Eravamo belli?
  Prendo la foto, annuisco. Ha bisogno di qualcosa che
l'aiuti a coprire la distanza abissale che la separa dalla sposa
che  stata, e di cui rimane solo l'impronta scolorita nella
foto di una coppia appoggiata ad una ringhiera che affaccia
sulla baia di Napoli. Deve essere questo che la annienta.
L'incapacit di comprendere come sia stato possibile arrivare
a tanto.
Appoggio la foto sul tavolo.
- Cosa devo fare? - mi chiede.
  Non so cosa risponderle. Lei capisce che ho frainteso
la domanda. Sorride.
  - Non parlo della mia vita. Dico dei documenti. Cosa
vuole che firmi?
   tornata ragionevole, una donna adulta nel pieno possesso
delle sue facolt.
  Le spiego tutto con calma. - Se ha bisogno di tempo
per leggere posso aspettare.
  Mi fa segno di no. Le rimane l'energia per un minimo
sforzo.
  - Non voglio leggere niente. Mi indichi solo il punto,
per favore.
  Mi faccio avanti con il fascicolo e per aiutarla le porgo
un foglio per volta. Lei firma, docile, tirando su con il naso.
  Quando abbiamo finito rimetto tutto insieme e chiudo
la cartella. Le domando se vuole che chiami qualcuno ma
lei scuote la testa.
  Le porgo la mano. Mi sembra un gesto freddo, inadeguato
per tutto quel dolore, ma cos'altro posso fare?
  Lei ricambia. La sua stretta  umida e caldissima, e ha
un accenno di forza, come se malgrado tutto avesse deciso
di resistere.
  - Sto bene, - dice. - Se non le dispiace per non l'accompagno
alla porta.
  Le clienti che visito dopo la Pincherle hanno reazioni
meno violente ma non troppo diverse. Ogni volta che mi
siedo e tiro fuori i documenti vengono assalite dai ricordi.
  Qualcuna si autocommisera e se la prende con se stessa,
molte vanno in cerca della mia solidariet come se potesse
alleggerire il peso. Pi di una mi dice  donna anche
lei, mi pu capire. Una frase che mi fa un effetto strano,
come se essere donna volesse dire appartenere a un club.
Tutte accennano alle angherie che ritengono di avere subto,
e mi salutano quasi con affetto. Il fatto che le ascolti
 un conforto. Forse nessuno le ascolta mai.
  Solo l'ultima, che  anche la pi giovane, si rivela molto
diversa.  una ragazza incolore di venticinque anni. Tutto
il tempo che passo con lei lo impiega ad insultare il marito
mentre guarda la figlia che tiene in braccio, facendo le vocine
e strusciando il suo naso contro quello minuscolo di
lei. Quel porco. Quel grandissimo, schifoso maiale, dice
canticchiando. La bimba  un fagottino pieno di capelli. La
madre le passa il dito sulle labbra di ciliegia, sembra che
sussurri una ninnananna inventata apposta per lei, invece
 una fiaba familiare piena di rancore per l'uomo che l'ha
messa al mondo, rivestito dallo zucchero candito dell'intonazione
amorosa della mamma. Ho dovuto distogliere
lo sguardo dalla bimba che scuoteva le mani minuscole e
rideva come una campanellina, ignara di tutte quelle scorie
tossiche che stava assorbendo.
  Torno in studio per lasciare i documenti prima di andare
a casa. Ormai  quasi ora di pranzo. Deposito il faldone
sulla scrivania e sto per uscire quando la luce della
linea interna del telefono si accende.  Lepore, si vede
che mi ha sentita rientrare.
- Non vada via. Devo farle qualche domanda.
Sembra calmo, ma la sua richiesta mi rende nervosa.
  - Mi porti i documenti che ha fatto firmare stamattina.
Voglio discutere con lei di alcune cose.
  Riprendo il fascicolo. Non riesco a immaginare di cosa
voglia parlarmi, considerando la mia totale incompetenza
sul diritto di famiglia.
  Lui mi aspetta seduto in poltrona e mi fissa con un'attenzione
che non gli avevo pi visto dal giorno in cui sono
stata in casa sua. Da quando ho cominciato a lavorare
qui mi ha ignorata, lasciando che la Callegari facesse da
intermediaria ad ogni nostra comunicazione. Cosa che mi
sta benissimo.
Allunga una mano per prendere il faldone che gli porgo.
  Apre la prima cartella, si mette gli occhiali e inizia a
sfogliare le carte. Non mi invita a sedermi. Per un paio
di minuti studia la documentazione e non dice una parola.
La densit del silenzio  cos piena che riesco a sentire
l'acqua gorgogliare dentro i termosifoni.
Poi alza la testa.
- Allora, cosa mi dice di Annamaria Pincherle?
  Questo mi fa tornare in mente che avevo promesso alla
donna di parlargli.
  - Sono abbastanza sorpresa che abbia trovato la forza
per firmare, era molto turbata.
  - Sono sorpreso anch'io. Credevo fosse pi resistente, -
e mi fa segno di continuare.
  -  una persona molto infelice, - aggiungo, anche se
non sono sicura che sia un'osservazione del tutto appropriata,
dato il contesto. Lepore sorride.
  -  una persona gravemente bipolare. Si vede che l'ha
colta nella fase depressiva. Buon per lei, a Giovanna  andata
peggio.
- Aveva bisogno di parlarle.
  - S, immagino. Sono mesi che mi tormenta ai limiti
dello stalking. Ragionare con lei  impossibile. Non vuole
la soluzione pi efficace sul piano del diritto. Vuole che
qualcuno le restituisca la vita che ha perso. O almeno un
responsabile su cui infierire. Un cadavere per placare la
rabbia. Tutte cose che non posso darle.
  - A me  sembrata piuttosto rassegnata, invece. Mi ha
detto di aver provato spesso a contattarla negli ultimi giorni.
Lepore annuisce con fastidio, sollevando le sopracciglia.
  - Spesso  un eufemismo. Mi ha chiamato ininterrottamente.
E io non le ho risposto, non c'era nessun
motivo per farlo. Le ho gi spiegato almeno tre volte tutto
quello che doveva sapere per concludere la transazione nel
migliore dei modi, - replica, - che  il mio unico obbligo
professionale. Non sono il suo psicoanalista. E poi ormai
ha firmato. Non vedo perch perdere altro tempo -.
Getta con noncuranza la cartella sul tavolo.
  Il gesto brusco mi disturba, lui se ne accorge. Si rianima
e questo all'apparenza dissolve il suo malumore.
  - Il nostro fiorellino di campo si  fatto commuovere
da una vecchia in disarmo?
  Ci metto qualche secondo a capire che sta parlando di
me. Fiorellino di campo. Vecchia in disarmo. Espressioni
talmente inappropriate che penso di avere sentito male.
  - Non mi stupisco, - dice. - Sono circostanze che nelle
donne attivano sempre moti di partecipazione. Ma non
si sopravvaluti, quella che prova non  piet. Per la Pincherle
o per le altre.  solo la paura che prima o poi cpiti
qualcosa di simile anche a lei. Inoltre c' la coesione di categoria
contro il maschio, - sottolinea. - Un tema di grande
effetto, che compatta tutte le donne di ogni ordine e grado.
  Ci rimango come un'allocca. Non l'avevo mai sentito
esprimersi in modo cos crudo. Era stato distaccato,
magari rigido. Questo per  un approccio corrosivo. Il tono
di voce  pi stridulo del normale, come se avesse allentato
il controllo sulla morbida vibrazione abituale. Ce l'ha
con la Picherle, certo. Ma non solo, visto che mi include
nel paniere perch sono donna.
  La sua attenzione  tutta concentrata su di me. Il teatrino
del mio imbarazzo lo diverte.
  - Si  fatta conquistare? - dice. - Magari le ha perfino
fatto compagnia per lasciare che sfogasse tutta la rabbia
che prova.
  Non mi sembrava rabbia, penso. Per mi sforzo di replicare
come se fosse una normale conversazione da ufficio.
  - Non mi ha detto molto di s, - mento. - A parte la
richiesta di parlare con lei.
  - E le altre? - chiede riprendendo in mano i fascicoli
e scorrendo i nomi. - Mi pare difficile che non le abbiano
raccontato nulla. Nessuna ha sputato veleno sulla fine
della relazione?
Apre una cartella e tira fuori un foglio.
  - Luciana Lodato. Questa, per esempio, era molto
promettente.
Promettente? Che vuol dire promettente?
Lui continua. - Una donna giovane, con una figlia piccolissima.
Non mi dica che ha firmato senza dire una parola,
serena e composta nel suo dolore.
  Per la prima volta ho la vaga percezione che dietro la
sua apparenza cos elegante ci sia qualcosa di intrinsecamente
volgare. Un grosso macellaio del diritto che pesa
sulla bilancia un chilo di frattaglie avvolte in un foglio di
carta oleata.
  Mi chiedo cosa succederebbe se mi alzassi e me ne andassi
senza rispondere. Rinuncio solo perch credo di non
potermelo permettere.
  - No, lei in effetti mi ha raccontato qualcosa, - dico
sottovoce.
- Sentiamo. Non si faccia pregare.
  Provo a cercare una via d'uscita ma non la trovo. Lui vuole
acuire la mia condizione di disagio. Non considero nemmeno
la possibilit di mentire, se ne accorgerebbe.
Gli faccio la cronaca asciutta di quello che ho sentito.
  Mentre ne parlo mi rendo conto che tutte le clienti da cui
mi ha mandato sono nella stessa situazione, affrontano un
divorzio conflittuale, e forse non  una coincidenza.
  Non mi piace dover parlare della loro disperazione senza
riuscire a essere solidale fino in fondo. Perch in qualche
caso ho provato disagio, e temo lo sappia anche Lepore.
Sentivo che si portavano dentro qualcosa di irrisolto, un
odio viscerale e malsano.
  Si accorge che il mio resoconto monocorde  un tentativo
di fuga, e mi blocca.
- Le ha trovate convincenti?
  Tento ancora di non sbilanciarmi, e non dirgli quello
che penso davvero. E cio che, a parte la Pincherle che era
disperata, tutte le altre mi sono sembrate tristi, e al tempo
stesso sorde ed intrappolate dal rancore.
  - Non so se volessero convincermi di qualcosa. Magari
era solo un modo per sfogarsi di un abbandono.
Lepore ride.
  - Rosita, - mi dice, - lei sarebbe commovente se non
fosse chiaro che sta solo cercando un modo onorevole per
uscire da questa situazione -. Poi gira la testa infastidito.
- Del resto  sempre cos che sostenete questa sorta di
pubblica rappresentazione che vi assolve a vicenda, no?
Dimostrando una solidariet d'ufficio le une con le altre,
come se foste parte lesa per definizione, e non ci fosse mai
una colpa, o una responsabilit. Un modo efficace per approfittare
dei benefci di una debolezza biologica, e sfruttarla
in maniera selettiva quando fa comodo.
  - Sono donne che hanno perso qualcosa, - gli dico con
insofferenza. -  difficile non provare dispiacere per loro.
  - Io non ho mai avuto simpatia per chi  responsabile
delle sue miserie. Ne ho viste a decine, in quarant'anni di
attivit. Il giorno in cui arrivano da me sono obbligate a
giocare a carte scoperte, perch devono affrontare il fallimento.
Sono tutte uguali, anche quando credono di essere
autonome, e magari ciniche. Sembrano indipendenti sul
lavoro, ma non riescono mai a emanciparsi davvero quando
si parla di relazioni, quello  il campo in cui finiscono per
delegare sistematicamente la loro identit ad un uomo, e la
felicit ad un protocollo. E appena si presenta la necessit
di affrontare un imprevisto - perch la vita fa cos, non
tutto va come uno si immagina, e non  sempre un male -
decidono che non si pu pi andare avanti. Neppure
il tempo di farsi una domanda, di chiedersi se quello che
dicono di desiderare coincide con ci che vogliono davvero,
o non piuttosto con l'ossessione di corrispondere a
tutti i costi a uno stereotipo arcaico. Macch, si decreta
subito il fallimento della relazione, e a quel punto c' un
solo colpevole che deve pagare per tutto, anche per quello
che non gli compete.
Si ferma, forse aspetta una replica.
  - Non  d'accordo? Pu dirlo. Reggo bene il
contraddittorio.
  Sono certa che l'ultima cosa al mondo che desidera 
il confronto. Piuttosto, sembra un uomo che sale su un
palco e pretende di essere ascoltato, ma come faccio a dirlo?
  - Sono situazioni di cui ha fatto esperienza diretta anche
lei. In fondo, - dice, in tono amichevole, - perfino
sua madre  una donna di questo tipo. Suo padre  morto,
d'accordo, in questo caso l'impianto accusatorio  meno
lineare. Ma non  lui che considera responsabile, quando
le rinfaccia di essere andata via di casa con i soldi che le ha
lasciato? Non  suo padre che ha distrutto il nido che lei
aveva invece costruito, e che la confermava nel suo ruolo
di moglie e madre esemplare?
  Trattengo la rabbia, perch so che mia madre  proprio
quel tipo di donna, ma lui sta parlando della morte di mio
padre con cattiveria gratita, usando informazioni che gli
avevo dato in confidenza.
  - Non so se tutte le donne siano cos, - balbetto. - Alcune,
forse, certo.
  Mi interrompe brusco. - Se lei avesse idea di quanto fattura
il mercato dei matrimoni tradizionali, intendo quelli
con una precisa ritualit feudale e certi sfondi da Alto Medioevo,
dovrebbe ammettere che non abbiamo fatto molti
passi avanti nell'immaginario femminile della famiglia. E
per conseguenza nelle aspettative.
  Che pomposo coglione. Approfitta della sua posizione di
forza perch sa che non posso rispondergli come vorrei. Ma
la carica di disprezzo con cui si  rivolto a me finora  troppo
urticante e troppo personale. Sta colpevolizzando anche
me perch sono qui con lui. Non ce la faccio a stare zitta.
  - Io conosco anche donne con ambizioni diverse. Capaci
di valutare una relazione per quello che , di non delegare
niente a nessuno, e di assumersi la loro parte di responsabilit
del fallimento, se necessario.
  Lepore fa una smorfia, carica di sarcasmo. Si alza e si avvicina
alla finestra, poi mi fa segno di avvicinarmi anch'io.
Obbedisco, cercando di conservare una minima distanza.
Guardo nella direzione che mi indica.
  L'appartamento fa un angolo a L ed occupa due lati
dell'edificio. Dalla finestra del suo studio si vede l'ufficio
della Callegari, che deve essere appena arrivata perch
si sta togliendo il cappotto. Sulla scrivania ha appoggiato
il casco dello scooter con cui va e viene dal Palazzo di
Giustizia. Porta un vestito rosso che si nota a trenta metri
di distanza. I capelli legati in uno chignon sulla testa
le danno un'aria austera, da busto greco. Ogni movimento
che fa  preciso e pulito. Non c' niente di superfluo,
niente che non sia funzionale al risultato. Con un unico
gesto fluido passa dietro la scrivania, scivola sulla sedia,
apre il laptop sul tavolo e afferra una cartella dallo scaffale
dietro di s. Si concentra nella lettura riportando qualche
appunto sul computer.
  - Cosa mi dice di Renata? - mi sussurra Lepore. - Una
donna risoluta, vero? Intimidisce sempre le mie segretarie,
e alcune delle mie clienti. Potrebbe essere l'esemplare
che ha appena descritto. Il tipo determinato che si assume
le sue responsabilit e che conta solo sui propri mezzi.
  Aspetta per vedere se approvo. Siccome non lo faccio,
va avanti.
  - Invece  una variante evoluta dello stesso esemplare
di succube. Ha lavorato per anni a costruirsi un'immagine
professionale solida. Pensava di essere inattaccabile,
ma ha fatto lo stesso errore che fanno tutte. A un certo
punto ha incontrato un uomo poco affidabile e l'ha puntato
solo perch lui aveva un mediocre successo e rinforzava
positivamente la sua immagine di donna in carriera,
quindi ha smesso di far conto su se stessa. Poi, appena la
storia ha deragliato, si  liquefatta. Come le altre.
Peggio delle altre.
  Ha una faccia distesa, appagata. Si accorge che lo osservo,
e sfarfalla le dita della mano destra a richiamare
qualcosa di impalpabile e privo di sostanza. - Una nullit... -
sussurra.
Torna alla scrivania a passi lenti.
  - Suo padre mi ha fatto una telefonata in piena notte
qualche anno fa. Era disperato, - e con un gesto del capo
indica di nuovo la Callegari, - lei era una praticante.
Rischiava una denuncia penale che le avrebbe rovinato la carriera
prima ancora che cominciasse. Ha passato sei mesi a
tormentare l'uomo che l'aveva lasciata a poche settimane
dal matrimonio, per un'altra uguale a lei, la sua copia carbone.
 crollata come una bambola di pezza. Appena ha
perso il controllo della situazione, s' accorta che la scorza
d'acciaio che credeva fosse la sua forte personalit, - pronuncia
le parole con cura particolare, un insulto studiato,
- era, nella migliore delle ipotesi, un disturbo ossessivo, e
che a parte quello non aveva altro su cui contare. Ha fatto
l'errore di tamponare con un uomo il nulla che aveva dentro,
e quando lui l'ha lasciata non  pi riuscita a tenersi
in piedi. Gli telefonava cento volte al giorno, l'ha minacciato
di andare alla Finanza per raccontare cose poco limpide
sui suoi affari. Una sera la polizia l'ha trovata ubriaca
in vestaglia sotto il suo portone. Aveva tirato cinque o sei
bottiglie di vodka contro l'ingresso, quando l'hanno arrestata
era attaccata al citofono a insultarlo. Ha aggredito
anche i poliziotti che cercavano di farla ragionare. L'hanno
portata via di peso. Ha rischiato grosso.
  La sua voce si abbassa di tono, finora si  divertito, ora
torna ad indossare la maschera della rispettabilit. - L'ho tolta
dai guai. Mi odia per questo. Ma sa quello che mi deve.
Avr notato quanto  devota allo studio. Ora si vendica di
lui, di me e del mondo adottando uno stile di vita piuttosto
promiscuo, o almeno cos mi dicono, - sorride senza
empatia, la caricatura esangue dell'uomo di mondo. - Ma
a me non interessa. Finch qui lavora bene pu buttare
via la sua vita nel modo che preferisce.
  Mi ostino a tacere. Non ho altra scelta che tenermi in
bilico, a margine di questa conversazione.
  Lepore si alza di nuovo in piedi e comincia a camminare
avanti e indietro, poi si ferma al centro della stanza.
- Sa perch non sono ancora in pensione?
Scuoto la testa.
  - Perch mi diverto moltissimo. Le femmine sono animali
interessanti.
  Femmine. Il termine mi disturba come un'unghia che
gratta sulla lavagna.
  - E questo studio  un punto di osservazione privilegiato
per elaborare statistiche comportamentali. Mi affascina il
modo in cui la maggior parte di loro scambia per carattere
un insieme di automatismi che si attivano in reazione a
uno stimolo. Credono si tratti di personalit, invece  un
riflesso condizionato: dato un certo input, e tenuto conto
delle variabili, il comportamento risulta sempre prevedibile.
Forse  pazzo.
Di sicuro non ne posso pi. Voglio andare via.
  Provo a chiudere la discussione sperando di non suonare
troppo sfacciata. Anche se  un invasato, io ho bisogno
di questo lavoro, e non posso permettermi colpi di testa.
- Perch lo dice a me?
  Lui si avvicina. Non riesco a sostenere il suo sguardo e
mi fisso i piedi. La voce roca mi arriva dall'alto.
  - Perch lei pensa di essere diversa. E questa  la variabile
che trovo pi stimolante di tutte.
...
14 luglio 1959.

  L'anno della maturit Ludovico e Guido lo passano insieme
a studiare, come sempre, perch sono ambiziosi,
competitivi, determinati, e vogliono farsi strada ad ampie
bracciate seminando gli inseguitori.
  Studiano e parlano, discutono di tutto, ininterrottamente,
ma quando si tratta di prendere una decisione si comprendono
al volo senza bisogno di dire una parola.
  L'ombra virtuale che gettano a terra  quella di due
spartani armati, schiena contro schiena, che si proteggono
le spalle a vicenda e aggrediscono il mondo con un'arma
affilata e un sorriso obliquo.
  Alla fine degli orali, prima di conoscere i risultati, una
bella mattina di sole rimediano un passaggio in macchina e
raggiungono i colli. Si fermano in una trattoria con quattro
tavoli e una ventina di sedie spaiate. L'ambiente  rustico,
ma il vino  buono. Inoltre li conoscono, sono benvoluti.
  A tavola chiacchierano a ruota libera, scaricati dal peso
enorme dell'esame. Sulla scuola non una parola, non ne
possono pi, preferiscono rievocare qualche avventura.
Negli ultimi mesi hanno perfino trovato il tempo di andare a
caccia di donne, e sono i primi esperimenti con il sesso. 
un'iniziazione, la frenesia  ancora fresca.
  Hanno due stili opposti. Guido  giocoso e sfacciato, il
genere che si eccita per un rifiuto e insiste allo sfinimento.
Punta quasi esclusivamente ragazze molto devote, e poi
 costretto ad avere a che fare con i fratelli, a volte anche
con i fidanzati. Ludovico fa a botte per difenderlo, pi
spesso per non lasciarlo solo.
  Ad aprile hanno trascorso una notte intera al pronto
soccorso per farsi medicare.
  - Sei un imbecille, - gli ha detto Ludovico tamponandosi
un occhio con un canovaccio pieno di ghiaccio.
  Guido ha appena riattizzato una faida familiare per il gusto
della sfida: portarsi a letto una bella ragazza mora e altissima,
erede di una dinastia di imprenditori edili di Abano,
che aveva gi abbandonato senza spiegazioni tre mesi prima.
- Lo capisci che  ridicolo?
- Parla per te. Domandami se ne valeva la pena, semmai.
  - Per chi, per quella giraffa analfabeta? Non riesce nemmeno
a parlare in italiano.
  - Sei uno snob. Ha altre qualit, le noti soprattutto
quando sta zitta, il dialetto non  un problema.
  Ludovico invece  un cerebrale. Preferisce le battute
ambigue, la provocazione melliflua, e sono molto poche le
donne disposte ad apprezzare la sua tattica. Guido gliene
impallina moltissime portandoselo via sul pi bello, perch
non ha la pazienza di aspettare che concluda qualcosa.
  Del resto lo fanno per motivi opposti. Guido per il puro
piacere del godimento fisico, Ludovico alla ricerca di
conferme e di risposte. Per lui  un mezzo come un altro
per comprendere pi a fondo la realt.
  Quando arriva il caff Guido comincia a stuzzicare
l'amico. Lo prende in giro, gli pare che sia troppo selettivo.
Ludovico sbuffa, ma sa che in parte  vero. Gli cpita
spesso di annoiarsi, e scartare vittorie facili, quasi certo
che alla fine lo deluderanno. Non incontra mai nessuna che
gli sembri alla sua altezza.
- Come fai a saperlo se molli subito?
  - Se lo faccio vuol dire che ho gi capito che  uguale
alle altre.
Guido alza la voce. - Non ce n' una uguale all'altra!
  Ludovico si accende una sigaretta e inclina la testa di
lato per proteggere la fiamma da un refolo di vento: - Per
te, forse, che sei un visionario. Io sono aristotelico. Tu
vedi un mistero, io leggo l'etichetta. E questo mi toglie il
divertimento.
  Alla fine del pranzo si accorgono che non hanno nessuna
voglia di tornare a casa. Sono stati mesi di studio forsennato,
c' ancora troppa tensione da sciogliere.
  Decidono di partire su due piedi, non  la prima volta
che lo fanno. Non hanno niente con s, ma non sar difficile
trovare un paio di negozi aperti lungo la strada,
specie se puntano verso qualche localit di mare. I soldi non
sono un problema.
  Chiedono due gettoni e chiamano casa per avvisare,
attaccando la cornetta sull'eco delle proteste, poi tornano
in citt e alla stazione saltano sul primo treno diretto
verso il Tirreno.
  All'inizio pensano alla Versilia. Il tempo di scendere a
Firenze ed hanno gi cambiato idea. Non  della confusione
di luglio che hanno bisogno. Vanno in cerca di silenzio,
della possibilit di parlare fino a notte fonda senza affogare
nel caos. Ripiegano verso la campagna passando da
una corriera all'altra. Il Chianti, poi la Val di Pesa, e appena
compare l'indicazione per Volterra, poco dopo le sette
di sera, decidono di raggiungerla e dormire l.
  La corriera che parte da Colle Val d'Elsa con destinazione
Cecina  praticamente vuota. C' una vecchia seduta
davanti che parla con l'autista, e un ragazzino con i capelli
neri spalmati di brillantina e una camicia bianca immacolata
che trasporta un grosso cestino avvolto in un canovaccio
a scacchi, appoggiato sul sedile accanto. Per scende
presto, a Castel San Gimignano, e sul mezzo restano solo
la vecchia e loro due seduti in fondo, vicini.
  A un certo punto la donna tace. Dentro e fuori la corriera
c' lo stesso silenzio.
  Guido e Ludovico hanno parlato senza sosta in treno
per quasi cinque ore ed adesso sono stanchi. La corriera arranca
lenta, fuori  buio. Le uniche cose che si distinguono
sono la strada sotto le ruote, e le luci distanti dei casolari
in lontananza. Fa molto caldo, una pesantezza acquosa
appena attenuata dall'aria smossa dal movimento.
Ludovico si sente a disagio e non capisce bene perch.
  - Potresti venire con me, e studiare Medicina, - dice
Guido, all'improvviso.
   la prima parola seria sul futuro che si scambiano da
quando hanno lasciato Padova. Fino ad allora hanno fatto
solo chiacchiere senza senso e progetti velleitari di viaggi
e partenze.
- Non ti piacerebbe?
  Il piacere non c'entra, pensa Ludovico. Non  nemmeno
implicato. C'entra la strada gi tracciata, che va in una direzione
diversa. Gli pare di cominciare a distinguere l'origine
del suo fastidio. Si agita sul sedile, cambiando posizione.
- Immagino di s. Non  questo il problema.
  - E qual  allora? Pensi che non te lo permetterebbero? -
chiede Guido con malizia. Sa dove colpire. Ludovico
non  uno che si piega volentieri.
  - Perch non vieni tu a studiare Legge con me, allora? -
gli domanda l'altro sorridendo. Poi gira la testa fissando il
profilo di Guido. - Non ti piacerebbe? - dice a voce alta
facendogli il verso e scandendo le sillabe in modo teatrale.
  Ridono insieme ed il nodo si scioglie. Hanno fatto tutti
quei chilometri senza nemmeno sfiorare l'argomento, che
 l'unico vero motivo per cui sentono il bisogno di andare
tanto lontano da casa, insieme. Forse ora sono pronti.
   la separazione ad atterrirli, perfino quella poco impegnativa
di un corso di studi. Il primo passo di un bivio
che impedisce di proseguire perfettamente allineati.
Un'avvisaglia tenue di vita adulta, quella in cui qualcuno
potrebbe prendere il posto di Ludovico accanto a Guido,
o di Guido accanto a Ludovico. Entrambe le ipotesi sembrano
intollerabili.
  La risata si acquieta all'improvviso. Il disagio di Ludovico
rialza la testa e contagia entrambi.
Tra gli alberi, sulla destra, compare la rocca di Volterra.
  Al primo incrocio la corriera abbandona la via secondaria
che sta percorrendo e svolta su una provinciale.
  Guido ha una ruga verticale in mezzo alla fronte. Ludovico
sa cosa significa: l'incunearsi nella carne di un pensiero
che non riesce a tollerare. Alla fine sbotta:
  - Non riesco a capire per quale ragione tutto debba essere
gi stabilito. Nemmeno mi interessa fare il medico!
  - E cosa vuoi fare? L'avvocato? - chiede Ludovico. Ma
 una provocazione inutile. Sbattono come falene contro
una lampada, nel tentativo di scivolare via da quella sacca
di frustrazione.
Guido non risponde. La ruga sulla fronte si approfondisce.
  La corriera frena e accosta sulla destra in un punto in
cui la carreggiata si allarga. Ludovico, che  seduto vicino
al finestrino, guarda fuori cercando di capire perch.
Non riesce a vedere la paletta di una fermata, ma forse
solo perch  davvero buio.
  Nel silenzio della sera, a motore spento, il frinire dei
grilli arriva da molto lontano e invade l'abitacolo della
corriera. L'umidit si addensa come una bolla che preme
da tutti i lati.
  La porta anteriore si apre stantuffando, e la vecchia
scende con calma, tenendosi salda alla sbarra di metallo
finch non  certa di avere entrambi i piedi ben piantati
a terra. Si gira e solleva la mano per salutare l'autista, poi
si avvia verso i campi.
  All'improvviso Ludovico si ricorda di essere pi vecchio
di Guido.
  Non di molto, qualche mese, ma da sempre per un tacito
accordo questo gli attribuisce una posizione di responsabilit.
Nei momenti difficili compete a lui trovare una
via d'uscita, tanto pi che  l'elemento lucido, analitico.
Guido  troppo pigro per prendere decisioni. Su di lui si
pu far conto quando serve un atto temerario, non una
strategia. Oggi poi Ludovico avverte un'urgenza particolare,
sa che  essenziale parlare per primo, ma ha le stesse
perplessit di Guido, e non osa pronunciare una parola
per paura che sia quella sbagliata.
  Segue di sottecchi il gesto lento del braccio di Guido
che si passa una mano tra i capelli fissando lo schienale del
sedile dritto di fronte a s.
  Nella mente di Ludovico appare una domanda compiuta,
luminosa come un'insegna. Cosa succederebbe se ci
guardassimo ora?
  Deve trattenersi per non pronunciarla a voce alta, tanto
forte  stato il volume interno a cui l'ha sentita risuonare.
Da quale profondit  risalita? Ludovico capisce che
la risposta  l'unica cosa che conta, ma anche l'ultima al
mondo che vuole sapere.
Si alza in piedi.
  - Ho bisogno di sgranchirmi le gambe, fammi passare,
per favore.
 una scusa. L'unica cosa che sa con certezza  che deve
allontanarsi da l, spezzare quell'atmosfera, schivare la
domanda, e solo allora potr guardare Guido negli occhi
senza pericolo.
  Prova a scavalcarlo, ma Guido gli mette una mano sul
braccio e la chiude a tenaglia. Ludovico, la gamba destra
gi sollevata, si divincola senza riuscire a scivolare via.
  - Perch te ne vuoi andare? - chiede Guido. - Di cosa
hai paura?
  Ludovico non lo sa. Ma capisce che Guido  arrivato a
farsi la stessa domanda, quasi nello stesso momento. La
differenza fra lui e Guido, del resto conforme al loro carattere,
 che gli provoca molta meno paura, e molta pi
curiosit. Guido non pensa nemmeno di alzarsi e scappare.
Piuttosto sceglie l'atto di coraggio, la sua specialit. Tira
fuori il rospo: ne vuole parlare, e poi vedere cosa succede.
  Ma non pu permettere che Ludovico si allontani. Il varco
si  aperto in quel luogo e in quel momento, e non era
mai accaduto prima, il che  incredibile considerando che
hanno trascorso insieme quasi ogni attimo di vita cosciente.
  Loro due, seduti l'uno accanto all'altro, nella corriera
che ancora non  ripartita e frigge al caldo e all'umido
di luglio, con i grilli che fanno un rumore d'inferno, e
la rocca di Volterra sullo sfondo. Cambiare un solo elemento
significa mutare la configurazione. Quello che ora
 chiarissimo, che  emerso da una profondit sigillata, 
pronto a richiudersi e sparire in un secondo se non viene
portato alla luce.
- Fdati di me, - dice Guido, annuendo con dolcezza.
L'altro torna a sedere. E finalmente si guardano.
  Ludovico rimane in bilico ancora un secondo, poi l'inversione
di ruoli lo tradisce. Stavolta  Guido quello che
si assume la responsabilit della decisione: allarga la frattura
piuttosto che richiuderla fingendo di non averla vista.
Ludovico lo segue. Come gli  stato chiesto, Ludovico si
fida, e quello che deve accadere accade. Limpidamente,
in pienezza, come ogni atto che rispetta la sua natura e
segue il suo corso.
  Dura il tempo di un bacio, lungo, e pieno di verit
perentoria.
  Poi in Ludovico risorgono le certezze, il peso dell'ambiente
in cui  cresciuto, e suona un allarme che lo mette
sull'avviso. Una cosa del genere non pu essere concepita,
prima ancora che tollerata.
  Respinge Guido con violenza. Riesce a scavalcarlo e si
allontana. L'amico non lo ferma, non dice una parola, e
questo  ci che lo sconvolge pi di tutto. Non fa alcun
tentativo di giustificare quello che  appena successo, o di
sminuirlo in qualche modo. Non prende le distanze.
  Ludovico cerca di recuperare il controllo. Si muove lungo
il corridoio e arriva quasi all'altezza del conducente.
L'uomo immagina sia venuto a chiedere spiegazioni per la
fermata imprevista, e lo anticipa.
  - Ripartiamo, ripartiamo subito. Per Volterra, vero?
Tra cinque minuti ci siamo.
  Ludovico annuisce e poi non sa pi cosa fare. Non gli
rimane che girarsi e avviarsi di nuovo verso il suo posto.
Mentre si avvicina osserva Guido che  immobile, a braccia
conserte, un sorriso arcaico sulle labbra.
Come puoi essere cos sicuro di te? pensa, sconvolto.
E sente di odiarlo con tutte le sue forze.
...
6.

  Mi ci vogliono diversi giorni per smaltire il retrogusto
acido del colloquio con Lepore. Per qualche tempo vivo
nella paura che mi richiami nello studio e riprenda i suoi
deliri misogini.
  Ce l'ho soprattutto con me stessa, per avere subto
senza reagire. Sarebbe stato un rischio imbarcarsi in una
polemica aperta, magari  permaloso. Poteva decidere di
buttarmi fuori su due piedi. Ma  anche vero che non ci
ho nemmeno provato. Mi ha colto cos di sorpresa che non
sono riuscita a pensare a qualcosa di efficace. Non sono
brava a rispondere a tono, le repliche migliori mi vengono
in mente sempre due giorni dopo.
  Mia madre, che non abbassa mai la guardia nell'intercettare
il mio disagio se pu usarlo contro di me, ha intuito
che qualcosa non andava, e ha intensificato la frequenza
delle chiamate. Stavolta  stato duro nasconderle quello
che era successo. Non voglio nemmeno immaginare il
circo che monterebbe se sapesse che Lepore mi ha parlato
in quel modo, del tutto fuori contesto, facendo delle insinuazioni
perfino su di lei. Senza contare la soddisfazione
di sbattermi in faccia che lei lo aveva detto fin dall'inizio,
non mi sarei mai dovuta fidare. Sarebbe capace di prendere
un treno e riportarmi a casa per i capelli.
  Sono riuscita a far finta di nulla, ma mi  tornata la dermatite
che era scomparsa anni fa, quando sono partita.
Un'irritazione fastidiosa che mi fa prudere i palmi delle
mani e mi costringe a sfregarmele come se fossero sporche.
Certe volte sembro Lady Macbeth, o una matta con
una patologia compulsiva.
  Per fortuna in questi giorni Lepore non si  fatto vedere
in studio, ormai  pi di una settimana che manca, e
la Callegari non mi dice una parola. Io di certo non chiedo
dettagli.
  Tanto vale liquidare la faccenda. In fondo non  successo
niente di grave. Magari aveva avuto una giornata difficile,
e quello  il sistema che usa per elaborare lo stress.
 un uomo anziano, che non ci tiene ad apparire affabile
n progressista. Si  sfogato con una dipendente, come accade
ogni giorno a ogni angolo del mondo. Non significa
niente di pi di quello che  stato.
  Mi incoraggia anche il fatto che in studio imparo pi in
fretta di quel che pensavo. L'attivit  davvero ridotta.
Non ricevo pi di cinque o sei telefonate al giorno, e ho
cominciato a familiarizzare con l'archivio a una velocit
che sorprende perfino la Callegari.
  Non che me lo dica. Non mi ha mai rivolto una parola
gentile, n un'osservazione che potesse somigliare a un
complimento. Ma le poche volte in cui ho fatto un errore
 stata cos determinata nel farmelo notare che se i miei
standard fossero davvero bassi la sconterei senz'altro in
modo peggiore.
  Ho molto tempo per studiare, in pratica ci riesco quasi
ogni giorno. A volte trascorrono due ore intere senza che
nessuno mi cerchi. Riesco a fare anche un paio di capitoli
prima di essere richiamata per qualche impegno. E dopo
il lavoro mi resta sempre mezza giornata libera.
  Quando finisco, scendo le scale di corsa mangiando una
banana. Poi mi infilo nella prima aula studio dove trovo
un buco per sedermi e mi ributto sul libro. Va cos bene
che ancora prima che iniziasse il secondo semestre sono
riuscita a preparare un esame. Era Bioetica, una cosetta
poco impegnativa da quattro crediti, ma ho preso ventinove.
L'aver fatto un minuscolo passo avanti mi ha galvanizzata.
Adesso sono di nuovo sotto con Fisiologia, e sono
quasi certa che, se le cose proseguono cos, per la sessione
estiva potr lasciarmelo alle spalle.
  Continuo a ripetermi che  stato un episodio isolato. Non
 successo niente. Ogni giorno che passa  sempre pi chiaro
che ho bisogno di questo lavoro. E non posso metterlo in
discussione per una tirata aggressiva dell'avvocato Lepore.
  Ho ripreso a frequentare le lezioni e mi sono sentita cos
bene che ho dimenticato tutto il resto. Stamattina in facolt
avevo lo stesso entusiasmo infantile che ricordo benissimo
nel mio primo giorno di frequenza, sette anni fa.
  Entrare di nuovo in quest'aula ad emiciclo, con i banchi
scrostati ricoperti di frmica verde, mi ha messo addosso
un'eccitazione quasi frenetica. Credo di essere stata la prima
ad arrivare, e ho attraversato la soglia con quel tipo di
rispetto religioso con cui si entra in una chiesa: mi  mancato
tanto non essere pi parte di tutto questo.
Il corpo umano  una cosa che mi ipnotizza fin da ragazzina.
  Le dinamiche dei fluidi, il ricambio ininterrotto
delle cellule, l'equilibrio omeostatico, sono processi che
mi incantano.
  Alle medie in classe c'era un poster alle pareti che illustrava
il ciclo di riproduzione. La cellula era enorme, come
un pianeta, colorata in rosa e verde. L'interno era viola, i
mitocondri arancioni, l'apparato di Golgi, avvolto a spirale,
di un giallo carico. Si apriva al centro, e attraverso un
varco occhieggiava il nucleo di un verde accesso. Gli acidi
nucleici erano segnalati dalle didascalie, ma non avevano
colore n forma. Te li dovevi immaginare, con tutto il loro
carico di potenziale genetico.
  Sembrava una pianta carnivora, ma non mi faceva nessuna
paura. Perch sapevo che finch c' vita la dinamica della
trasformazione non si interrompe mai, e la cosa mi dava
pace. Me ne stavo ore sdraiata ad immaginare le cellule del
mio corpo impegnate nella riproduzione, come una sinfonia
silenziosa. Mi pareva che non ci fosse niente di pi giusto.
Non importa se stai bene o male, se sei infelice o pensi a
te come un miserabile senza speranza. A livello cellulare il
ciclo di riproduzione si svolge per tutti allo stesso modo. A
livello cellulare l'inadeguatezza non  codificata.
  Mi piaceva cos tanto che per un po' sono stata indecisa
se studiare Medicina o Biologia. Poi ho scelto la prima,
perch mi consentiva di esercitare una professione che va
oltre la conoscenza del processo, e interviene su un equilibrio
alterato per restituire uno stato di benessere. La cosa
pi vicina all'onnipotenza che riuscivo a immaginare.
  Quando gli altri studenti hanno cominciato a entrare ho
fatto finta di leggere gli appunti. Ho guardato le facce di
sottecchi, anche se ormai non conosco quasi pi nessuno.
I miei compagni di corso, quelli con cui ho iniziato, hanno
mollato da anni oppure sono alla fine. Ci sono solo ragazzi
molto pi giovani, e forse un paio di persone che conosco a
stento e che ho salutato alzando appena la mano.
  Non importa. Non sono qui per stringere amicizie. Sono
qui per imparare ed andare avanti.
  Mi godo la mattinata di lezione come uno spettacolo
teatrale. Non mi abbatte niente, nemmeno le due ore di
Chimica che sono un delirio. E la prima lezione del semestre,
un disastro per tutti. Il docente cerca di venirci incontro,
si vede che non vuole scoraggiarci.
  Anche se si mette d'impegno per resta una disfatta
totale. Quello che spiega, secondo lui,  solo un veloce ripasso
dei prerequisiti del corso. Ho visto gli studenti chini
a prendere appunti sollevare le teste e scambiarsi sguardi
perplessi. I pi resistenti, quelli messi meglio come nozioni
di base, sono riusciti a tenere la testa piegata sul foglio ancora
una ventina di minuti. Alla met della prima ora non
scriveva quasi pi nessuno. Il professore se n' accorto,
ha provato a rallentare, e ha ripetuto due volte certi passaggi
sottolineando le formule alla lavagna.  stato come
costruire sulla sabbia. Lo sconcerto era palpabile, anche
lui era piuttosto sorpreso.
  - Questo  programma del quinto anno delle superiori,
dovrebbero essere cose gi note, - ha detto esasperato.
Ho guardato in giro le facce dei miei compagni. Se
lo dice lei...
  Mentre mi affollo con gli altri ragazzi all'uscita durante
la pausa di met mattina, raccolgo il loro sconcerto serpeggiante
e lo confronto con il mio entusiasmo. Neppure
io ho capito quasi niente. Rispetto a questa massa di studenti
terrorizzati del primo o del secondo anno - gente
che ha davanti a s una mole di esami grande come una
montagna, e che non sa da che parte iniziare - non sono
in condizioni migliori. Ne ho fatto qualcuno in pi, per
non posso essere definita una studentessa brillante, e certo
non sono una che comincia a vedere la fine del tunnel.
  La mia  una brutta situazione, per molti versi peggiore
della loro, che se non altro sono in corso. Allora perch
sorrido? Perch malgrado questo sono ancora qui.
Perch io non ho mollato.

  Ormai ho la mia routine. Arrivo in studio e mi infilo in
archivio per cambiarmi velocemente, anche se  probabile
che oggi non passi nessuno. O almeno  cos che ho trovato
scritto nel post-it sulla scrivania quando ho appoggiato
lo zaino. Potrei tenere i jeans, ma mi sembrerebbe di tradire
la fiducia di qualcuno.
  Infilo le calze, la gonna nera che  la mia preferita tra
le due che ho sistemato, e la camicetta bianca che viene
sempre dal guardaroba della Callegari. Mi fermo a guardarmi
allo specchio.
  Non sono abituata alle mie gambe scoperte, la camicia mi
tira un po' sui fianchi e sul seno e mi fa sentire a disagio.
Come se qualcosa dentro di me spingesse per farmi uscire
da un angolo dove mi sono sempre trovata bene. Mi sento
anche ridicola a sporgermi verso lo specchio per passarmi il
rossetto. Un gesto che non mi appartiene, e che mi sembra
il frutto di una femminilit artificiale. Per sono costretta
a dare ragione a Lepore: la vita  diventata pi facile.
Me ne sono accorta quando  passato un corriere Dhl
qualche giorno fa. Ha suonato mentre stavo finendo una
telefonata.
  Ho schiacciato l'interruttore di apertura sotto la scrivania
e l'ho invitato a sedersi e aspettare un minuto. Lui
per  rimasto in piedi.
  Si  messo a fare avanti e indietro tra le grosse piante
in vaso nell'angolo e la vetrina con i tomi della Utet e i
volumi rilegati del Foro Italiano.
  - L'udienza  fissata per luned 24 settembre. Non questo
settembre, no. Il prossimo. Non credo sia possibile
anticiparla, non dipende dall'avvocato, si figuri. Pu parlarne
direttamente con lui, aspetti, mi faccia verificare il
suo appuntamento...
  Mentre controllavo l'agenda, il corriere ha cambiato
idea e si  seduto sulla poltrona di fronte a me. Mi fissava
con una certa insistenza.
  Mi sono macchiata? Con cosa? Non ho mangiato n
bevuto niente da quando sono qui. Ho cominciato a
innervosirmi.
  Nel frattempo l'uomo al telefono non mollava e continuava
a farmi domande, era chiaro che stava scaricando
l'ansia. Ho provato a intendermi a gesti con il corriere per
spiegargli che, se bastava una firma, potevo farla anche
parlando al telefono. Ma lui ha scosso la testa, facendomi
capire che c'era dell'altro.
  Aveva un modo particolare di guardarmi, che non mi
era familiare. Ho molto chiara l'immagine di me riflessa
nello specchio la mattina. Sono una donna anonima. Non
ho nulla che richiami l'attenzione. E so quale tipo di occhiate
attiro in condizioni normali. Quelle che ti passano
da parte a parte e non rilevano la tua presenza se non come
ostacolo da aggirare per non sbatterti contro, e a volte
nemmeno quello.
Invece il corriere non riusciva a dissimulare un'intenzione.
  Sono cos poco abituata a quel genere di sguardo,
che quasi comincio a balbettare al telefono. Non c'era neutralit
nei suoi occhi, la pura dinamica dell'atto di vedere
per coordinarsi nello spazio. C'era un'ipotesi di desiderio.
Non so se dipendesse dal fatto che indossavo una gonna
piuttosto corta o dal rimmel che mi ero passata secondo le
precise indicazioni date dalla Callegari tempo prima,
mentre io non riuscivo a smettere di ridere. A un certo punto
l'avevo fatta anche innervosire.
  Cosa c'? mi aveva chiesto freddamente. E io: Scusi,
non voglio offenderla, magari  difficile da credere. Ma so
dove va il rimmel. O il fard.
  Lei, guardando i tubetti che aveva in mano, me li aveva
fatti oscillare sotto il naso. Questo  mascara, - aveva
detto. - E questo invece  un blush. Nemmeno mia nonna
dice pi fard. A parte questo, io avrei altro da fare,
se non ti spiace, e a differenza di te non mi sto divertendo.
Quindi ascolta quello che ho da dirti e facciamo
in fretta.
  Alla fine sono riuscita ad attaccare. Il corriere mi ha
sorriso e mentre mi faceva firmare ha buttato un'occhiata
dentro la scollatura. Ho portato istintivamente la mano
sinistra al collo mentre gli restituivo la penna. Mi ha allungato
una busta formato A4 piuttosto pesante.
- Grazie, - ho detto.
- Di niente. Il ritiro?
  In un attimo mi  tornato in mente tutto. Mi sono premuta
la mano sulla bocca per la disperazione: la Callegari
mi aveva avvisata il giorno prima dicendomi che non aveva
il tempo di rientrare in studio. Mi aveva dato appuntamento
di fronte al Palazzo di Giustizia consegnandomi un
pacco con tutte le istruzioni per l'invio. Lo stesso pacco
che avrei dovuto affidare al corriere, se non fosse che solo
in quel momento mi ero accorta di averlo lasciato al bar di
sotto, dove avevo preso un caff prima di salire.
  Ho avuto un principio di crisi isterica. Non sapevo cosa
ci fosse dentro, ma l'idea di averlo dimenticato mi sembrava
un fatto gravissimo. Sarebbe stato ironico farsi cacciare
per una svista simile, dopo essere stata assunta per
aver ritrovato un portafoglio.
Stavo per scendere di corsa quando il telefono ha squillato.
  Il corriere  stato di una disponibilit disarmante. 
sceso al posto mio per informarsi, poi  risalito per dirmi
che al bar avevano trovato il pacco e l'avevano messo da
parte, ha aspettato che telefonassi di sotto per autorizzarlo
al ritiro a nome dell'avvocato, e dopo averlo preso  tornato
a consegnarmi la ricevuta. In totale ha fatto tre volte
le scale a piedi, perch l'ascensore era rotto.
  Ho cercato di sintetizzare mentalmente gli incontri fortiti
accumulati nella mia vita prima di quel momento, e
mi sono resa conto che non mi era mai capitato che qualcuno
mi dedicasse cos tanto tempo nel pieno svolgimento
del suo lavoro senza ricavarne vantaggi immediati. La cosa
mi ha turbato. Com' possibile che bastino questi trucchi
da quattro soldi per ottenere attenzione?
Ho continuato a pensare a quell'episodio tutto il pomeriggio.

  Poi alle sei, poco prima di uscire, mi telefona
Maurizio. Ha qualche ora libera,  dalle parti dell'ufficio,
chiede se ho finito. Magari si pu comprare qualcosa da
mangiare e cenare a casa mia.
  - Fino a che ora puoi fermarti? - gli domando. Faccio
molta attenzione al suo tempo, perch  sempre poco e
mi sembra brutto sprecarlo. Sono un'esperta di logistica
sentimentale.
  - Pi del solito. Libero fino alle undici. Passo? Dammi
l'indirizzo preciso.
  Arriva venti minuti dopo. Prendo l'ascensore invece
delle scale per fare pi in fretta, e solo a quel punto mi
rendo conto che non mi sono tolta il trucco e non mi sono
neppure cambiata. Mi assale l'imbarazzo, come quando fai
una cosa che non  da te ed il mondo ti guarda per ridicolizzarti.
Che poi  un trucco leggero, non saprei fare niente
di complesso come i make-up della Callegari.
Sbuco nell'atrio e mi do un ultimo sguardo allo specchio.
  Sistemo la frangia passando le mani tra i capelli. I
miei occhi risaltano pi scuri e densi sotto le ciglia pesanti.
Sento l'ombra di un potere che mi disturba e mi emoziona
insieme.
Mi attraversa un pensiero: Posso essere cos.
  Subito dopo una voce nella mia testa replica: Dovresti
vergognarti di essere cos.
   quasi simultaneo. Una frase mi spinge avanti e l'altra
indietro, e non mi decido a uscire dal portone.
  Ci pensa Maurizio, che mi vede da fuori ed entra a
salutarmi.
   allegro e distratto, mi bacia senza quasi guardarmi,
e io provo un filo di delusione. Evidentemente sono sempre
la stessa. Chiss cosa mi ero illusa di sembrare, o cosa
credevo che avrebbe notato.
  Ci mettiamo a passeggiare sotto braccio raccontandoci
la giornata.  da tanto tempo che non ci sentiamo. Poi
il suo cellulare squilla e lui si allontana di qualche passo.
Quando  con me il cellulare squilla sempre. La vita lo perseguita
a tutte le ore.
  Mi metto a guardare i negozi. C' un centro estetico con
un grosso specchio in vetrina incorniciato da decorazioni
floreali. La voce di Maurizio va e viene a ondate mentre
lui passeggia alle mie spalle. Di nuovo mi vedo diversa,
come se il trucco nascondesse qualcosa di me ed al tempo
stesso potenziasse un talento che non sapevo di avere. A
un certo punto nel riflesso dello specchio appaiono due
ragazzi all'incirca della mia et. Sono in coppia, e lei si
ferma accanto a me.
  Lui fa una faccia esasperata: - Anche qui? Hai guardato
tutte le vetrine. Ti prego. Non ce la faremo mai!
Lei mette su un broncetto e sbuffa, come una bambina.
  Pare voglia dire la fai sempre tanto lunga. Tira fuori il
cellulare dalla borsa e lo punta per scattare una foto alla
tabella con gli orari del centro affissa in vetrina.
- Ci metto un attimo. Prendo solo il numero, non si sa mai.
  Poi mi sorride. Mi accorgo che la sto intralciando,
indietreggio un po' e la guardo meglio. Una ragazza bellissima,
con un cappottino nero e corto, allacciato in vita, che
le sta d'incanto. Si muove con calma, senza preoccuparsi
dell'insofferenza del suo accompagnatore. Un po' come
Maurizio con me.
  Mentre il ragazzo si allontana dalla vetrina i nostri sguardi
si incrociano. Due reietti nel buio. Mi viene spontaneo
sorridere anche a lui, per condividere il destino di creatura
abbandonata. Mi ricambia, ma oltre alla simpatia c'
un interesse diverso. Istintivo, leggermente famelico. Fa un
passo noncurante per avvicinarsi a me.
  La ragazza, che fino a un attimo prima era distratta, nota
il movimento allo specchio e si riattiva immediatamente
come se qualcuno avesse premuto l'interruttore della sua
attivit corticale. Si volta e gli si appende al braccio.
- Andiamo. Ho finito.
  Lui non distoglie subito gli occhi dai miei, e perfino
mettendosi in moto continua a voltarsi di sottecchi prima
di girarsi nella direzione opposta.
  Se ne accorge anche Maurizio, che ha appena chiuso la
telefonata e sta tornando verso di me.
- Amici tuoi?
- Mai visti prima.
- Sembrava che lui ti conoscesse.
  - Non mi pare proprio, - e mi avvio verso l'insegna del
take away illuminata. - Dai, andiamo, non ho mangiato
niente tutto il giorno. Gli afferro la mano.
Lui mi blocca costringendomi a girarmi.
- Hai qualcosa di diverso.
- Ma che dici? Cosa?
  Si avvicina e mi fissa negli occhi. Infila un dito nella
scollatura della camicetta con delicatezza, passandolo sotto
l'orlo del reggiseno, e io sento la vibrazione elettrica
del desiderio. Per la testa mi balena un pensiero: Sta' a
vedere che bastano due passate di rimmel per trasformare
una donna in una puttana.
  E scoppio a ridere come un'invasata. Di nuovo mia madre
si materializza al mio fianco, ridere mi sembra il modo
migliore per esorcizzarla.
Maurizio non capisce, ma ride con me.
- Non prendermi per il culo, scostumata.
- Ma se ti dico che non li conosco!
  - Va bene, non li conosci. Ma hai qualcosa di diverso.
Fatti guardare, stai ferma.
  Invece di permettergli di farlo, senza pensarci cavalco
quest'onda sotterranea di energia e attrazione che mi fa
sentire potente, e lo tiro verso di me baciandolo a lungo,
a fondo, esercitando un controllo che di solito detiene lui.
Io lo bacio, e lui si fa baciare. Avverto la sorpresa, e il piacere
di un gesto di cui non mi credeva capace.
  - Tu hai proprio tutta questa fame? - mi chiede quando
lo lascio andare, e la voce gli trema un po', strano, lui
sempre cos controllato.
  - S, ma qui  aperto fino a mezzanotte. Possiamo scendere
dopo.
  Gli afferro la mano e stringo forte. Poi ci buttiamo verso
il mio portone salendo di corsa le scale come se dovessimo
spegnere un fuoco, e arrivati di fronte alla porta della mia
stanza non abbiamo gi quasi pi niente addosso.
...
7.

Qualcosa sta vibrando da ore.
  Il rumore va e viene, e a tratti affonda nella melassa del
sogno, assumendo la forma di un uccello aggressivo. Nel sogno
sono indifesa e spaventata, e mi tuffo in una buca per
sfuggire agli artigli.
  Poi un brandello di coscienza si attiva. Risalgo in superficie
quel poco che serve per imbastire un ragionamento.
  Non pu essere il mio telefono, mi dico. Lo spengo
sempre quando sono con Maurizio, di cellulare che squilla
basta il suo. Eppure quel ronzio secco e gracchiante
sembra proprio un apparecchio che vibra su una superficie
rigida.
Apro un occhio. Lo vedo sulla scrivania sotto la finestra.
  Trema ad intervalli regolari, quasi stesse inviando un
messaggio Morse. Lo prendo in mano e ne ho la conferma:
non  il mio. Nello stesso momento realizzo che Maurizio
dorme accanto a me nel letto, a pancia in su e braccia spalancate,
beato come un innocente.
Afferro la sveglia e guardo l'ora: le sette e mezza.
Ci siamo addormentati. Cazzo, cazzo, cazzo.
Lo scuoto con uno strattone: - Maurizio, svgliati!
Lui si gira e mi d le spalle. Poi si rende conto della situazione.
  Salta a sedere sul letto, mi strappa la sveglia dalle
mani e comincia ad imprecare.
- Cristo santo, perch non mi hai chiamato?
  -  quello che sto facendo. Mi sono addormentata
anch'io.
  Prima che riesca a finire la frase  gi saltato dentro ai
pantaloni. I boxer non li considera neppure, li vedo gettati
per terra. Infila anche il maglione e le scarpe, e tutto
quello che non indossa se lo caccia in tasca. Si muove cos
veloce che mi stordisce.
  Sento la sua rabbia silenziosa che scorre in profondit,
parallela alla preoccupazione. In qualche modo ce l'ha con
me. Ma mette tutto da parte. Ha qualcosa di pi urgente
da fare: costruire una scusa credibile per aver passato la
notte fuori casa senza avvisare. Buona fortuna.
  Ho ancora in mano il suo telefono, che non ha mai smesso
di vibrare.
Glielo porgo: - Squilla da un po'.
Lo afferra. Ficca anche quello in tasca senza guardare.
- Non ora, - dice. Ora non saprebbe cosa dire. Ha bisogno
di tempo.
  Si guarda in giro voltando la testa a destra e a sinistra,
poi individua il trench buttato sulla scrivania e lo afferra
a rovescio. Un mazzo di chiavi cade e fa un casino fragoroso
nel silenzio del primo mattino.
Restiamo immobili per un attimo, paralizzati dal rumore.
Le mie coinquiline non sono particolarmente silenziose.
  Spero che questo giustifichi il fatto che per oggi la quota
di casino spetta tutta a me, che non la uso mai.
  Maurizio  pronto. Si muove verso la porta. Non sarebbe
la prima volta che sparisce senza tante cerimonie. In genere
succede mentre parla al cellulare, perch  troppo preso
per accorgersi di avermi fatto a malapena un saluto frettoloso
con la mano. Oggi poi le circostanze lo giustificano.
Per  una cosa che odio, anche se non riesco mai a dirglielo.
  Sul momento non voglio interromperlo, e quando
lo rivedo magari  passata una settimana, anche due, a volte
perfino un mese. Mi sembra da maniaca rivangare una
piccola disattenzione di tanto tempo prima.
  Il problema tra di noi  che non esiste nessuno spazio
di negoziazione. Non ci sono occasioni per smussare gli
spigoli, o provare a costruire una rete di cura per i bisogni
dell'altro. Ogni volta  come fosse la prima, si ricomincia
da capo, due perfetti sconosciuti che devono imparare
tutto l'uno dell'altra. Magari  anche per questo che continua
a piacermi tanto. Forse la chimica e l'intimit sono
inversamente proporzionali.
  Mi ripeto spesso che non ha senso andare avanti in questo
modo. Per sono cos isolata da tutto che non riesco a
liberarmi dal bisogno che ho di lui. So che potrei sopravvivere
se lo lasciassi, lo so per esperienza, e non  il fatto
di restare sola che mi preoccupa.
  Quello di cui ho paura  che il mio talento diventi
un'abitudine, un vestito che non riuscir pi a togliere.
Non  solo la scialuppa a cui mi attacco per non affogare,
 anche la barca che prende il largo finch la terra non
scompare all'orizzonte. Sto bene da sola e mi dimentico
del mondo. La facilit con cui mi adatto al contenitore della
solitudine come fossi un liquido  il prezzo che pago
per non affogare.
  Per un attimo spero che Maurizio mi aiuti a restare legata
alla terra. Che prima di uscire torni indietro e mi abbracci,
perch  stata una notte potente e lui lo sa quanto me.
  Mi accontenterei perfino che lo facesse per un motivo
pi prosaico. Per esempio perch non ci vedremo per un
lungo periodo, visto che dopo stanotte chiss quanto dovr
pagarla.
  Per lui invece  diverso. Ha bisogno di recuperare la
distanza, l'intimit lo fa sentire in pericolo.
Infila la porta e scappa di corsa mormorando scusa,
ti chiamo.
Io resto sul letto a guardare il soffitto.
  Pi il sesso gli  piaciuto, pi alta  la velocit con cui
si dilegua. Magari  un caso, ma non credo.
  L'unica cosa che mi resta  la voce giudicante di mia
madre nella testa.
  So come reagirebbe se sapesse che ho una storia con un
uomo sposato. Nemmeno io credevo che sarei finita in
una situazione simile. Non perch condivida il suo moralismo.
La sola idea che l'abbia fatta diventare quella che
 mi basta a capire che non ci tengo.
  Certe forme di educazione per diventano riflessi condizionati
anche quando non le condividi. Passano attraverso
la pelle e l'aria che respiri.
  Non sono stupida, lo so anch'io che un uomo sposato
 uno che non avrai mai per te, qualsiasi cosa ti prometta,
specie in prossimit di un orgasmo. Paradossalmente
 proprio questo che mi ha spinta verso di lui, all'inizio,
quando l'ho incontrato: che non mi ha promesso niente.
Non ha recitato il copione del traditore. Non si  mai lasciato
andare alle banalit dell'uomo fragile ed incompreso.
L'ho conosciuto un paio d'anni fa al supermercato.
  Era il responsabile dei lavori di ristrutturazione del condominio
di fronte.
  Faceva un salto ogni giorno a controllare gli operai
all'ora di pranzo, spesso scendeva a prendere pane e mortadella
per tutti.
  Abbiamo cominciato a chiacchierare e non so cosa possa
averlo colpito di me. Una volta mi ha detto che  stato
perch un giorno mi ha sentita fare una considerazione che
gli  sembrata intelligente, e che l'ha toccato.
Che cos'era? gli ho chiesto.
  Non me lo ricordo, giuro. Era una frase che partiva da
un dettaglio molto concreto e prendeva il volo. Un concetto
profondo ma lieve, che ti  uscito spontaneo, di cui non
ti sei accorta. Ha risvegliato il mio interesse. Ho pensato
che era una cosa che non mi aspettavo da una cassiera.
Forse sei prevenuto contro le cassiere.
 possibile, ha detto lui ridendo.
  Insomma stai dicendo che non sono state le tette? ho
scherzato mettendo le mani a coppa sotto la mia seconda
scarsa, per farla traboccare dalla scollatura.
  Lui ha fatto una smorfia allegra, che gli viene fuori solo
quando  di ottimo umore, e che adoro. Quando ride con
me lo prendo come un omaggio.
  No. Le tette non sono il tuo forte, ha risposto. Che
forse non era una cosa carina da dire, ma  stata anche una
di quelle rare occasioni in cui mi ha abbracciata stretta, come
se volesse farmi capire che per lui non era importante.
  Per con le tette sono buone tutte, - ha continuato.
-  la bassa manovalanza della seduzione. Invece creare
un link tra un pensiero poetico e un'erezione, quella s che
 roba da professioniste.
Credo di avere ceduto alla trasparenza del suo comportamento.
  Al fatto che non mi ha nascosto nulla. Mi ha
detto subito che era sposato, non ha mai raccontato di volerla
lasciare, non ha parlato male di lei, non mi ha estorto
qualcosa in cambio della promessa di fare qualcos'altro.
Ho pensato che fosse il segno di un cuore che valeva
la pena avvicinare.
  Lo penso anche ora, non ho cambiato idea. Solo che adesso
lo conosco meglio, e devo fare i conti con una tendenza
alla fuga che non si accorcia mai e che mi taglia il respiro.
  Una volta gli ho chiesto: Se quello che hai ti sta bene,
perch sei qui con me? 
Eravamo seduti sul letto, lui armeggiava con la mia sveglia
che si era bloccata il giorno prima. Ha le mani d'oro
e gli avevo chiesto di aggiustarmela.
Mi ha detto: Tu perch sei qui?
  Rispondere a una domanda con un'altra domanda 
una cosa che non si fa.
Lo so. Prometto che poi rispondo. Intanto fallo tu.
  Ci ho pensato su: Perch mi piaci. Perch sto bene
quando siamo insieme. Perch mi diverto, non penso alle
cose a cui non voglio pensare,  bello, non lo so. Non mi
viene niente di pi strutturato.
  Ecco, per me  uguale, e anche pi che sufficiente.
Non mi serve qualcosa di pi strutturato. Poi ha fatto un
sospiro soddisfatto e ha aggiunto: La sveglia  a posto.
Adesso dovrebbe funzionare, prova a vedere.
  Io l'ho presa, l'ho caricata perch suonasse entro un minuto,
e ho cominciato a rigirarla tra le mani a occhi bassi.
  Grazie, - ho detto sottovoce un po' delusa. - L'avresti
detto in ogni caso, vero?
Ha sorriso ed  rimasto zitto.
  Non ho mollato. Qualsiasi cosa avessi risposto, tu avresti
detto: "Ecco, per me  uguale".
Ha annuito.
Allora che risposta ?
L'unica che ha senso, secondo me.
A me sembra un trucco.
  I trucchi servono a quelli che vivono tutta la vita qua
dentro, - e mi ha battuto delicatamente le nocche sulla
fronte, - quelli come te. Che hanno bisogno di un motivo
per essere felici, che non si godono niente se non hanno
risposte, se non sanno il perch.
  La sveglia ha suonato. Lui l'ha ripresa dalle mie mani
e ha bloccato la suoneria. Poi me l'ha messa davanti agli
occhi: Vedi questa? Finch ha funzionato non ti sei fatta
domande. Quando si  rotta hai cercato di capire, hai
letto il manuale di istruzioni, mi hai chiesto di aggiustarla.
Hai cercato una spiegazione. Se le cose funzionano, le
spiegazioni non servono.
Resto distesa qualche minuto, poi mi alzo controvoglia.

Stamattina devo andare in studio, ma  ancora presto.
  Magari ne approfitto per una doccia rilassante senza che
qualcuno bussi alla porta del bagno per mettermi fretta.
  Rimango a lungo sotto il getto dell'acqua, decisa a godermi
la sensazione fisica di benessere al netto della tristezza
per l'abbandono precipitoso di Maurizio. Mi costa
uno sforzo, perch cedere alla tristezza  pi facile, se non
altro per abitudine.
  Per mi impunto e ci riesco. Oggi voglio essere solo il
mio corpo, deciso a godere dei benefci di una serata magnifica.
La mente dice che dovrei essere triste, che ho gi
pagato la felicit di ieri con l'abbandono di oggi, e quindi
non c' niente da sorridere. Faccia pure, se crede. Io mi
dissocio e scelgo l'allegria. Maurizio sarebbe fiero di me.
  Sorrido all'idea di raccontargli della mia piccola vittoria
alla prima occasione. Poi mi ricordo che non ci vedremo
chiss fino a quando, e che in una storia come questa non
esiste il tempo della condivisione di un pensiero effimero.
Fra venti giorni o un mese avr perso di senso e non
ci sar modo di recuperarlo. La vita sar andata avanti,
di questo grumo emotivo che si scioglie sotto l'acqua non
rimarr traccia.
  Oscillo di nuovo verso la tristezza, e lo sforzo per invertire
la rotta stavolta  pi duro. In qualche modo risalgo
la china.
  Rientro in camera mezz'ora dopo, mi vesto con un minimo
di cura, assaporando il gusto di fare le cose con lentezza.
Svuoto e ripulisco lo zaino, ci infilo dentro i libri
per la giornata, qualche pacchetto di cracker, due mandarini.
Alla fine accendo il cellulare.
L'ultima cosa che mi aspettavo  un messaggio di Maurizio.
  Deve avermelo mandato appena uscito da qui. Una
cosa che non fa mai, figurarsi in una giornata di emergenza
come oggi.
  Sono stato da dio, - dice. - Non so cos'avevi ieri sera.
Ma per favore resta cos.
  Entrando in studio stamattina mi sono resa conto che
oggi fanno due mesi esatti dal giorno in cui ho cominciato
a lavorare qui. Ho spalancato la porta e sono andata ad
alzare le serrande ed aprire le finestre per cambiare aria,
come faccio sempre appena arrivata.
  Poi sono andata in bagno a cambiarmi. Da qualche tempo
lo faccio con pi attenzione, sta diventando un'abitudine
divertente. Ho comprato anche una matita per il contorno
occhi, che non rientrava tra le prescrizioni obbligatorie
del trucco che la Callegari mi aveva dato. In un primo
momento in profumeria avevo preso in mano un eye-liner,
ma la commessa con molto tatto mi ha spiegato che per
quello ci vuole mano ferma e una certa pratica, e se una
non ce l'ha,  meglio ripiegare su una matita con un tratto
pi sfumato. Ormai non mi strucco pi il viso quando
finisco, spesso nemmeno mi cambio, e il giorno dopo esco
di casa gi pronta e truccata. Cpita che ci vada in giro a
fare la spesa, e non mi sembra cos strano.
  Oggi sono sola, potrei vestirmi alla mia scrivania, ma c'
sempre il rischio che Lepore o la Callegari entrino improvvisamente,
perch nessuno dei due ha abitudini fisse. 
impossibile dire quando arriveranno od andranno via. Certe
volte sono gi qui al mio arrivo, e rimangono dopo che
me ne sono andata, magari anche per tre o quattro giorni
di sguito. Altre volte non li vedo per una settimana.
  Per prima cosa scorro velocemente la posta che ho raccolto
dal portiere, e la smisto in pile ordinate secondo l'uso
che devo farne. Poi controllo gli incarichi da sbrigare. Sulla
scrivania, oppure nella casella di posta elettronica dello
studio, trovo tutte le indicazioni che mi servono. La Callegari
 una macchina da guerra. Di sicuro non  simpatica,
ma  impossibile equivocare quello che dice. So cosa
devo fare e come, sia per lei che per Lepore, ho la lista degli
impegni, delle consegne, e dei documenti da battere al
computer e lasciare per la firma all'avvocato. E una volta
finito mi rimane quasi sempre anche il tempo per studiare.
Come succede spesso quando si metabolizza un'abitudine,
mi sembra di lavorare in questo posto da anni.
Non appena apro il libro di Fisiologia, chiama mia madre.
  Non le rispondo mai quando sono qui. Non lo facevo
nemmeno al supermercato. Ma oggi sono sola, e non
ci sentiamo da quattro o cinque giorni almeno. Deve essere
furiosa.
  Cerco di recuperare la sensazione di benessere del mio
corpo appagato sotto la doccia.
  - Ciao, mamma. Non ho richiamato. Lo so, lo so. Ho
avuto molto da fare. Scusa.
  Devo essere al di l di ogni possibile forma di indulgenza,
perch tace. Sento l'onda del suo respiro, una maniaca
che ansima nella cornetta e soffia sul fuoco del mio
senso di colpa.
- Mamma?
- Dieci giorni.
  Impossibile. Mai fatta prima una cosa del genere. Non
riesco a crederci.
- Stai scherzando. Non pu essere cos tanto.
  - Dieci giorni, - ripete lei, - ho dovuto chiedere a Rocco
di venire a cercarti.  partito ora da Vicenza, lo capisci?
E il passo successivo sarebbe stato la polizia.
  - Mi dispiace,  che ho molto da fare, le giornate corrono
via e non me ne accorgo. Sto seguendo quattro materie
ed un seminario, e lavoro tutti i giorni.
  - Lascia stare, - taglia corto, - hai sempre un buon
motivo. Io non rientro tra i tuoi impegni. Non ho diritti,
mai. La preoccupazione mi invecchia di vent'anni, me lo
dicono tutti, ma questo non conta.
Va bene, mi devo rassegnare, l'ho fatta troppo grossa.
  Devo lasciare che sfoghi la sua rabbia e che mi affetti a
strisce sottili.
  Invece con mia sorpresa non esplode, riprende quasi
subito il controllo. Ma questo non mi tranquillizza. Vuol
dire solo che ha gi in mente qualche forma di risarcimento
morale.
  - Rocco  stato molto disponibile. Si  preoccupato anche
lui. E ormai ha preso il pomeriggio libero. Ora lo chiami,
lo ringrazi, e lo inviti a pranzo, che tanto  gi partito.
  - Come, a pranzo? Ma perch? Se lo chiamo subito
forse riesco a fermarlo. Non avr fatto tanta strada a
quest'ora. Sono solo le dodici! E comunque oggi pomeriggio
ho lezione.
  - Nemmeno per scherzo. Ti ho gi detto che la giornata
ormai l'ha presa, e in qualche modo bisogna ringraziarlo.
  - Ma un pranzo? Non basta che gli offra un aperitivo?
Dispiacer anche a lui tornare tardi. E poi sono in ufficio,
prima delle tre non mi libero. Ho difficolt a chiamare da
qui, - aggiungo abbassando la voce come se qualcuno mi
stesse ascoltando, - sono al lavoro, mamma, ti prego.
  La sua voce riprende a tremare, non so se per rabbia o
per disperazione.
  - Neanche questo posso chiederti? Dopo dieci giorni
di silenzio?
  Continuo a pensare che sia impossibile. Non pu essere
passato tutto questo tempo. Mi sfiora il sospetto che
stia mentendo, e che abbia inventato una storia per farmi
uscire con Rocco. Non sarebbe la prima volta che ci
prova, solo che fino a oggi non aveva mai avuto il coltello
dalla parte del manico.
  Rocco lavora in via temporanea a Vicenza, per gestire
la migrazione di una parte degli impianti della sua ditta,
ma la sede principale rimane a Caserta. Fra un anno circa
torner a casa. A mia madre sembra il modo ideale per riportarmi
indietro definitivamente. Pi la scadenza del suo
incarico si avvicina, pi lei diventa insistente.
Sento pulsare una vena sulla tempia.
- Non l'hai fatto apposta, vero? - mi sfugge.
Lei ricomincia ad inspirare come un toro.
- Che significa?
- Lo sai, - mormoro io, spaventata dal mio coraggio.
  - Tu sparisci nel nulla per giorni, io non riesco a pensare
a nient'altro che mandarti a cercare dall'unica persona
che conosco e di cui mi fido, e tu credi che stia tentando
di combinare qualcosa fra voi due?
Ecco, lo sapevo. L'ha detto lei.
  Penso a Rocco, ai baci che veniva a prendersi da me a
tredici anni come fossi un distributore gratito, alla lingua
rasposa che mi infilava tra i denti, all'alito che sapeva
di fumo. L'avevo anche detto a mia madre, all'epoca. Ha
un tale orrore per il sesso che pensavo sarebbe andata a
cercarlo per mollargli un paio di sberle.
  Sei troppo piccola, - mi aveva risposto invece. - Non
capisci niente. Scicquati la bocca e non parlare di cose
che non conosci.
  Ci ho riprovato pi tardi, verso i sedici anni. Ormai
non ero pi cos piccola. Sono tornata da lei per chiederle
aiuto, visto che Rocco insisteva ad allungare le mani,
arrogante come un guappo.
  A quel punto le sue argomentazioni sono diventate ancora
pi fumose e io non capivo. Non faceva che mettermi
in guardia contro il sesso. Le sue brutture, la trivialit,
l'abissale distanza che lo separa dall'amore, il fatto
che fosse il mezzo pi veloce per squalificare una donna,
trasformandola da sposa promessa a puttana senza passare
per il matrimonio. Tutti i vantaggi se li prendono loro, -
diceva, - e tutto il pregiudizio rimane a noi.  cos che il
mondo si divide dopo che ti sei buttata via.
  Se provavo a spiegarle quello che Rocco faceva senza mostrarmi
alcun rispetto, la musica cambiava. La vedevo sulle
spine, diventava ritrosa, s'imbarcava in mille distinguo.
Tu fai in modo di non restare sola con lui, tieniti vicino
qualche amica e vedrai che non succede niente.
  Per quando le davo ascolto e cercavo di non allontanarmi
dalle mie compagne di scuola, si arrabbiava lo stesso.
  Ma cosa fai sempre insieme a quelle? Non lo vedi come
vanno in giro conciate?
  Me l'hai detto tu! Lo faccio quando so che c' Rocco
in giro.
  Allora  colpa tua se poi ti mette le mani addosso! Siete
voi che fate le stupide.
Si pu sapere che devo fare allora?
  Devi rimanere al posto tuo, come t'ho insegnato.
Rispettosa ed educata. E non stare sempre a rispondere.
   Se rimango da sola e non mi difendo me lo ritrovo addosso.
Che cosa vuoi, che lo lasci fare?
  Certo che no! Ma se tu non gli dai fastidio vedrai che
lui non ti tocca.
E se mi tocca?
  Mi tiri fuori gli schiaffi dalle mani! Ti ho detto che
non ti tocca! 
  Insomma un passo indietro e uno avanti, lavate di capo
che sembravano tarantelle e che non capivo dove andassero
a parare.
  Ha continuato su un doppio registro finch ho smesso
di parlargliene, tanto era inutile. Poi alla fine ho capito.
  Rocco era un papabile. Questo lo esonerava dall'obbligo
di rispettare la morale comune. Ci che mia madre cercava
di dirmi in via ufficiosa  che il sesso colpevole  solo
quello senza contropartita, che ha come unica motivazione
il piacere. Fare sesso con una finalit lecita invece pu
andare. Dopo il matrimonio, la finalit lecita  fare figli.
Prima del matrimonio non si dovrebbe, ma si pu derogare,
a patto che il sesso sia centellinato con astuzia allo
scopo di incastrare uno che, se venisse lasciato scappare,
cesserebbe di essere disponibile al matrimonio e quindi a
fare figli.
   a questo tipo di precetti tribali che mia madre si riferisce
quando dice di s che lei  una donna moderna. Lo
dicono anche le sorelle e le amiche, con toccante rispetto:
Eh, Tina. Lei s che  una donna moderna. Intuiscono
lo strazio che le costa una simile ampiezza di vedute,
obbligata com' dal fatto di essere una vedova senza mezzi
e con una figlia da piazzare.
  Quando ne parlano insieme, nel salotto di casa mia, si
stringono intorno a lei con affetto. E si caricano sulla faccia
certe espressioni lugubri che pare di vedere i discepoli
di Socrate vegliare intorno al letto dopo che il maestro ha
bevuto la cicuta.

La Callegari arriva verso le undici.
  Le faccio il resoconto della settimana perch di recente
non ci siamo incrociate quasi mai.
  - Qui ci sono i moduli d'imposta che ho pagato online,
se vuole controllare che sia tutto in regola prima di archiviarli, -
glieli porgo. - E ho stampato gli atti che l'avvocato
mi ha lasciato.
  Li prende e li legge con attenzione, scorrendo le righe
con il dito, in particolare gli atti. Vuole sempre verificare
tutto prima che li restituisca all'avvocato per la firma.
- Va bene. Puoi portarglieli,  di l.
  - Come? Non credo. Sono arrivata molto presto stamattina,
non mi pare che fosse gi qui. Non l'ho mai sentito,
nemmeno per il caff.
  Mi guarda con fastidio. - Ti dico che  di l. Mi ha chiamato
al telefono mentre parcheggiavo qui sotto.
  Provo disagio all'idea che Lepore sia stato qui stamattina
senza che me ne rendessi conto. Fortuna che mi sono
cambiata in bagno.
- I preventivi per la tinteggiatura? - mi chiede.
  Ha convinto Lepore a far ridipingere lo studio durante
la chiusura estiva. Ne ho raccolti quattro, glieli mostro.
  - Ci hai parlato? Gli hai detto che  essenziale che il
lavoro venga svolto dall'8 al 21 agosto?
Annuisco. - Nessuno ha fatto storie.
Mi ascolta mentre le elenco i pro e i contro di ogni ditta.
Occupo un'area estremamente periferica della sua attenzione.
  Sto comunque molto attenta a quello che dico,
so che poi ricorda tutto.
  Alla fine fa una cosa che pu passare per un sorriso, e
si toglie gli occhiali. Da qualche giorno mi sono accorta
che li porta per bellezza. O meglio, per seriet. Le lenti
sono neutre.
Li ha dimenticati qui l'altra sera, e allora li ho provati.
  Io ci vedo bene. Se le lenti avessero avuto una correzione
anche minima me ne sarei accorta. Mi ha fatto tenerezza.
Tutti quei tacchi, quel trucco, perfino gli occhiali. Deve
essere una bella fatica alzarsi la mattina e mascherarsi per
diventare Renata Callegari.
  - Non male, - mi dice, - prima che l'avvocato ti mandi
via devi spiegarmi come hai fatto a correggere quell'imperfezione
di stampa -. Solleva un foglio e lo guarda in trasparenza,
dal basso verso l'alto, poi lo rimette in cima alla
pila. - La sbavatura di inchiostro che lasciava sempre sul
retro.  un difetto che la macchina ha avuto fin dall'inizio,
ma ora  sparito.
  Sgrano gli occhi. Lei allora solleva un sopracciglio e
corregge il tiro.
  - Sta' tranquilla. Non voglio dire che ci stia pensando.
Il ricambio delle segretarie qui  sempre stato piuttosto
sostenuto. Ma non mi risultano particolari casini da parte
tua. Quindi probabilmente tu durerai di pi.
  Magari sta cercando di essere carina. O almeno non del
tutto sgradevole, che forse per una come lei  gi qualcosa.
In fondo  una prigioniera di guerra, legata a questo
studio molto pi di quanto non sia io.
  Il campanello suona. La Callegari mi lascia andare ad
aprire.
  Alla porta c' un uomo alto con un impermeabile grigio
e gli occhiali da sole. Se li toglie per parlare con me.
  - Buongiorno. Ho un appuntamento, - dice, e butta
uno sguardo oltre le mie spalle, come per controllare
l'ambiente.
  Mi faccio da parte. Lui entra e si dirige senza esitazioni
verso la sala d'attesa. Si vede che conosce lo studio.
Lo seguo e aspetto che si accomodi.
- Il suo nome? - chiedo.
- Feliziani, - mi risponde. - A mezzogiorno, per Lepore.
  Riconosco il nome,  in agenda. E ha detto Lepore
come se avesse una certa familiarit. Fino a oggi l'ho sempre
sentito chiamare da tutti l'avvocato.
  Torno alla scrivania e Lepore mi compare davanti in
quel momento. Faccio un piccolo sobbalzo.
- Mi scusi, non l'ho sentita avvicinarsi.
Lepore ha questa abitudine. Si materializza.
  Non dice niente e si avvia verso la sala d'attesa. Va incontro
all'uomo che  appena entrato, una cosa che non
gli avevo mai visto fare prima.
  Il suo studio  in fondo al corridoio. Pu passare davanti
alla mia scrivania, che  all'ingresso, e chiudersi dentro
senza che i clienti in attesa sappiano che  arrivato. Ho l'ordine
tassativo di tenere chiusa la porta della sala d'aspetto
e conservare sempre il riserbo sulla sua presenza. Quando
decide che  opportuno mi avvisa sulla linea interna, e solo
allora li porto da lui.
  Invece stavolta va ad accogliere il cliente di persona. Deve
essere qualcuno a cui tiene in maniera particolare, infatti
si salutano con calore. Lepore lo invita a seguirlo, ma si attardano
a chiacchierare nel corridoio. Mentre sono ancora
l la Callegari esce dalla sua stanza con un faldone in mano.
  Alza la testa, murata come sempre dietro la sua espressione
impenetrabile, vede Feliziani e si ferma.
  La scena attira la mia attenzione. Non so perch, visto
che non succede niente di particolare. L'uomo, che sta
ascoltando Lepore, si gira sentendo aprire la porta, ma
appena incrocia lo sguardo della Callegari si volta dal lato
opposto con un'espressione impassibile.
  Nemmeno la Callegari saluta, e lo supera come se non
lo vedesse. Continua a camminare verso di me, mi passa
accanto, lascia scivolare il faldone con un tonfo sulla mia
scrivania, e si infila in bagno.
  Gli altri due spariscono nello studio di Lepore. Dopo
una ventina di minuti il cliente esce, mi saluta e se ne va.
  Subito dopo Lepore mi chiama al telefono: - Mi avvisi
se vede Renata andare via, - dice, - devo parlarle.
   strano che passi attraverso di me. Potrebbe chiamarla
direttamente, ma qui dentro ci sono diverse liturgie che
non afferro bene, e non mi faccio troppe domande.
  Poco dopo la vedo uscire dal suo ufficio mentre indossa
la giacca, e chiamo Lepore.
  - L'avvocato vuole vederla prima che vada, - le dico
sottovoce con la mano sulla cornetta.
- Devo andare da lui?
  Mi guarda perplessa. Forse me lo sogno, ma ha un'espressione
spaventata.
- Non credo. Non ha detto questo.
Infatti  Lepore che esce dal suo studio e ci raggiunge.
  - Il decreto ingiuntivo per Feliziani, - dice mettendole
in mano una cartella, - riordini le fatture e verifichi la sede
legale della societ. Non voglio rischiare all'ultimo momento
un'opposizione per l'incompetenza territoriale del giudice.
  La Callegari tiene la testa bassa e annuisce, un atteggiamento
di mansuetudine che proprio non  da lei.
  - Controlli anche la certificazione notarile di conformit
contabile, non sarebbe la prima volta che Feliziani
se ne dimentica.
- No, infatti, - conferma lei.
- Mi serve per gioved.
  La Callegari molla la sua borsa su una mensola. Sembra
che non riesca pi a tenere tutto in mano.
  - Gioved, - ripete a bassa voce. - Vuole che vada da
loro, in sede? - gli chiede.
  - Se si fida ed  sicura che non dimentichino niente, pu
farsi spedire la documentazione tramite corriere. Veda lei.
  La Callegar i annuisce senza aggiungere altro, riprende
la borsa e si avvia verso l'uscita. Fuori sta piovendo a stravento
da almeno mezz'ora. Si sentono le gocce picchiare
contro i vetri come proiettili, ma lei non raccoglie l'ombrello
dal vaso accanto all'entrata.
- Avvocato -. Le vado dietro.
Si gira. La faccia  quella di una che  qui ma non  qui.
Non l'ho mai vista in queste condizioni.
-  meglio che prenda un ombrello, - le dico.
  Anche Lepore parla: - Giusto, l'ombrello. Non  il momento
di ammalarsi.
  La Callegari inspira e allarga le spalle, recupera la sua
espressione agguerrita, afferra l'ombrello che le porgo
ed esce.
Non so perch, ma da quello scatto d'orgoglio capisco.
  Chi  Feliziani. Perch le fa quest'effetto. E per quale
motivo Lepore le ha parlato di fronte a me invece di passarle
direttamente le consegne al telefono.
Voleva che assistessi al teatrino.
  - Fa passi da gigante, - dice Lepore sarcastico appena
la porta si richiude dietro la Callegari.
  Fingo che si tratti di un'osservazione banale e torno a
trafficare alla mia scrivania. Lui si avvicina, resta in piedi
all'altro capo. Sembra divertito dal mio tentativo di mascherare
il disagio, e lascia che continui fino a quando non
realizzo che mi sto rendendo ridicola. Allora mi fermo e
aspetto. Tanto lo so che andr fino in fondo.
  - Non  stata sempre cos veloce a riprendersi, Renata.
C' stato un tempo in cui restava catatonica per ore. Ma
ormai lo spazio di recupero  quasi impercettibile. Lei ha
capito ugualmente, vero? - dice portandosi la pipa alla bocca.
- Perch conosce la storia. Basta solo un piccolo sforzo
di immaginazione per mettere insieme i pezzi.
Non voglio dargliela vinta. - Quale storia?
  - La consueta risposta diplomatica, - dice, - anche stavolta
vuole rimanerne fuori.
Sono decisa a tenere duro e a non dargli nessuna soddisfazione.
La puerilit dei suoi giochetti mi imbarazza.
Non pu costringermi a parlare con lui se non voglio, o
se non rispondo.
  Per all'improvviso mi fulmina un sospetto, e la domanda
mi scivola fuori senza che riesca a fermarla: - Li
ha fatti conoscere lei? - domando incredula. - Cio, ha
chiesto al suo cliente di esasperare Renata, di portarla a
fare quello che ha fatto?
Mi guarda appagato.
  - Mi sta chiedendo se ho manipolato un uomo adulto,
un industriale piuttosto promettente, perch proponesse
a Renata di sposarlo, e poi la abbandonasse prima del matrimonio,
per il gusto di vederla impazzire? - Scandisce le
parole facendo la caricatura di un'ipotesi verosimile. - E
perch avrebbe dovuto farlo, esponendosi a mesi e mesi
di persecuzioni e al rischio di mettersi in guai seri con la
polizia tributaria? Cosa aveva da guadagnare?
Non lo so.
  - Forse tendo a essere macchinoso, lo ammetto, - prosegue,
- ma non sono onnipotente -. Fa scattare l'accendino
e lo appoggia al fornello della pipa, aspirando. - E in
ogni caso non userei mai un trucco cos volgare. Non sono
un burattinaio. Non le  mai capitato di far conoscere due
persone che pensava potessero piacersi? E trova che sia
cos riprovevole? Non ho sollecitato nulla, ho solo facilitato
un incontro. La partita rimane sempre nelle mani dei
giocatori, io resto fuori. Tutto quello che faccio  limitarmi a
osservare, e ricavarne conferme o smentite. Smentite
quasi mai, per la verit.
Spero solo che non ricominci.
  Per un po' non si muove. Sembra assorto. Poi punta la
pipa nella mia direzione, come per sottolineare qualcosa
che gli  appena venuto in mente.
  - Ma non mi sono ancora ritirato dal mondo. Questo
dimostra se non altro che ho voglia di essere sorpreso, no?
Se ne va. Lo osservo. Il suo corpo pare leggermente rattrappito.
Le spalle si incurvano in una flessione che non
avevo mai notato prima. Cammina senza fretta, come se
sapesse che lo sto fissando e volesse smentire con un atto
della volont la debolezza che intercetto nella sua andatura.
  - Ho bisogno di un caff, - mi dice prima di entrare nella
sua stanza, - se possibile, che sia in grado di attenuare
gli effetti di una pessima giornata.
  - Faccio del mio meglio, - rispondo, quasi euforica perch
stavolta mi sembra di cavarmela con poco.
  - Questa  la dichiarazione d'intento di tutti i mediocri, -
ribatte. - Una volta tanto si sbilanci, Rosita, e mi
sorprenda. Siete sempre cos prevedibili.
...
15 luglio 1959.

  Poco dopo le nove di sera la corriera arriva al capolinea
e Ludovico e Guido scendono a Volterra. Guido  sereno,
e pare pi allegro del solito.
  Ludovico lo sa con certezza perch passa la notte a guardarlo
senza chiudere occhio. Lo sente girarsi appena un
paio di volte, poi respirare pesantemente un minuto dopo
essersi coricato sul letto accanto al suo, e infine crollare in
un sonno di pietra, mentre lui, seduto con la schiena contro
la spalliera del letto, continua a fumare per ore. Per accorciare
l'agonia si alza prestissimo, prima delle sei, buttandosi
alle spalle le lenzuola che sono un groviglio di sudore.
  Ha dovuto lottare tutta la notte contro la tentazione di
saltare sul primo mezzo pubblico e scappare, e ha resistito
solo perch  certo che in una cittadina come quella, al
buio, non ci sia alcuna opportunit per andarsene se non
allontanarsi a piedi, che  una prospettiva melodrammatica
e ridicola.
  Al mattino lascia che Guido dorma fino a tardi, non lo
sveglia. Ma appena possibile ha intenzione di dirgli che
ha deciso di ripartire subito, e da solo.
  Quando Guido si decide a scendere  cos imperturbabile
che Ludovico all'improvviso non sa pi cosa fare.
  Guido continua a comportarsi come se non fosse successo
nulla. Se Ludovico gli annunciasse la sua decisione,
dovrebbe spiegare il perch, e a quel punto spetterebbe a lui
l'obbligo di riparlare dell'accaduto. Questo gli pare inaccettabile,
e profondamente ingiusto.
  Guido esce dall'albergo e si avvia lungo la strada respirando
a pieni polmoni, come se il mondo fosse suo. Ludovico
lo segue smarrito.
  - Dove vai? - gli chiede accelerando il passo per
raggiungerlo.
- Non hai fame? Voglio mangiare, andiamo.
  Percorrono  vicoli del paese alla ricerca di un bar per
mettere qualcosa sotto i denti. L'atmosfera  cos surreale
che Ludovico comincia ad immaginare di avere sognato.
Due ore dopo ne  quasi certo. Quando Guido gli sfiora il
braccio camminandogli accanto si irrigidisce appena. Ma
l'amico  talmente pacificato che Ludovico riprende fiato.
Nel pomeriggio entrano nella bottega di un antiquario.
  L'interno  scarsamente illuminato, umido, con un leggero
sentore di muffa e di legno.
  Si dividono, ognuno attratto dalle proprie curiosit. Ludovico
si avvicina ad una consolle dove  disposto un gruppo
di figurine femminili scolpite in alabastro. Ne prende
in mano una che rappresenta una donna inginocchiata e
seminuda che solleva un braccio dietro la testa esaltando
la forma del seno. La mette in controluce sotto una lampada.
L'alabastro  bianco, opalescente, attraversato da
sottili venature grigie, vellutato al tatto.
  - Ti piace? - gli chiede Guido che compare alle sue
spalle. Ludovico pensa si riferisca alla statuina, ma l'altro
indica invece una credenza in noce. Rimette al suo posto
l'oggetto che ha in mano e si avvicinano insieme.
Sullo scaffale pi alto della credenza c' una scultura in
bronzo di medie dimensioni, isolata, come se non ammettesse
compagnia.  sottilissima, alta all'incirca sessanta
centimetri. Rappresenta una figura efebica maschile con
arti e busto allungati in modo innaturale, ritta e immobile,
le braccia abbandonate lungo i fianchi.
  Le uniche parti del corpo che rispettano le corrette proporzioni
sono le estremit: le mani, i piedi, il volto, che 
quello di un adolescente scarnificato dal tempo, tumefatto,
i tratti camusi, specie se visto di fronte. Di profilo invece
sembra pi naturale, e anche molto pi giovane, quasi un
bambino, con il naso minuto e una ciocca di capelli che si
raccoglie a punta sulla guancia.
L'antiquario si avvicina alle loro spalle e non dice nulla.
  Lascia che si facciano attirare dalla malia dell'efebo. Poi
accenna a voce bassa: - L'Ombra della sera.
Ludovico e Guido non danno segno di avere sentito.
-  cos che si chiama, - aggiunge l'uomo.
  Il nome perfetto per questa figura stilizzata, pensa
Ludovico.
  - Non  il vero nome. Quello non lo conosce nessuno.
Fu un'idea di D'Annunzio chiamarlo cos. L'originale 
etrusco, e si conserva qui, al Museo Guarnacci. I signori
l'hanno visitato?
  I due scuotono la testa per dire che no, non hanno visto
musei di recente, n l n altrove. Il loro non  un viaggio
di cultura. Hanno cose pi importanti da capire.
  L'antiquario si sposta e li affianca.  piccolo e scuro,
fa pensare a un sensale di matrimoni.
  Afferra la statua e la rovescia per mostrare il numero
di serie.
-  una copia autorizzata dell'originale, da un calco in
cera, realizzata con un procedimento unico e in un numero
limitato di esemplari. Ha il suo certificato, - dice. E la
porge a Guido per invitarlo a verificare.
Guido la afferra e la fa ruotare tra le mani.
  - Allora, ti piace? - insiste. Ludovico non sa cosa
pensare.
  L'efebo ha il suo fascino siderale, ma anche una carica
maligna che lo disorienta. Non c' nulla che sia pi distante
da lui della superstizione, eppure  quasi certo che
quell'oggetto porter sfortuna a tutti e due.
Finge che non gli importi, sapendo che nascondere
qualcosa a Guido  quasi impossibile. Conosce la sua vena
provocatoria.
  Guido se ne accorge, infatti, e dichiara entusiasta: - La
prendo.
  La porge sorridendo all'antiquario, che si affretta a portarla
via per imballarla.
  - Se ti dispiace tanto la terr io. Mi sembrava un bel
ricordo del viaggio.  evocativo, in qualche modo.
- Evocativo di cosa? - chiede Ludovico, preoccupato.
  - Del lato visibile delle cose, e di quello nascosto. Mi
piace l'idea che getti un'ombra lunga. Un'ombra sproporzionata.
Come se ci che nasconde fosse molto pi vasto
di quello che mostra.
  Ludovico si sente di nuovo in difficolt, stavolta non
deve farsi prendere di sorpresa, tanto pi che sono di nuovo
soli.
- Se lo dici tu, - conclude. E si gira in fretta verso l'uscita.
Il resto del viaggio procede senza intoppi e senza allusioni.
  Rimangono fuori qualche giorno, poi si avviano di
nuovo verso casa. In corriera, e poi pi tardi in treno, la
statua riposa in mezzo a loro avvolta nell'imballaggio, troppo
grande per entrare nelle sacche da viaggio.
Nascosta e invisibile li separa gi, in modo impercettibile,
impedendo che le braccia si sfiorino quando la corriera
prende una buca e sobbalza. Avvolta nella carta da
pacchi, a Ludovico sembra ancora pi maligna e pericolosa.
Al rientro Guido mantiene la parola e la prende con s.
  Si separano un giorno appena, il tempo di farsi rivedere
in famiglia. Hanno gi preso accordi per partire di l a
ventiquattro ore per una vera vacanza. Che sar l'ultima
prima dell'universit.
...
8.

Stamattina comincio con un paio di negozi in centro.
  Consegno e ricevo incartamenti, mi faccio firmare ricevute,
deposito pratiche invitando i clienti a leggere e firmare.
Poi rientrer in ufficio per archiviare tutto.
  Finito con i negozi, taglio per le Riviere e passo sotto
porta Altinate reprimendo il desiderio di un gelato. Adesso
che guadagno qualche soldo in pi, ogni tanto mi concedo
un minuscolo lusso e me lo godo come un premio. Ma
ho troppa roba in mano. Non voglio correre il rischio di
macchiare nulla, e neppure di dimenticare qualche pacco
in giro, visto che mi  gi capitato.
  Al secondo piano di uno stabile signorile di via Santa
Lucia suono al campanello di un centro estetico. Mi apre
un tizio massiccio in camice bianco,  la persona che stavo
cercando. Lo so perch ha il nome ricamato sull'etichetta
appena sopra il risvolto del taschino. Devo fargli firmare
un pacco di carte alto cinque centimetri, e so gi che ne
avremo per mezz'ora. Non mi sembra molto lucido, e senza
fargli fretta gli indico il primo foglio della pila.
  Lui si mette a scrivere d'impegno, la cosa gli viene
difficile. Tiene stretta la penna con le dita contratte. Ha
bicipiti cos grossi che non riesce a tenere il braccio abbastanza
vicino al busto per scrivere decentemente. Uno
dopo l'altro tira via dei ghirigori che potrebbero essere
qualsiasi cosa. Mi domando quale valore legale possa avere
una firma cos, ma non posso obbligarlo a fare di meglio.
Se la Callegari mi dir che non va bene, mi toccher
tornare. Non sembra cattivo, e nemmeno il tipo che potrebbe
innervosirsi per una richiesta simile. Per non si
pu mai sapere.
La cosa va per le lunghe, mi guardo intorno.
  Da una porta accostata si intravede una sala foderata
di pannelli in legno che arrivano fino al soffitto. Al centro
sono allineate diverse capsule, grandi abbastanza da
contenere un corpo umano. Due sono occupate da donne
distese in orizzontale. Se i piedi fuoriuscissero dal capo
opposto sembrerebbero pronte per essere tagliate in due
da un prestigiatore. Ma i piedi sono dentro, come tutto il
resto, eccetto la testa. Entrambe guardano il soffitto senza
parlare tra loro. Una  giovanissima, l'altra avr forse
cinquant'anni.
  I volti hanno un aspetto che ricorda i santini dei protomartiri
da portafoglio: mansueti e immobili, lo sguardo
rassegnato e rivolto verso l'alto. All'interno delle capsule
qualche meccanismo arranca, si agita, sbuffa ed emette una
leggera cortina di umidit. L'aria  satura di un'essenza
dolciastra, fa pensare al sandalo.
  Torno a guardare il culturista in camice bianco che va
avanti a firmare, un foglio dopo l'altro. Dietro di lui c'
una bilancia professionale a colonna, grossa e cromata, che
si riflette su una grande specchiera a parete.
  Il telefono non ha smesso di squillare da quando sono
entrata, l'uomo non ci fa caso. Continua a firmare, concentrato,
la lingua che spunta tra i denti. Calca cos forte sul
foglio che l'inchiostro passa da parte a parte. In qualche
modo riesce ad arrivare fino in fondo. Chiude la cartellina
con un sorriso soddisfatto e me la restituisce. Mentre
esco lo vedo avviarsi verso la sala sul retro e urlare sopra
il rumore a stantuffo delle macchine: - Allora, ragazze,
come andiamo?
Quando mi libero  gi trascorsa buona parte della mattinata.
  Controllo l'orologio. Forse, se faccio in fretta, riesco
a passare dall'officina meccanica prima dell'ora di pranzo.
Ho dei documenti da consegnare anche l.
  Ci arrivo in dieci minuti. Entro, ma non vedo quasi
niente, troppo buio. Poi comincio a intravedere il profilo
delle auto parcheggiate. Ce ne sono un paio con il cofano
aperto, e un'altra, pi vicina, di cui distinguo a malapena
la sagoma. Un meccanico lavora sdraiato tra le ruote posteriori,
sbucano solo le gambe.
  A parte l'uomo sotto l'auto non vedo nessun altro, quindi
mi avvicino a lui e mi schiarisco la voce sperando che mi
noti.  inutile. Non mi sente. Oppure mi ignora.
  Provo ad avvicinarmi alle auto con il cofano aperto. Una
delle due ha il motore collegato a un computer portatile
appoggiato a un tavolino di metallo. Sul monitor scorrono
grafici in sequenza rapidissima. Intorno ci sono due uomini
e un ragazzo molto giovane in tuta da lavoro che in
un primo momento non avevo notato perch sono appena
fuori dal cono di luce che cade dall'alto. Fissano in silenzio
il computer, ipnotizzati. Il raggio della lampada li investe
come una composizione sacra e si riflette sulle loro
espressioni concentrate. Sembra un quadro: adorazione
dei pastori con radiatore.
  Nessuno di loro dice una parola oppure alza la testa per
guardarmi.
  Va bene, non posso passare qui tutta la giornata. Prendo
fiato:
  - Il signor Marcato? - sussurro con la sensazione di interrompere
un rito.
  Uno dei tre alza la mano. Ma non perch  Marcato. Lo
fa per zittirmi. Prima porta il dito davanti alla bocca e poi
lo punta verso la parte posteriore dell'officina.
  Guardo nella direzione che mi indica. C' un ufficio
dietro una parete a vetri che per  vuoto. Non importa,
immagino sia il posto migliore dove aspettare il titolare,
ammesso che non sia uno di quelli che ho visto finora.
  Busso e apro la porta chiedendo permesso. Lo faccio
solo per abitudine alle buone maniere. La parete  trasparente,
so benissimo che dentro non c' nessuno. Ne approfitto
per mollare i documenti sul tavolo e sciogliere le
braccia anchilosate. Suppongo che qualcuno dei meccanici
avviser il titolare.
  Il buio qui  meno pesto che in officina. Sulla parete di
fondo una porta di vetro smerigliato affaccia su un cortile
interno e fa passare la luce. Osservo i poster sui muri
tanto per fare qualcosa. Suppongo siano pubblicit di lubrificanti
o batterie. Poi mi avvicino di pi e realizzo che
sono calendari pornografici.
  Faccio un passo indietro. Cerco di ignorarli, non  facile,
coprono ogni centimetro quadro disponibile. E hanno
qualcosa di dissonante. Rialzo gli occhi a fatica e intuisco
subito cos': il pi recente sar del 1985, il resto invece
risale almeno agli anni Settanta.  cos cambiato il modo
di rappresentare l'erotismo, che in un certo senso sembrano
foto da oratorio. Se non fosse per tutto quel pelo che
stride con la pornografia che circola oggi, direi che sono
immagini che hanno perfino un certo candore.
  Quasi non ti accorgi che sono donne nude. Eppure lo
sono. Nude, e magari anche a gambe aperte, su un divano
in tessuto sintetico leopardato, contro un muro coperto
da carta da parati optical. Sorridono senza nessuna carica
allusiva, oppure al contrario con arie da panterona caricaturale.
L'unica cosa che riescono a evocare  l'immagine
di una bambina che gioca ad infilare le scarpe col tacco
della madre senza riuscire a riempirle.
  Alcuni poster sono a fumetti. Zora la Vampira, c'
scritto sotto il disegno di una donna nuda seduta a cavalcioni
di uno zombie adagiato in una tomba. Le enormi braccia
viola del mostro strizzano il seno della donna.
  Sul tavolino di fronte al divano sono sparse riviste dello
stesso tipo. Mi siedo, mi guardo in giro per accertarmi
che nessuno mi veda e ne raccolgo un paio. La prima  un
Playboy del 1974 con una donna che dice: Quello che
non posso farvi vedere in tv. Accanto c' un nome, io
per non so chi sia.  in piedi, fotografata di profilo,
indossa solo un lungo boa di struzzo e un panama che tiene
fermo sulla testa con la mano. Tutto quello che si vede
del suo corpo nudo  un accenno di pelle ed a malapena il
profilo del culo. Oggi con una cosa cos non pubblicizzerebbero
nemmeno uno sciroppo per la tosse.
Poi c' un numero di Playmen. Sembra un reperto.
  In copertina c' una donna bionda, avvolta in uno scialle
bianco che lascia scoperte solo le spalle. Anche lei deve
essere stata famosa perch il nome campeggia come un
richiamo accanto alla foto, ma a me non dice nulla. La
cosa pi erotica che fa  sporgersi in avanti, ammiccando.
Il seno per non si vede. In alto a destra c' scritto:
Lire 4000.
D'improvviso la porta che d verso l'officina si apre.
  Getto la rivista sul tavolino e scatto in piedi, anche se sono
quasi certa che sia troppo tardi. Il titolare mi ha vista
mentre la sfogliavo.
  Cerco di riprendere il controllo recuperando la cartella
di documenti che ho appoggiato sulla scrivania.
  L'uomo non  uno di quelli che ho gi visto lavorare in
officina. Sulla sessantina, grosso come un armadio, con i
basettoni e i baffi alti tre dita. La testa  tinta di un nero
scurissimo, e lisciata con il gel. Il colore  fatto cos male
che una lunga striscia nera spicca sulla fronte all'attaccatura
dei capelli.  molto in linea con l'estetica dei calendari
sui muri, sembra uscito anche lui dagli anni Settanta.
Porta la tuta da lavoro come gli altri, e si rigira tra le mani
uno straccio lurido con cui si toglie il grasso. Non dice
nulla, per mi guarda con insistenza.
  Mi presento cercando di non farfugliare, e gli spiego
perch sono l. Lui fa dei grugniti di approvazione e si
avvicina mentre indietreggio verso il divano. Quando le
mie gambe toccano il tessuto in pelle e non ho pi alcuno
spazio di manovra, metto tra me e lui l'incartamento con
i documenti, piazzandoglielo all'altezza dello stomaco per
tenerlo a distanza.
- Ecco, - dico, -  tutto qui. Nel folder rosso trova copia
dell'atto depositato che pu tenere per il suo archivio.
Nella cartella pi piccola, qui sotto, ci sono solo un paio di
certificati da firmare.  una cosa da un minuto, me ne vado
subito, anche perch immagino che siate in chiusura per la
pausa pranzo, - concludo guardando l'orologio.
  Dico sempre a tutti che  una cosa da un minuto, e non
 vero quasi mai. Lo faccio per non innervosire il cliente.
 la prima volta che sono io quella che non vede l'ora di
andarsene.
  - Qui non si chiude, - mi risponde lui, - i ragazzi fanno
a turno -. Si accarezza i baffi e butta sulla scrivania la
cartella, che atterra con un rumore sordo. - Non mi ricordo
di te. L'ultima volta  passata un'altra. Bionda,
capelli lunghi, occhi scuri.
  Per un istante ho paura che voglia mimare con le mani
la circonferenza delle tette per completare la descrizione.
Gli leggo negli occhi tutto il potenziale di volgarit che
serve per fare un gesto del genere con una perfetta sconosciuta.
Invece si trattiene.
  - S. Era Giovanna, - rispondo fredda. - Che per non
lavora pi per lo studio. La sostituisco io.
  Lui mi scruta dalla testa ai piedi come se fossi un pezzo
di carne inerte. Dietro il suo sguardo ottuso intuisco
l'avvio di un processo di comparazione fra me e Giovanna,
anche perch non fa nessuno sforzo per nasconderlo.
Non so se il risultato lo soddisfi.
  Alla fine riprende in mano l'incartamento. Non mi toglie
gli occhi di dosso, si inumidisce l'indice sulle labbra,
e comincia a sfogliarlo.
  Il gesto mi disgusta. Faccio qualche passo per allontanarmi,
con la scusa di lasciarlo leggere prima di firmare. Soltanto
allora mi accorgo che fuori dal box ci sono i quattro
meccanici, gli stessi che avevo visto in officina. Guardano
di sottecchi verso di noi facendo finta di essere impegnati
in qualche attivit. La parete a vetri che ci divide mi
fa sentire un animale in uno zoo. A parte l'et, sembrano
copie carbone l'uno dell'altro. La stessa tuta blu scuro del
titolare, la stessa stazza massiccia, e tre su quattro hanno
anche gli stessi baffi. Solo il ragazzino, il pi giovane, ha
il viso glabro.
  Non ho bisogno di sentire quello che dicono. Nemmeno
loro si sforzano di fingere.  probabile che non ne
vedano la ragione. C' una corrente diretta che unisce la
smorfia compiaciuta del titolare e i loro sguardi aggressivi,
e punta verso di me. Uno scanner collettivo che mi attraversa
misurando culo, tette, gambe, e produce un giudizio
mediocre che gli leggo in faccia come tutto il resto.
Per loro valgo quello che mostro, o che mi posso permettere
di esporre, quindi pochissimo. In questo caso la mia
modestissima passata di trucco non impressiona nessuno.
  Resto comunque troppo piccola, troppo magra, troppo
poco appariscente, specie per uomini con un immaginario
erotico cos vintage.
  Non so dove girarmi. Se do le spalle a loro devo guardare
il titolare. Se faccio il contrario, il problema  lo stesso
a parti invertite.
  Poi per fortuna l'uomo finisce di firmare, e l'agonia in
qualche modo si conclude. Rimetto insieme in fretta i documenti
e li caccio nella cartella, senza controllare che siano
in ordine. Ci penser pi tardi in ufficio. Mi riprendo la
borsa, sollevo la mano per salutare ed esco dal box a vetri.
Fuori da l i quattro meccanici continuano a ridacchiare.
  Nessuno mi si avvicina troppo ma, come se quella fosse
una cerimonia di umiliazione abituale messa in atto
ogni volta che se ne presenta l'opportunit, mi seguono a
distanza mentre mi avvio verso l'uscita. Non posso mettermi
a correre, sarebbe imbarazzante e non ne ho nessun
reale motivo. Faccio uno sforzo per non accelerare il passo.
Quando finalmente esco mi prende un moto di rabbia.
Afferro la porta e me la sbatto alle spalle facendo tutto il
rumore possibile. Mentre mi allontano li sento ridere di
pancia come iene sguaiate, orgogliosi di far parte del loro
piccolo clan di molestatori seriali.

  Giro la chiave nella toppa dell'ufficio pregando che non
ci sia nessuno. Mi resta solo l'energia per lasciare i documenti
e andarmene. Fossi stata un po' pi coraggiosa me li
sarei portati direttamente a casa, ma ho fatto uno sforzo.
Preferisco sistemarli al sicuro e pensare ad altro.
  Non riesco a sbrigarmi come vorrei. Nell'officina ho ammucchiato
i documenti in disordine per la fretta di andare
via, e ora mi servono dieci minuti solo per metterli a posto.
Altri dieci li perdo per archiviarli senza errori.
  La Callegari  nel suo studio, la sento parlare al telefono
in inglese, una cosa che le viene naturale, come quasi
tutto quello che fa. Io invece ne so talmente poco che
non riesco a capire se sta facendo una chiamata personale
oppure di lavoro. Il tono  freddo e asettico, lei per parla
sempre cos.
  Se accelero forse riesco a defilarmi senza che si accorga
che sono passata e mi scarichi qualcosa da fare. Sono quasi
convinta di essere fuori quando Lepore compare di fronte
alla mia scrivania. Non l'ho sentito entrare.
  Sobbalzo, la mano al petto. Lui non sorride, neppure
un accenno.
- Quant' che  qui?
- Venti minuti, circa.
- No. Intendo da quanto lavora qui.
Rifletto velocemente. - Poco pi di due mesi, all'incirca.
  - E allora perch continua a reagire alla mia presenza
come se fossi Faust? Chi altro pensa che potrebbe entrare
con le chiavi oltre a me, lei o Renata, che  gi qui?
  - Ha ragione. Ero sovrappensiero. Stavo sistemando
delle cose prima di andare via.
Lui mi interrompe con un gesto annoiato della mano.
- Resti ancora un paio d'ore. Le crea qualche difficolt?
  Il primo pensiero  di rifiuto. Ho bisogno di mettere
una distanza protettiva fra me e loro. Tutti loro. Poi ricordo
che includere qualche straordinario faceva parte degli
accordi che avevamo preso dall'inizio, e che fino a oggi
Lepore non me l'ha mai chiesto. Non posso dire di no.
Chino la testa.
- No, certo. Nessun problema.
  - Ho una coppia di clienti in arrivo. Stanno divorziando.
Due belve. Non vedono l'ora di entrare qui e sbranarsi
con metodo. Il mio studio li spinge a dare il peggio di
s, e la cosa mi disturba. Ho scoperto che quando ci sono
cibo e caff sul tavolo la situazione migliora. Mentre bevono
o mangiano  meno ostico fare qualche progresso.
Passi da Baessato e prenda qualcosa -. Sfila venti euro dal
portafoglio e me li lascia sulla scrivania. - Porti tutto con
il caff. Alle due e mezzo.
- Da Baessato, bene. Salato o dolce?
  Lui fa una faccia disgustata. -  irrilevante. Io non mangio
e non ho preferenze, e loro non si accorgono di cosa mettono
in bocca. Scaricano la tensione e basta. Prenda quello
che si presenta meglio. Si tratta di distrarli, nient'altro.
  Di fronte a me c' l'agenda degli appuntamenti aperta. La
Callegari segna sempre in rosso, in cima alla pagina, i clienti
da cui devo andare. Gli appuntamenti di stamattina sono in
bella mostra. Lepore la gira verso di s e legge con calma.
-  stata da Marcato? - chiede.
  Annuisco. Di sicuro lui non  mai stato in quell'officina,
non riesco a immaginarlo. Tengo gli occhi bassi.
- Un ambiente interessante, no? - mi domanda.
  Ecco, mi sbagliavo. Lo sa. Forse interrogava Giovanna,
oppure lei si  sfogata con la Callegari, che gliel'ha riferito.
In ogni caso, dal modo in cui cerca di stanare una mia
reazione,  evidente che ha un'idea abbastanza precisa di
quello che pu capitare a una donna in quel posto.
  Sguscio via e vado a prendere la giacca. La infilo. Lui
mi segue con lo sguardo.
  - Va bene, - dice quando sono gi sulla porta, - ora non
abbiamo tempo. Ne parleremo pi avanti con calma -. E
si allontana lungo il corridoio.
  Vado di corsa a procurarmi quello che mi ha chiesto e
torno. I clienti arrivano e li accompagno subito da lui.
  Passano meno di cinque minuti e comincio a sentire una
certa confusione provenire dall'ufficio di Lepore.
  Sistemo i pasticcini sul vassoio e riempio le tazzine, ma
le voci non calano di tono. Distinguo con chiarezza quella
di lei, quella del marito, infine una sull'altra. Ogni tanto
la nota grave di Lepore che riporta la calma. Qualche secondo
di silenzio, poi tutto da capo.
  A un certo punto il rumore  cos forte che la Callegari si
affaccia alla porta del suo ufficio in cerca di una spiegazione.
  - I Trevisan, - le dico sottovoce. Lei alza gli occhi al
cielo e torna dentro.
  Aspetto che si facciano le due e mezza e busso discretamente
alla porta dello studio.
  Devo battere almeno tre volte prima di ricevere un segnale
di risposta.
  Alla fine Lepore viene ad aprire e rimane in piedi con le
dita sulla maniglia mentre entro. Potrebbe passare per un
gesto elegante, invece  solo un modo per segnalare che devo
togliermi dai piedi in fretta. Faccio pi veloce che posso.
  I Trevisan si fronteggiano ai due lati del tavolo in pausa
tecnica, guardandosi con un odio cos cristallino che ne
percepisco la sostanza come se qualcuno avesse diffuso uno
spray urticante nell'aria.
  Respirano in leggero affanno, sembra che abbiano fatto
le scale a piedi, e non si dicono nulla.
  Appoggio il vassoio al centro del tavolo, non lo guardano
nemmeno. Il caff invece ha pi successo. Tutti e
due reagiscono all'aroma con un leggero calo di tensione.
  Lepore mi fa un gesto rapido, e io me ne vado portandomi
dietro il vassoio vuoto.
  Poco dopo la donna esce di fretta, l'orecchio incollato
al cellulare. Dieci minuti pi tardi va via anche il marito
infilandosi i guanti di pelle con lo sguardo stralunato.
  Si accende la spia telefonica della linea interna. Il cuore
comincia a battermi pi rapido. Alzo la cornetta.
- La aspetto, - mi dice Lepore, e basta.
  Riattacco senza rispondere, mi avvio verso il suo studio,
e mi viene in mente solo madame du Barry sul patibolo.
Lepore sorride. Sembra molto soddisfatto.
  - Sono sicuro che non li vedremo pi. Manca una firma
in calce all'accordo, ma sono dettagli, - dice. - Cosa
pensa della signora Trevisan? - mi chiede in tono affabile.
Non l'avevo mai vista prima, e non ho nessuna idea.
  Per mi sembra il caso di condividere con lui il successo
professionale. Non cpita tanto spesso di vederlo allegro.
  - Capisco il sollievo. Si sentiva tutto, di l. Sarebbe stato
imbarazzante se ci fossero stati altri clienti.
  Lui d brevi boccate alla pipa. Il sorriso adesso  meno
esplicito, come se lo stesse risucchiando via mentre aspira
dal bocchino.
- Lei ha un talento elusivo che mi disturba, - dice.
Rimango perplessa. Credevo volesse parlare dei Trevisan.
- Io? - domando.
  Annuisce. - Una sorta di vocazione alla letizia che rasenta
l'ottusit. Non  la prima volta che lo noto. Porto
la sua attenzione su un fatto oggettivo, in genere sgradevole,
e lei cerca comunque di darmene una versione edulcorata.
Forse crede che questo basti a far dissolvere il fumo
nell'aria.
  Se intendevo conservare la sua soddisfazione, non ci
sono riuscita.
  - Non volevo eludere niente, ma non so nulla della signora
Trevisan, e non so cosa rispondere.
  - Questo non  un tribunale e io non le ho chiesto una perizia.
Mi accontento di un'impressione. Cosa le dice l'intito?
  Ripenso alla donna che attraversava lo studio nel suo
cappotto di camoscio slacciato che le arrivava fino alle
caviglie. Portava una borsa al gomito, e stringeva in una
mano il cellulare e nell'altra un'agenda in pelle rossa e lucida
dello stesso tono dello smalto. Attirava l'attenzione,
e uscendo non mi ha salutato. Non so nemmeno se si sia
resa conto che c'ero.
- Direi che  bella.
Lepore fa una smorfia. Non arrivo al punto.
- Questo  ovvio e inutile. Cos'altro?
  - Appariscente. Altezzosa, forse.  difficile capire dove
sia davvero. Quanto a fondo si nasconda, intendo.
Lui ci pensa su. Forse sta solo trattenendo il nervosismo.
Infatti alla fine scuote la testa.
  - Una battaglia persa. Non riesce a osare un'opinione
personale nemmeno protetta dal pi assoluto anonimato.
Va bene, - dice, come se avessi manifestato il minimo interesse,
- si sieda. Le racconto chi  Irene Trevisan.
Ubbidisco di malavoglia.
- Si ricorda di Annamaria Pincherle, vero?
  Mi ricordo, certo. La cliente a cui ho consegnato documenti
durante la prima settimana di lavoro. Sembra dieci
anni fa. Annuisco.
  - Bene. Rispetto alla Pincherle, e a tutte quelle come
lei che nascono ricche e viziate, qui si gioca in un'altra categoria -.
Si sporge in avanti con i gomiti sulla scrivania e
le mani intrecciate. - Le missionarie unghiute dell'arrampicata.
Quelle che partono dal basso e devono fare pi fatica.
E arrivate in cima fanno terra bruciata.
  Chiudo gli occhi cercando di raccogliere le energie. Stavolta
voglio avere l'opportunit di rispondere.
  - La conosco da molto tempo, - riprende, - anche se
appartiene a un ambiente diverso dal mio. L'ho osservata
da lontano,  sempre stata capace di attirare l'attenzione.
Suo padre e lo zio erano ottimi restauratori, se la portavano
dietro da bambina. Me la ricordo che girava per casa,
trent'anni fa. Guardava i mobili e l'argenteria con una frenesia
rapace. Chiedeva permesso, poi prendeva gli oggetti
dalle mensole e li osservava con una cura sorprendente
per una ragazzina di quell'et. Ma non era senso estetico.
Piuttosto sembrava che pensasse: questa cosa dovrebbe
essere mia -. E fa una risatina che suona come un colpo
di tosse, secca e compiaciuta. - Perch una ragazzina di
quattordici anni si siede sul divano ad aspettare, mentre
il padre e lo zio sistemano una consolle o una cassettiera
appena restaurata?
Corruga la fronte alla ricerca del termine pi appropriato.
Lo trova: - Per catalogare. S, catalogava. Le case. E
le persone. Registrava ogni possibile accesso permanente.
Voleva entrare a ogni costo, non dalla porta di servizio
accompagnando un artigiano. Voleva entrare per rimanere.
Poi la natura l'ha aiutata, non c' dubbio.  bella, e
soprattutto  tenace. Se non lo fosse stata, sarebbe riuscita
a diventarlo. Si sarebbe smaterializzata attraverso un muro
se fosse servito. E a sua discolpa devo dire che il mondo
non offre molte possibilit per quel genere di talento.
 sveglia, ma non particolarmente intelligente. Di sicuro
non era fatta per una carriera tradizionale. La strada
pi prevedibile era quella classica. Manipolare l'erede di
un patrimonio e farsi sposare. In quegli anni ha preso in
considerazione chiunque, perfino me, la differenza di et
non la spaventava. Bisogna essere attrezzati di gran pelo
sullo stomaco per certe vocazioni. Anni dopo ha cercato
di convincermi che le attenzioni di allora erano state solo
una forma di pietas filiale, perch la conosco da quando
era una ragazzina. Io fingo di crederle e sto al gioco. Mi
segue, Rosita? Questa storia le interessa?
  Annuisco, in fondo sto mentendo solo in parte. Vorrei
non essere qui, ma la donna non mi  affatto simpatica. Il
resoconto della sua scalata solletica i miei istinti peggiori.
Che  molto pi di quanto ricavo normalmente da queste
chiacchierate.
  - Alla fine ha trovato Trevisan, - continua. - Che era
abbastanza giovane, abbastanza imbecille, e abbastanza
ricco per farla arrivare dove voleva. Per un po' sono stati
anche appagati, ognuno con quello che credeva di avere
comprato sposando l'altro. Poi lui ha aperto gli occhi.
Forse si  innamorato di un'altra, non so, questo non me
l'ha detto e io non gliel'ho chiesto.
Sono sorpresa. - Cio, ha deciso lui di separarsi? Strano.
Non ci vuole molto a capire che la moglie non  un
tipo malleabile.
  - Infatti  inconsueto, dico anch'io.  piuttosto raro che
siano gli uomini a chiedere il divorzio, soprattutto a questo
livello. Anche in presenza di un'altra donna le disponibilit
economiche consentono sempre alternative pi discrete.
Invece lui l'ha fatto, e ha offerto alla moglie un'uscita
molto generosa. Lei non ha nemmeno voluto sentirne parlare.
Quindici anni per costruire il palco, e poi finire cos?
Quindici anni sono sufficienti per capire che la ricchezza
 irrinunciabile, ma di sicuro non pu renderti felice. E se
Irene Trevisan era riuscita a fare a meno della felicit, chi
era il marito per pensare di potersela permettere?
  Gli ha reso la vita un inferno. Non per una questione di
soldi, perch quelli li avrebbe avuti comunque.  diventata
una questione di principio. Non poteva permettergli
di sganciare la catena. Dovevano soffrire insieme, fino
all'ultimo. Del resto, per la mia esperienza, lo scopo del
matrimonio  solo quello di potersi odiare con tutto l'agio
necessario. Un progetto di disfacimento a lungo termine.
 impressionante la rabbia che si scatena in una donna
abbandonata, quando il compagno decide di sottrarsi al
patto implicito di mutua sofferenza.
  Raccontando si infervora, e la mia bolla di divertimento
esplode quasi subito.  cos determinato a suscitare la
mia rabbia che mi sfugge un sorriso di compatimento. Mi
intristisce sapere che per poter dare senso alla vita si debba
rimestare nel torbido in questo modo.
Lui lo nota. - Cosa la diverte?
- Niente, - rispondo. -  una storia interessante.
  Se devo stare qui senza poter reagire, lo far difendendo
la posizione.
  -  pi che interessante.  esemplare. Tra le arrampicatrici
Irene Trevisan  un campione della categoria, oltre
ai soldi difende un ideale. Molti dei divorzi che vedo hanno
le stesse caratteristiche, d'altronde questo  uno studio
con un tariffario impegnativo.
  - Quindi lei dice che le donne che sposano uomini ricchi
lo fanno solo per interesse. Nessuna che l'abbia fatto
per amore, o almeno convinta di provare qualcosa?
Perch non mi pare realistico che siano tutte degli avvoltoi.
  Mentre parlo mi accorgo di non avere cos tanta paura
di lui come mi cpita se sto zitta. Lepore sembra dare un
peso a quello che dico.
  - No, nessuna. L'unica cosa che varia  il grado di consapevolezza, -
dice lui, - ci sono quelle che si raccontano
favole. Credono di metterci qualcosa di profondo perch
sono state educate a sentirsi in colpa quando agiscono senza
coperture sentimentali. Ma  un alibi. E tra l'altro pericoloso,
quando poi i nodi vengono al pettine vogliono essere
risarcite sia dell'investimento che del sogno.
Mi osserva con malizia. Aspetta che gli dia ragione.
  - Invece lei conosce donne sposate a grandi patrimoni che
abbiano dato prova di devozione disinteressata? - chiede.
Mi alzo, forse con troppo slancio.
  - No, non credo di avere mai conosciuto donne sposate
a uomini ricchi. N devote, n ingrate.
  - Quelle devote senza un secondo fine non esistono.
Mi creda.
- Gli uomini invece sono tutti innocenti?
Mi guarda come fosse una domanda insensata.
- Cosa c'entra questo?
  -  che la sua interpretazione mi sembra forzata. Non
 la prima volta che cerca di dirmi che  sempre colpa delle
donne.  possibile che sia cos semplice? Succeder anche
il contrario, no? Ci saranno uomini che tentano una
scalata sociale attraverso donne pi ricche.
- Ovviamente s. Non ho mai detto il contrario.
  - Allora perch mi parla solo di comportamenti femminili
deviati?
  - Non certo per difendere gli uomini. Per la natura maschile
 pi lineare. L'uomo  un fesso abitudinario, meno
incline a cercare assoluzioni sulla base del genere. Le mie
riserve sulle donne, invece, dipendono dal fatto che peccano
avendo la pretesa di uscirne con la coscienza pulita.
Questo le rende pi interessanti. Pi ridicole. E pi perverse.
Mi limito a prenderne atto. Per il resto, il mondo 
pieno di idioti di entrambi i sessi, e io penso male di tutti
allo stesso modo.
  - Ma perch lo dice a me: perch sono una donna? Cosa
vuole, che le dia ragione? Non mi sembra che abbia a
che fare con il mio lavoro.
Lui si appoggia con la schiena alla sedia.
  - Vuol dire che non si diverte con le nostre piccole incursioni
nell'antropologia del diritto di famiglia? Se la cosa
le crea disagio possiamo interromperle in qualsiasi momento.
Pensavo che potessero essere istruttive per lei. Il
punto di vista disincantato di un uomo anziano con qualche
esperienza del mondo.
  Cambia le carte in tavola. La butta sul piano dello scherzo
inoffensivo che io fraintenderei perch magari sono
permalosa o perch il mio equilibrio ormonale  precario.
  Intravedo il sottotesto di sfida. Dillo che mi odi, che mi
disapprovi. Dillo, se hai coraggio. Ma tu non ne hai. Lo so.
  Sono ancora in piedi di fronte alla scrivania, esitante. La
mia rabbia si smonta e retrocede. Lui aspetta una risposta.
  - No, certo, non ho nulla in contrario, non volevo dire
questo, - rispondo.
Sorride. - Bene. Comunque per oggi abbiamo finito.
E mi lascia libera di andare.

  Esco dall'ufficio stanca e frustrata. Spalanco il portone
del palazzo con tanta energia che mi sfugge e devo riprenderlo
al volo in modo che non sbatta contro la parete.
Appena metto il naso fuori mi trovo una donna davanti.
- Scusi, - le dico scivolandole a fianco per non urtarla.
  Lei si sposta con me. Penso a uno di quegli stupidi errori
involontari e sorrido debolmente. Ripeto ancora: - Scusi, -
e passo dalla parte opposta. Lei mi segue di nuovo.
  A quel punto alzo gli occhi.  bionda, ha gli occhiali
da sole. - Rosita Mul? - chiede.
  Mi disturbano quelli che non si presentano. Siamo sotto
lo studio, sar una cliente dell'avvocato che non ho riconosciuto.
Strano per che sappia il mio nome.
- Lei cerca l'avvocato Lepore, immagino.
- No, cerco lei.
  La piazzetta in questo momento  deserta, a parte una
sagoma dall'altro lato della strada, parzialmente nascosta
dall'ombra del porticato. Non vedo la faccia, eppure lo riconosco
subito.  Maurizio.
  Lei segue la traiettoria del mio sguardo, e annuisce con
una smorfia. - Cos adesso immagina chi sono, no?
  Non dico niente, guardo meglio la donna.  alta, massiccia,
trema, e non sembra spaventata.
  - Mi scusi, non la conosco, - le dico, e mi avvio cercando
di restare calma.
  Lei mi si affianca, fa qualche passo accanto a me, all'improvviso
scarta di lato e mi d una spinta leggera. Niente di
particolarmente aggressivo, per mi costringe a fermarmi
e a fissarla. Con la coda dell'occhio intravedo Maurizio.
Si  spostato con noi quando abbiamo iniziato a muoverci.
Non accenna ad intervenire.
  Lei si toglie gli occhiali.  stravolta, spettinata, senza
borsa. In mano tiene un mazzo di chiavi. Sta
boccheggiando.
  - Chi crede di essere? - mi sibila ad un centimetro dal
viso. - Pensa di potermi scaricare cos?
  - Io non penso niente, - le dico. - E non so cosa vuole
da me.
  - Voglio che lasci stare mio marito. Che si trovi un uomo
suo, e smetta di ossessionare quello delle altre!
  Ossessionare? Penso al rapporto stentato e saltuario che
c' tra me e Maurizio. Se la situazione non fosse estrema
credo che le riderei in faccia.
- Io non ossessiono nessuno, - dico a bassa voce.
  - Scommetto che pensa di essere speciale. Magari lui le
ha raccontato che siamo in crisi. Le ha promesso che con
me  finita, vero?
Mai detto niente del genere.
Poi alza la voce:
  - Ce ne sono state cento prima di te, - e passa a darmi
del tu. - Ce ne sono cento anche assieme a te.  un patetico
seriale! - Indica Maurizio. -  bravissimo solo a trovare
delle coglione. Non avrai mai niente da lui, lo capisci?
Niente! - e mi strattona per le spalle.
  Non ho mai avuto niente da lui, se  per questo. A parte
qualche occasionale momento di compagnia. Forse anche
bello. Ma non abbastanza per farmi delle illusioni.
Mi domando se Maurizio riesca a sentire quello che diciamo.
  Provo un'amarezza infinita per questa scena cos
meschina, perch fra noi segna un confine da cui non si
ritorna. Lui che mi abbandona in balia di sua moglie,
come se quello che  successo fosse solo colpa mia. Baratta
la sua unica speranza di salvezza con la mia testa sul ceppo.
La nostra storia che muore stasera mi affligge, ma mi
fanno molta pi tristezza loro che magari hanno perfino
un futuro.
  L'idea che il possesso sia una cosa da affermare con la
forza, come tra gli oranghi,  gi uno spettacolo penoso.
Che poi lui se ne resti a guardare senza intervenire, dopo
avere vuotato il sacco, mi dice che questo teatrino con
ogni probabilit  un copione fisso del loro matrimonio,
recitato chiss quante volte, forse con un certo successo,
perch sono ancora insieme e quindi in fondo il cerimoniale
funziona, riesce a tenerli legati. Insoddisfatti, amareggiati,
ma insieme. Una catarsi al contrario. Li seppellisce
invece di liberarli.
  Un attimo dopo il tono cambia di nuovo. Si vede che il
registro emozionale deve fare il giro completo. Gli occhi
della donna si riempiono di lacrime. Mi afferra il braccio
destro e china la testa in una sorta di supplica.
  - Per favore, mi deve giurare che non lo vedr pi. Per
favore.
  Adesso riprende a darmi del lei. Si copre la faccia con
le mani e comincia a piangere sommessamente, una bambina
sconsolata, le spalle che sussultano sotto la giacca.
  Maurizio  uscito dall'ombra, mantiene una ragionevole
distanza, per lo vedo meglio. Anche lui ha una faccia
stravolta, sembra che preghi. Signore, fammi uscire vivo
da qui. Si rivolge a me o a lei?  cos diverso dall'uomo
che conosco, e che era una creatura al di sopra del giudizio,
inafferrabile ed indefinibile. Mi stanno implorando
entrambi, ognuno a modo suo, di aiutarli a tenere in piedi
la baracca, come se il loro matrimonio dipendesse da me.
  - Sono sicura che dopo stasera lui non mi cercher pi.
In ogni caso, se dovesse farlo, io non risponder.
Lei abbassa le mani e scopre il viso, le lacrime si fermano.
Forse non  abituata a questo genere di resa incondizionata.
  Per un momento pare che la attraversi una specie
di lampo di riconoscenza. Poi mi d uno spintone con
tutte e due le mani e mi fa cadere.
  Incombe sopra di me ed urla: - Ti conviene, stronza!
Altrimenti giuro che ti ammazzo! - Poi scappa lungo il
portico. Maurizio mi d un'ultima occhiata, fa come per
dire qualcosa, ci ripensa, e si mette a correre dietro di lei.
  Resto seduta per terra, senza riuscire a muovermi per
lo stupore. A malapena registro un rumore di passi dietro
di me. Una mano mi afferra sotto il braccio.
  - Lei ha delle strane amicizie, Rosita, - mi dice Lepore
spazzolandosi il cappotto, che ha sfiorato il selciato mentre
si chinava per aiutarmi a rimettermi in piedi.
  - Non era un'amica, - rispondo. L'idea che possa avere
assistito alla scena aggrava la situazione che  gi abbastanza
penosa.
- La signora era piuttosto arrabbiata.
  Spero che non mi chieda cosa  successo, o perch la
donna ce l'avesse con me. Non potrei sopportare anche
questo, dopo la scenata, specie da uno che ha il talento
di parlare solo di argomenti che mi mettono in difficolt.
  - Da qualche tempo lei mi sembra diversa, - dice invece
con convinzione.
Lo guardo stupita.
  - Vedo che torna a casa volentieri con i vestiti che prima
non portava mai fuori dall'ufficio, - continua, - e che
a volte li indossa anche prima di arrivare. Ha una diversa
cura di s.
Ci penso.  vero. Ma cosa c'entra questo adesso?
  - A volte, - sussurra, - un certo tipo di metamorfosi,
e una situazione difficile come quella da cui  appena passata, -
e indica in modo vago nella direzione in cui sono
scomparsi Maurizio e sua moglie, - possono essere collegati.
Resto interdetta.
  Aspetto che mi spieghi cosa diavolo intende. Ma lui si
gira e se ne va. Si allontana con lentezza, leggermente zoppicante.
Un odioso, vecchio sadico stanco e claudicante.
  Mi lascia in mezzo alla strada senza chiedermi se sto
bene, o se ho bisogno di qualcosa.  stato solo uno spettacolo
per il suo personale divertimento.
  Potrei perfino pensare che la messa in scena sia stata
opera sua. Ma non  cos, non ne ha bisogno, e me l'ha
anche spiegato. La partita rimane sempre nelle mani dei
giocatori, io resto fuori. La forza del suo cinismo produce
merda anche senza che lui faccia niente di specifico
per provocarla.
  Sento che le mani mi vanno a fuoco. Le guardo: sono
rosse, infiammate. Ancora la dermatite. Comincio a grattarmi
tra il pollice e l'indice della mano sinistra, poi in
mezzo alle dita. Il prurito non passa, insisto. Non mi fermo
nemmeno quando la mano mi si riempie di minuscole
stille di sangue.
...
Autunno 1959.

A ottobre inizia l'universit, e Ludovico e Guido si separano.
Ludovico a Giurisprudenza e Guido a Medicina.
  Nessuno dei due ha provato davvero a mettere in discussione
il cursus honorum familiare, e il contraccolpo  forte.
  In particolare per Ludovico - che  un giovane uomo
molto fiero della sua autonomia emotiva -  duro scoprire
che ogni cosa che cpita, ogni dettaglio irrilevante delle
sue giornate, non ha pi lo stesso significato se non pu
essere condiviso con Guido. La sua vita ormai  piena di
cose e persone che con lui non avranno mai a che fare.
  Per la prima volta accumula qualche ritardo sul programma
di studi che si era prefisso, e vedere Guido diventa
sempre pi complicato. La frequenza delle lezioni  impegnativa,
e anche quando riescono a incontrarsi l'amico 
distratto, evanescente.
  Non fa che parlare di persone nuove come se lo entusiasmassero,
e per Ludovico, che non ha nulla di interessante
da raccontare proprio perch senza Guido le esperienze
sono incolori, quella foga ha qualcosa di volgare,  una
sorta di tradimento. Si attacca alla rievocazione del passato
per recuperare un terreno comune, ma Guido spesso
taglia corto. Quello che ha davanti a s lo attira molto di
pi di ci che si  lasciato alle spalle.
  Al rientro dalle vacanze di Natale, Guido gli annuncia
che la sessione invernale lo impegner parecchio. Parla
come se il posto di Ludovico non fosse pi cos scontato.
  - Possiamo comunque studiare insieme, come al solito,
no? - propone timidamente Ludovico, una sfumatura di
imbarazzo nella voce. Odia la debolezza, la propria pi
di quella altrui.
  Guido lo liquida: - Mi dispiace. Ho un gruppo di studio,
ci vediamo in casa di altri. Sono persone che non conosci.
  Ludovico si ritrova solo. Appena tre mesi dopo l'inizio
dei corsi deve fronteggiare l'eventualit pi dura: Guido si
sta allontanando. Non era stato il suo unico amico, anche se
era di gran lunga il migliore, e quando gli altri contatti si
diradano capisce che tutti quelli che aveva frequentato per
anni c'erano stati perch Guido faceva da mediatore fra
lui e il mondo. Ludovico non ha il carattere per conservare
un'amicizia, e meno ancora per andarsene a cercare di
nuove. Troppo sulfureo e permaloso. Troppo tagliente.
Guido gli ha garantito una vita sociale senza che lui nemmeno
se ne rendesse conto. Adesso che va per la sua strada,
Ludovico  uno scoglio isolato verso cui nessuno nuota.
  Per di pi Ludovico sospetta che Guido si comporti in
questo modo intenzionalmente, vuole punirlo. Punirlo di
cosa?
  Guido non ha nessuna difficolt a crearsi un giro di
amicizie nuove. Ludovico lo vede spesso uscire, la comitiva
passa a piedi sotto le sue finestre. Alle nove di sabato
sera di sicuro non stanno andando a studiare. Ma Guido
non lo chiama mai e non lo invita ad unirsi.
  A casa si accorgono di quello che sta succedendo, e chiedono
con insistenza, esasperandolo.
  Poi a primavera Guido si fa vivo di nuovo e Ludovico
va a casa sua un paio di volte. Ma non sono mai soli. Gli
incontri servono a fargli capire che ormai l'amico  perfettamente
integrato in un gruppo che lo esclude. Sono persone
che appartengono pi o meno alla medesima cerchia
di cui hanno sempre fatto parte. Vecchi compagni di scuola,
molti dei quali non studiano neppure Medicina. Alcuni
sono a Giurisprudenza con lui, e se li incontra in facolt a
malapena lo salutano. Non hanno nessun diritto particolare
di restare vicini a Guido pi di quanto ne abbia lui,
se non che Guido consente loro di avvicinarsi mentre con
lui aumenta la distanza.
  Ludovico esce da quelle serate estenuato dallo sforzo di
mostrarsi indifferente. Guido gli si avvicina mille volte,
gli sfiora una spalla chiedendo: - Allora, come stai? - Poi
si allontana subito con una scusa qualsiasi prima che l'altro
apra bocca per rispondere.
  Ogni volta che esce da casa di Guido, alla fine di una
di quelle feste inutili, Ludovico non pu fare a meno di
passare accanto alla mensola lungo il corridoio. Ci sono
molte foto allineate, diverse delle quali li ritraggono insieme
a tutte le et.
  In fondo alla fila, come un sorvegliante che vigila e impedisce
l'accesso al loro passato, c' la statua dell'efebo di
Volterra, l'Ombra della sera.
   quella l'ultima visione che Ludovico si porta dietro
rientrando a casa, incattivito e malinconico, sul lato opposto
della strada.
  Sogna Guido di continuo. Sono sempre insieme, e sempre
impegnati in qualche impresa eroica. Scavalcano fossati,
scalano montagne, liberano prigionieri, annientano
armate, oppure nuotano immersi in laghi vasti e preistorici
di cui non si vede la riva. A volte lottano contro eserciti
senza faccia, a volte sono l'uno contro l'altro. Si prendono
a pugni e rotolano nella polvere. Quando il sangue comincia
a scorrere raddoppia la violenza. Si armano con quello
che trovano: bastoni, pietre, schegge di metallo raccolti
dal ciglio della strada. Diventa un massacro, si staccano a
vicenda arti e organi, finch della forma umana non rimane
nulla, solo due scheletri con un'arma in mano, animati
dal desiderio di annientarsi.
Si sveglia nel cuore della notte disperato ed eccitato.
  Non pu ignorare l'erezione sotto le lenzuola che sconta
masturbandosi furiosamente, ma non riesce a conciliare
tutto il sangue che ha sognato con l'emorragia emotiva
che gli apre il petto quando viene, ansimando. Eppure ci
sono entrambe le cose. Il desiderio di avventarsi su quel
corpo e farlo a pezzi, e quello pi arrendevole di penetrarlo
e possederlo.
  Sa che deve accettare ci che ha visto, non pu pi nascondersi
la verit,  qualcosa che esula dal suo potere.
  Decidere cosa farne per  un'altra storia. Quello  un
atto della volont e dipende solo da lui. Non c' spazio
per una cosa simile nella sua vita. Non riesce nemmeno a
nominarla. Non c' spazio, non ci sar mai.
...
9.

  Guardare Dina ha sempre avuto un effetto calmante
su di me.  in piedi nella sua minuscola cucina e prepara
una tisana.
  Mi ha chiamata ieri sera mentre ero nel mezzo di una
crisi di pianto. La visione di Maurizio che rimaneva laggi,
senza il coraggio di coprire la distanza fra me e lui o
di dire una parola, continuava a tornarmi in mente.
Appena mi sono chiusa in camera le lacrime hanno preso a
scendere gi senza un singulto, come una perdita d'acqua.
  Ho creduto che fosse per la rottura inevitabile, per
averlo perso all'improvviso, e senza poterlo salutare.
Poi ho capito che piangevo per lui. Non per noi, per lui.
Per l'imbarazzo che provavo all'idea di aver creduto che
fosse un altro genere di uomo, invece della creatura impotente
che . E piangevo anche per quell'assurdo gesto
di Lepore. Farmi capire di aver assistito alla scena senza
nemmeno chiedermi se stavo bene, se avevo bisogno
di qualcosa.
  Dina mi ha telefonato in quel momento e non sono
riuscita a nasconderle le lacrime. Ero talmente sollevata al
pensiero che non fosse mia madre, che appena mi ha chiesto
Come stai? ho mollato il colpo e le ho detto tutto.
  Le ho raccontato ogni cosa di Maurizio. Non l'avevo
mai fatto prima, ma lei aveva intuito anche da sola. Se lo
ricordava bene nel periodo in cui frequentava il supermercato.
Poi l'aveva rivisto ogni tanto, quando veniva a prendermi,
e non mi aveva mai fatto domande.
  Credo di avere avuto paura che mi giudicasse. Ieri per
non ce l'ho fatta. Le ho detto di lui, dello scontro con
la moglie nel pomeriggio, e di Lepore, dei sermoni malati
che mi costringe ad ascoltare, perfino della dermatite, e
tutto senza smettere di piangere.
  Lei mi ha ascoltata in silenzio e alla fine ha detto:
Sabato mattina sono di riposo. Vieni qui. Ci beviamo una
cosa e mi racconti meglio. Avrei dovuto studiare, ma
tanto sapevo che non sarei stata capace di concentrarmi e
quindi ho accettato.
  La guardo che spegne il fuoco sotto il bollitore, infila due
bustine nella teiera e mi parla delle ultime novit del supermercato.
Storie qualsiasi sui clienti abituali, i fornitori, i
ragazzini delle consegne. Banalit che mi tranquillizzano.
  Mentre chiacchiera, ogni tanto in cucina passa un ragazzino
e chiede qualcosa. Dina ha tre figli, di quattordici,
sedici e diciannove anni. Maschi. Indipendenti. Oggi non
vanno a scuola, hanno tutti qualcosa da fare. Uno passa a
salutare e poi esce con gli amici. Un altro rientra dal calcetto
e va a farsi la doccia. Dina non ha mai un tono imperativo
od infastidito. Ascolta, accoglie, d qualche suggerimento.
Stringe forte solo il pi piccolo perch  lui che
va a cercarsi un abbraccio, ma appena accenna a sganciarsi
lo lascia andare. Non esercita nessuno sforzo per aprire
le braccia o per chiuderle. Fluisce fra i suoi figli concava,
accogliente e spontanea.
  Mi versa la tisana, poi accompagna il figlio pi grande
alla porta mettendogli in mano un biglietto da dieci euro.
  Chiss come sarebbe stato avere una madre cos. Affettuosa
e indomita. Una che non confonde l'istinto materno
con l'impulso a colonizzare gli spazi interiori dei figli.
Una con cui puoi parlare di tutto senza timore che le tue
parole possano essere usate contro di te.
  - Stanotte ti ho pensato, - dice mettendosi a sedere.
- Mi fai preoccupare.
  Abbozzo un sorriso, questo mi dispiace. - Per cosa in
particolare? Per Maurizio? Oppure l'avvocato?
  Lei scrolla le spalle. - Il coglione si pu considerare una
cosa superata, no? Spero che tu non abbia intenzione di
rivedere uno che racconta tutto alla moglie come se fosse
stato stuprato contro la sua volont, e resta l fermo mentre
lei ti aggredisce.
Cerco un modo diverso per descrivere quello che  successo.
  Lo faccio per me, per la mia dignit. Per  cos che
sono andate le cose, ed  inutile girarci intorno.
  - Non posso dire che mi abbia aggredito. Non voleva
picchiarmi. Credo avesse solo intenzione di farmi paura.
Magari se la situazione fosse degenerata Maurizio avrebbe
fatto qualcosa, non so.
  - Per carit, ti prego. Non parliamone pi. Promettimi
solo che cancelli il numero dalla rubrica e se prova ancora
a cercarti non rispondi, - dice premendo la sua mano sulla
mia. Io esito. Lei stringe: - Prometti.
  Faccio segno di s con la testa. - Tanto non chiamer.
Anche lui sar imbarazzato.
  - Questo  quello che immagini tu perch al posto suo
ti vergogneresti. Ma al posto suo non ci sei tu, c' lui. E
comunque dimmi solo che se succede non rispondi. Piuttosto
 l'altro che mi preoccupa. L'avvocato. Prima ti sequestra
in studio per tenerti prediche paranoiche e poi, fuori,
invece di aiutarti, cos' che ti ha detto, ripetimelo un po'?
Ripenso alle parole precise, non le ricordo.
  - Qualcosa sul fatto che ora mi trucco, e mi vesto con
pi attenzione.
  Dina mi accarezza una guancia: -  vero, sai? - dice
con affetto. - Mi fa piacere vederti cos. Sei carina.
  -  che questo aveva a che fare con la cosa che era appena
successa.
  Dina chiude la tazza con entrambe le mani, e ci appoggia
sopra il mento, pensierosa. Resta qualche secondo a
riflettere.
  - In pratica ha detto che se ti vesti con cura  normale
che gli uomini ti notino. Se per le mogli si incazzano
non ti devi lamentare perch vuol dire che te la sei cercata.
Giusto?
La guardo. - Pi o meno.
  - Quindi prima ti dice che sei una zotica ciabattona e ti
impone di vestirti in un certo modo per il buon nome dello
studio. E dopo che l'hai fatto, ti d della troia.
Non rispondo.
  - E ogni tanto ti convoca nel suo ufficio, senza nessuna
ragione particolare, e comincia ad insultare le donne. Anche
se tu non hai nessuna voglia di restare l.
  - Non so. Forse  colpa mia che non riesco a fargli capire
che sono a disagio.
- Non mi piace.
  - Nemmeno a me. Ma  il lavoro migliore che potessi
trovare. Riesco a studiare anche quattro ore al giorno, e
a frequentare le lezioni. Ho ancora una settimana prima
dell'appello di Fisiologia.  la quinta volta che provo a passarlo,
ma la prima in assoluto in cui sento di avere qualche
possibilit. Non posso farmi cacciare.  troppo importante.
  - Lo so, per non mi sembra a posto. Sei sicura che non
sia il genere di schifoso che prima o poi ti mette le mani
addosso?
  Ci penso.  meschino ed egocentrico. Ma non mi ha
mai dato l'idea di essere attratto da me.
  - Non lo so.  cos diverso da quello che sembrava quando
l'ho conosciuto che non posso essere sicura. Per non
credo. Dubito di piacergli in quel senso. E comunque fino
a oggi non mi ha mai sfiorata.
  Ripasso mentalmente i nostri sporadici incontri, sono
davvero tutti molto formali. Nessuna allusione viscida,
nessun contatto fisico involontario. Alla fine non ha neppure
sfruttato la visita all'officina meccanica. Se mi avesse
obbligata a fargli un resoconto avrebbe avuto un appiglio
per lasciar cadere qualche commento pesante. Per
non  successo.
  - No, da quel punto di vista  innocuo. Non credo che
mi farebbe niente del genere.

  Sono giorni ormai che dormo a fatica poche ore per notte,
e mi sveglio con la pressione sotto i piedi. Ogni tanto riaffiora
qualche ricordo sgradevole della scenata sotto i portici,
per fortuna ho poco tempo per pensarci. Dopodomani ho
l'esame di Fisiologia, oggi  l'ultimo giorno di lavoro prima
dell'esame. Ho chiesto di restare a casa domani, per un
ripasso generale. A sorpresa la Callegari mi ha autorizzata.
  Quando entro in studio sono l tutti e due, Lepore e la
Callegari, e parlano in piedi, davanti alla mia scrivania.
Si girano appena sentendo aprire la porta, poi riprendono
a discutere.
  Dopodich Lepore esce, e la Callegari mi aggiorna. La
mattinata sar piena. I Trevisan hanno deciso all'ultimo
momento che vogliono concludere oggi la transazione. Ma
c'erano gi diversi appuntamenti in agenda, e per riuscire
a infilarli serviranno tatto e molta discrezione. Qualcuno
sar costretto ad aspettare.
  Apre l'agenda e fa scorrere il dito sui primi due
appuntamenti.
  - Questo, e anche questo. Telefona e spostali avanti di
mezz'ora. Il primo alle dieci e il secondo alle undici meno
un quarto. Questo invece, - indica un cognome accanto al
quale c' un punto interrogativo, - era comunque in attesa
e aspettava una conferma. Chiamalo e digli che l'unico
buco libero  in pausa pranzo. Se accetta, quando arriva
lo mandi da me.
  In lista ci sono un altro paio di nomi. Riconosco l'ultimo:
Jarmolenko. A meno che non sia un'omonimia, 
l'ucraina che lavora da Lepore. Chiedo alla Callegari: - E
questi due? Non telefono per spostarli?
  Fa una smorfia. - Come vuoi, comunque sono postulanti.
Se dipendesse da me non li farei nemmeno entrare,
ma non sono io che decido. In ogni caso in tarda mattinata
i ritardi sono fisiologici. Questa, in particolare, - indica
il cognome della slava, - ha chiamato ieri sera tardi e
non pu avere troppe pretese. Se  necessario aspetter.
Lo fa sempre.
  I  Trevisan arrivano in leggero ritardo, seguiti da un
codazzo di gente di cui fatico a immaginare il ruolo. La
Callegari li accoglie e li accompagna in sala riunioni.
Cinque minuti dopo rientra Lepore. Faccio appena in
tempo a chiedergli se devo procurarmi da mangiare anche
stavolta.
  - No, quella fase  superata. Ormai  tutto nero su bianco.
Li voglio fuori di qui in mezz'ora, - dice, e li raggiunge.
  Il corteo dei Trevisan esce quasi puntuale e dopo di loro
arrivano altri clienti in agenda che smisto tra Lepore e
la Callegari, secondo le indicazioni.
La mattinata passa veloce.
  Quando suona la Jarmolenko per, poco prima di mezzogiorno,
la scaletta ha gi subto parecchi ritardi.
Apro la porta, sembra non riconoscermi. Mi passa accanto
diretta verso la sala d'aspetto.
  - Le porto qualcosa da bere? L'avvocato  in leggero
ritardo.
- No, grazie, - mi risponde frugando nella borsa, - aspetto -.
Poi alza lo sguardo e a quel punto si ricorda di me:
- Come stai? - mi chiede sorridendo. - L'avvocato mi aveva
detto. Lavori qui ora. Ti piace?
Ci penso un momento di troppo prima di rispondere.
  Non so se posso davvero fidarmi di lei. Poi mi ricordo
che loro due vivono sotto lo stesso tetto e che lo conosce
senz'altro meglio di me. Magari  obbligata a sua volta a
subire monologhi senza contraddittorio, almeno io la sera
torno a casa.
  Infatti non aspetta la risposta. Prende una rivista dal
contenitore accanto al divano, tira fuori un paio di occhiali
rossi dalla borsa, e comincia a sfogliarla. - Aspetto, -
mi ripete guardandomi da sopra le lenti, - io aspetto qui.
  La lascio seduta sul bordo del divano, le gambe serrate,
il busto chino in avanti. Sono costretta a farle passare
davanti una persona che arriva dopo di lei perch queste
sono le disposizioni ricevute. La scavalca anche una donna
che si  presentata senza appuntamento. Ogni volta che
entro la trovo seduta nella stessa posizione, con la rivista
in mano. Alza gli occhi, capisce che non  il suo turno, li
riabbassa e riprende a leggere.
  All'una Lepore mi chiama al telefono interno. - Larisa
 andata via? - mi chiede.
- No,  ancora in sala d'aspetto.
  Sospira innervosito. - Non si scoraggia mai. Mi porti il
suo fascicolo, ma la lasci dov'.
  Quando entro nello studio afferra la cartella, la apre e
la sfoglia di fretta.
  - Non so se avr tempo di vederla oggi, qui c' tutto,
ci pensi lei.
- Cosa? - rispondo preoccupata.
  - Dia uno sguardo alle carte, - insiste, e fa scivolare il
fascicolo sulla scrivania verso di me.
  Non riesco a capire come gli venga in mente una cosa
del genere.
  - Ha a che fare con il furto del portafoglio? - chiedo
per guadagnare tempo.
  Mi risponde irritato: -  successo quattro mesi fa. Per
cose come quelle basta andare in commissariato. No, 
un'altra faccenda. Legga gli appunti e la denuncia,  pi
che sufficiente per farsi un'idea. Poi la porti a pranzo al
bar qui sotto, e le dica qualcosa di consolatorio. E non mi
guardi cos: se parlasse con me non cambierebbe nulla. Non
c' altro da fare se non aspettare che la vicenda segua il suo
corso. L'unica ragione per la quale continua a presentarsi
 perch ha bisogno di conforto. Le visite sono un rito. A
volte aspetta ore per vedermi. Crede che questo dia alla
faccenda una sorta di autorevolezza... - sospira annoiato,
- oggi per non ho tempo di starle dietro.
- Non so niente di questa storia! - insisto.
  Il suo cellulare suona. Lepore taglia corto. - Se ho tempo,
vi raggiungo quando mi libero. Se non mi vede, inventi
una cosa qualsiasi per mandarla via. Prenda qualche iniziativa,
andiamo! Pu raccontare quello che vuole -.
Dopodich risponde e mi liquida.
  Esco dallo studio infuriata. Mi mortifica dover raccontare
storie alla Jarmolenko.  difficile immaginare che Lepore
farebbe lo stesso se lei non fosse anche la sua donna
di servizio. Mi sembra di una scorrettezza inaudita.
  Mi siedo e sfoglio le carte.  una causa di lavoro. Mi pare
si tratti di una denuncia contro un dermatologo presso
cui la donna ha lavorato anni fa senza uno stipendio adeguato,
forse in nero. C' tutta una terminologia tecnica
che mi sfugge. Vedo richieste di contributi, straordinari,
liquidazione, ferie non pagate. Gli appunti di Lepore non
aggiungono molto, oltre a quello che si deduce dalla denuncia.
Qualsiasi altra considerazione tecnica  del tutto al di
fuori della mia portata. Non ho idea di cosa raccontarle.

  La raggiungo in sala d'aspetto. Lei abbandona subito
la rivista sul divano e alza lo sguardo. Vedo bene che non
ha pretese, che potrebbe aspettare ancora fino a stasera,
se necessario. La rivista  quella che aveva preso in mano
al momento in cui si  seduta, quasi un'ora e mezzo fa.
Magari sbaglio, ma sembra anche aperta alla stessa pagina.
  - L'avvocato si scusa per il ritardo. Ha fame? Mi ha
chiesto di portarla al bar a prendere qualcosa. Ci raggiunge
appena possibile.
  Si rannuvola. Per lei deve essere una prassi venire qui
dentro per farsi umiliare. Per un secondo mi consola sapere
di non essere l'unica vittima di Lepore. Poi penso
che, oltre alla Jarmolenko, anche la Callegari riceve la sua
parte, e magari ce ne sono altre di cui non so nulla, e mi
vergogno per la mia meschinit.
  La Jarmolenko intanto raccoglie la borsa e la giacca
dall'attaccapanni, e mi segue a testa bassa fuori dall'ufficio.
  Alla fine tutto si rivela semplice. Lepore deve averla trattata
cos gi cento volte prima di oggi, e ormai  rassegnata
al ruolo di cliente di terza categoria. Avevo paura che mi
sottoponesse a un fuoco di fila di domande cui non avrei
saputo rispondere, invece si accontenta della possibilit che
lui passi di persona, pi tardi, mentre noi mangiamo due
tramezzini tristi, ripieni quasi solo di maionese insipida.
  Non devo raccontarle storie, non se le aspetta. Sa gi
che non ho nulla di importante da dirle. Probabilmente
sono la centesima segretaria a cui Lepore la scarica.  lei,
semmai, che per passare il tempo si sente in obbligo di
darmi i dettagli.
  - Ho lavorato l dodici anni. Infermiera, segretaria,
contabilit, pulizia. Tutto quello che serviva. Arrivavo alle
sette e mezzo e andavo via anche alle otto di sera. Bello
studio, all'Arcella, sai dov'?
Annuisco, conosco il quartiere, anche se non  centrale.
  - E un giorno il dottore mi butta fuori senza spiegazione.
Cos, puf. Un venerd chiudo l'ufficio, e luned, quando
apro, la chiave non entra nella serratura. Sulla porta
c' un cartello: lo studio chiude per ferie dal 14 al 27 settembre.
Ma io non so di nessuna chiusura, - il ricordo la
immobilizza, si blocca con il tramezzino in mano. Poi si
riscuote: - Il padrone del bar l di fronte mi vede, esce,
mi d una lettera. Da parte del dottore, dice. E nella lettera
c' scritto che lui non ha pi bisogno. C' anche un
assegno, con l'ultimo stipendio. Non completo, perch settembre
era ancora a met. Basta. Nemmeno grazie. Nemmeno
buona fortuna.
  Fa un sospiro incredulo fissando un punto oltre le mie
spalle. Si china verso di me, mi afferra un braccio, mi costringe
a piegarmi in avanti come se volesse confessare
qualcosa di riservatissimo, e sibila: - Allora l'ho denunciato,
quel maledetto! - Si rialza di scatto sbattendo il palmo
aperto sul tavolo. I bicchieri sobbalzano.
Mi guardo intorno.
  Un ragazzino seduto l accanto, che stava facendo scorrere
il pollice sull'iPhone, si  girato e ci fissa.  assieme
a un altro ragazzo con un giubbotto in pelle nera e gli auricolari,
che muove la testa al ritmo delle percussioni. Anche
lui guarda il telefono, ma a differenza dell'altro non
ha sentito il colpo. L'amico gli d un calcio leggero per attirare
la sua attenzione. Indica con il mento verso di noi.
Quello col giubbotto si toglie un auricolare di malavoglia,
e avvicina la testa per ascoltarlo. Parlano sottovoce.
Ridacchiano. Poi vengono inghiottiti di nuovo dai telefoni,
ognuno nel suo pianeta, assorbito da un passatempo non
condivisibile.
  La Jarmolenko va avanti. - Ho cercato un avvocato, ho
chiesto in giro, non volevo uno qualsiasi. Io volevo il migliore.
Il pi cattivo, e cos ho trovato Lepore.
- Lavorava gi per lui?
  - No, lui mi ha assunto dopo. Sapeva che stavo cercando
un posto, come te.
  Un benefattore, penso. Forse spero che dica una cosa
del genere, senza il sarcasmo che ho usato io nel formulare
il pensiero. Perch magari cos posso illudermi di essere io
quella che esagera, e che lui sia migliore di ci che sembra.
  Invece non aggiunge una parola. La loro convivenza
dev'essere difficile come la mia. Lei per  diversa. Non
esita, non si pone nemmeno il problema. Vuole vendetta,
e Lepore pu procurargliela. Non importa se questo la
obbliga a vivere accanto a un uomo ostile, forse neppure
se ne accorge.
  Per non mi torna il resoconto dell'intervento legale di
Lepore, almeno fino a oggi. Perch la Jarmolenko accenna
ad una serie di trattative con il medico di cui non ho visto
traccia nella cartella.  vero che non ne so un accidente,
ma negli appunti non vedo riferimenti a operazioni successive
alla prima denuncia, che ormai risale a quattro anni fa.
  Non voglio correre rischi, quindi non sollevo il problema
e lascio che continui a parlare. Mi racconta della sua vita
in Ucraina, e dei primi tempi in Italia. Al posto del caff
che bevo io, lei ha una birra, la terza dall'inizio del pasto.
Piccole, tutte e tre, e sufficienti a renderla malinconica.
  Il passato riaffiora a sprazzi in modo disordinato. Prima
il marito che ha lasciato a casa senza nessun rimpianto, e
di cui non ha pi notizie da allora. Poi il dermatologo con
lo studio all'Arcella. Ancora un salto indietro, i figli. Non
ne ha avuti e non le mancano. I genitori, morti anni fa. E
piccoli eventi sconnessi e frammentari, lavoretti, amicizie
superficiali, nessuna relazione stabile dopo il matrimonio.
  - Ucraini, italiani, non fa differenza. Tutti uguali. L'italiano
sembra pi gentile i primi tempi. Poi alla fine  come
gli altri! E per me  difficile, perch non sono una che
accetta tutto. L'italiano con una slava pensa questo,
che pu fare quello che vuole. Perch l'italiana pretende.
L'ucraina invece viene da un Paese dove gli uomini ti picchiano,
ti rubano i soldi. Basta che tu non picchi, e sei
meraviglioso -. Le si annacquano un po' gli occhi, forse
pensa a qualcuno. Se per c' stata una storia su cui si era
fatta qualche illusione non me la racconta.
  Ogni tanto, in mezzo a ricordi che emergono a fiotti,
la rabbia esplode improvvisa. Quando le torna in mente
il dermatologo ricomincia a tirare manate sul tavolo. Lo
fa senza preavviso, non riesco mai ad anticiparla. Per fortuna
ormai la pausa pranzo  passata e nel locale siamo rimaste
solo noi.
  -  colpa sua! Io non ero venuta a fare la badante!
Avevo un lavoro vero, anche prima di partire. Volevo altro,
sono diversa da quelle che arrivano qui. Tutte ignoranti,
disoccupate, abbandonate dal marito con cinque
o sei figli da mantenere a casa. Poi i bambini crescono,
loro spendono tutti i soldi per farli venire in Italia, e gli
schiaffi che non avevano ancora preso dal marito, li prendono
dai figli!
Le copro una mano con la mia sperando che si calmi.
Lei guarda le nostre mani sovrapposte, poi alza gli occhi
umidi e mi fa una carezza: - Ti sembro una badante,
io? - Ma non aspetta la mia risposta. - Invece, dopo che
il dottore mi ha licenziato all'improvviso,  quello che ho
dovuto fare. Le badanti sono tutte stupide. Donne stupide.
Lavorano quindici, venti anni in Italia, per costruirsi delle
villette orribili al loro Paese. Di cemento, senza luce, in
periferia, col giardino pieno di erbacce, l'orto, i cani che
abbaiano tutta la notte. Sembrano prigioni. Sono donne
che non hanno progetti veri, non vogliono imparare niente.
Finch stanno in Italia si riuniscono e parlano solo della
casa che stanno costruendo, e che vanno a vedere d'estate.
Ci vogliono anni a tirarne su una. Anni, e per cosa? Per
fare una villetta brutta dove io non vivrei mai. Oppure
parlano delle famiglie italiane, del vecchio che seguono.
Si lamentano. Dicono che sono vittime. Gli piace essere
vittime. Io non mi sono mai mischiata con loro. Mai. Ho
studiato, sapevo l'italiano anche prima di venire. Ho cercato
e ho trovato un lavoro diverso. E dopo potevo fare
tante cose, se il dottore era onesto, se mi pagava il prezzo
giusto e mi metteva in regola. Avevo progetti. Invece mi
ha cacciato, non mi ha dato quello che mi spettava, e sono
finita anch'io a fare la badante, questo mestiere schifoso.
- Ma ora dall'avvocato fa qualcosa di diverso, no?
  Lei conferma, inclinando la testa. - S, l non ci sono
vecchi.
  No, mi dico. Malgrado tutto  difficile pensare a Lepore
come a un vecchio.
  - Quindi  una specie di governante. In una casa cos
grande serve una persona di fiducia.
L'immagine evocata dal suono di quella parola le piace.
  Non so se esistano pi, le governanti, e dubito che Lepore
le abbia mai presentato la questione in termini simili. Mi
pare molto pi plausibile che faccia cose di basso profilo
- lavare e stirare camice, passare l'aspirapolvere, rifare
letti. La prospettiva per le mette allegria. Sono contenta
di averle risollevato l'umore.
  - Governante, s -. Il sorriso per non dura. Si incupisce
di nuovo. - Comunque diverso da quello che potevo
fare -. Stavolta le vedo lo schizzo di rabbia negli occhi
e riesco ad anticipare la manata sul tavolo. Le afferro il
braccio e rallento la traiettoria prima che sbatta sulla superficie
di metallo.
Lei mi guarda sorpresa.
- Quando  finita con il dottore? - chiedo per distrarla.
Ci pensa un po': - Sette anni.
  Sette anni sono tanti. Sette anni fa mi sono iscritta a
Medicina andando via da casa. Un'altra vita.
- E ha ottenuto qualcosa, finora?
  - Prima dell'avvocato? No. Con il dottore non potevo
parlare al telefono. Non rispondeva. Dopo ho deciso di
fare la denuncia. Adesso Lepore parla con il suo avvocato
e aspettiamo l'udienza -. Poi stringe gli occhi. - Dodici
anni ho lavorato. Dodici anni come una serva. Io voglio
quello che  mio.
   granitica. Nessun cedimento. Non insisto perch non
voglio che riprenda a battere sul tavolo pugni o bicchieri
di birra, tanto pi che quello che beve  il quarto.
  Guardo l'orologio. Siamo qui da pi di un'ora. Includendo
il tempo che ha perso ad aspettare in studio, sono
due ore e mezza della sua giornata trascorse senza concludere
niente. Manda gi l'ultimo sorso di birra e vuota
il bicchiere, lo mette sul tavolino. Non sono sicura che sia
in grado di reggersi in piedi.
  - Vuole che la accompagni a casa? - le chiedo, pensando
che Lepore non si far pi vedere.
  Lei rifiuta. Restiamo in silenzio un paio di minuti. Forse
sarebbe il caso di andare. Per quando alzo gli occhi vedo
Lepore superare la porta e venire verso di noi.
  La sua sola comparsa trasforma la Jarmolenko in una
creatura intimidita. Mi stupisce, considerando la familiarit
quotidiana che devono avere in casa. In un contesto
ufficiale si fa impressionare. Del resto, anche mentre
aspettava in sala d'attesa, dava l'idea di essere in difficolt.
  Lui non si siede, ci osserva accigliato, incombente. Non
sembra bendisposto. Nemmeno un accenno di scuse a Larisa
per averla fatta aspettare tutto quel tempo.
  - Non pensavo di trovarvi ancora qui -.  l'unica cosa
che sente il bisogno di dire.
  La Jarmolenko lo guarda: - La scadenza di maggio, -
mormora.
  - L'udienza? Rimandata ad ottobre. L'ho saputo stamattina.
Avrei potuto dirtelo stasera a casa. Non so che gusto
ci provi a venire qui a perdere tempo.
  La donna china il capo. - Scusi, - dice. - Non importa.
Il tempo si trova.
  Lepore non aggiunge altro, la Jarmolenko capisce che
il colloquio  finito e si alza a fatica. Saranno tutte quelle
birre. Le do una mano a tirarsi in piedi. Raccoglie la giacca,
il foulard, la borsa, ma senza indossarli, vuole togliersi
di mezzo in fretta. Mi fa un sorriso mortificato e ci lascia
soli. Si ferma un attimo accanto alla cassa e comincia a rivestirsi.
Stringe il foulard beige intorno al collo, chiude
la zip della giacca. Poi carica la borsa sulla spalla sinistra
con slancio, come se fosse pesantissima. Infila la porta e
se ne va.
  La seguo con lo sguardo attraverso la vetrata. Appena
prima che svolti l'angolo, un ciclista che corre come un
matto sul marciapiede le sbuca davanti. Indossa un'attrezzatura
professionale, la tuta nera e azzurra aderentissima,
il caschetto allacciato, e gli occhiali da sole a specchio con i
riflessi arancioni. Inchioda per non investirla e lei si porta
una mano al petto per lo spavento.
  Rimangono fermi per qualche secondo, uno di fronte
all'altra, ansimando. Poi lei si fa da parte, lentamente. Il
ciclista le sfila accanto a un'andatura pi contenuta, scarta
il marciapiede e si immette nella ciclabile. Larisa riprende
a camminare e sparisce dietro l'angolo.
  Solo allora mi accorgo che Lepore si  seduto, e mi sta
guardando.
  Da qualche tempo mi sembra diverso, pi sottile, come
se procedesse velocemente verso qualche forma di disincarnazione
dalla materia.
  - Lei mi giudica, - dice sorridendo. -  perch non sa.
Se nella vita si fosse annoiata a lungo quanto me, saprebbe
che le mie motivazioni sono valide come tante altre. Mi
concedo qualche diversivo per passare il tempo.
  Io non ammicco, nemmeno per educazione. E non abbasso
gli occhi.
  -  un essere umano, - dico, indicando verso la porta
da cui  appena uscita la Jarmolenko, - non una sorta di
intrattenimento sociale.
Non  sociale l'aggettivo che ho in mente.  senile.
All'ultimo momento per mi manca il coraggio.
  - Lo so, - risponde. - Ed  una persona per cui mi impegno,
nei limiti delle mie possibilit. Alla fine otterr quello
che vuole, quando sar il momento. Potr contare sullo
stesso supporto che ha avuto Renata. O tutte le clienti che
ha conosciuto in questi mesi. Nel caso di Larisa, metta in
conto che lo faccio anche quasi gratis.
- Gratis non direi.
  - Perch non sono affettuoso e partecipe mentre seguo
la faccenda? O perch non mi intenerisco e non le sorreggo
quando si ubriacano? Sarebbe inutile, per loro fa lo
stesso. Lei sottovaluta la resistenza delle donne, la loro
ostinazione. Una virt che non finisce mai di stupirmi.
L'accanimento con cui inseguono quello che credono di
volere senza mai domandarsi se lo vogliono davvero. Una
stupidit inossidabile, - conclude.
  Si gira, attira l'attenzione del cameriere, e si fa portare
un t.
  - La resistenza  un limite? - gli chiedo. - Non  una
qualit? Non  l'unico modo per superare una crisi?
  - Dipende. In certi casi. Ma solo se durante il tragitto
ci facciamo qualche domanda. Altrimenti cos' che la distingue
da un'ossessione? Diventa qualcosa che va oltre
l'intento di ottenere un risultato,  semplicemente il desiderio
di trascinare un altro in fondo al burrone assieme
a noi, per il gusto di distruggere entrambi.
  - Le donne non sono tutte uguali, e neppure gli uomini.
Io direi che... - esito, lui fa un gesto ampio per invitarmi
a procedere, - ... direi che ragionare per categorie  sempre
scontato.  riduttivo.
  - Dice questo perch non ne ha osservate tante da vicino,
a differenza di me. Le posso dire una cosa con certezza.
Sono sempre le donne che pretendono di pi dalla
vita. Hanno il culto ottuso della felicit, della pienezza
dell'esistenza.
  - E cosa c' di sbagliato? Gli uomini invece non vogliono
essere felici?
  - Naturalmente. Ma la felicit di un uomo  proiettata
su un orizzonte quotidiano, non metafisico. Una cosa
fatta di piccoli punti d'appoggio, di certezze disseminate
nel corso della giornata. E se oltre a questo hanno un interesse
pi serio, non lo delegano a una relazione. Vanno
a prenderselo da soli.
  -  la stessa cosa che serve alle donne! Non  sull'appoggio,
sulla stabilit che contano? Quella della famiglia,
degli affetti, del lavoro?
  - Neanche per sogno. La felicit di una donna non  mai
quello che c'. E sempre quello che potrebbe essere. Un
tempo al futuro, un ideale cui bisogna tendere. Ma sono
d'accordo con lei, non ci sarebbe niente di male, l'ambizione
non  un difetto. Il difetto  cercare le cose nel posto
sbagliato. Avere desideri per s, e pretendere che diventino
il fine condiviso della relazione. Perlopi senza
chiedere il parere della controparte. E poi si stupiscono
se quella non collabora.
Guardo fuori dalla porta da cui  sparita la Jarmolenko.
  - Cosa c'entra tutto questo con Larisa?  stata sfruttata
per anni. Non aveva sposato quell'uomo, era il suo datore
di lavoro.
  - Non parlavo di lei, infatti. Quella di Larisa  una storia
particolare, ma  un caso pi raro. C' in effetti uno
sfruttatore classico, non ingenuo come un marito medio,
che di norma non capisce nemmeno cosa succede fino a
quando non  troppo tardi. Lo schema per  identico.
Larisa non  stupida, aveva dei soldi da parte quando il
rapporto di lavoro si  interrotto - un po' bruscamente,
lo ammetto. Avrebbe potuto ricominciare comunque in
un posto diverso, presentando una denuncia, se necessario,
e se proprio ne vogliamo fare una questione di giustizia.
Senza per rinunciare a vivere. Invece ha preferito
incatenarsi al passato e investire tutto quello che le
restava per rovinarlo. Si  consacrata allo scopo di rimanere
l'unica superstite sulle macerie. Le faccio un favore
ritardando l'esito della causa, mi creda. Perch, quando
avr ottenuto quello che vuole, non le rester pi niente
da desiderare.
  Tutto quello che dice mi sembra al tempo stesso gretto,
massimalista, riduttivo e ragionevole. Perfino io l'ho
pensato, mentre Larisa mi raccontava la sua storia. Quelle
manate sul tavolo mi dicevano di un'ossessione morbosa,
un boccone impossibile sia da sputare che da inghiottire.
  E se succedesse a me, sarei capace di non farmi inquinare
l'esistenza da un insulto cos grave?  possibile,  giusto,
 equo assolvere un carnefice e passare oltre quando
siamo certi di avere subto un'ingiustizia?
  Il cameriere porta il t. Mi chiede se voglio qualcos'altro,
scuoto la testa. Ho lo stomaco contratto. La vicinanza di Lepore
 sempre indigesta, perfino fuori dai confini dello studio.
  D'improvviso mi ritrovo a pensare che non c' nessun
motivo per cui dovrei rimanere qui seduta ad ascoltarlo.
Parlare con lui non  mai stato un piacere. E anche oggi
sono saltate fuori almeno due ore di straordinario non calcolate.
Ormai all'appello manca un giorno. Non ho tempo
da perdere con le sue stronzate paranoiche.
Mi giro a prendere la borsa e faccio per alzarmi.
  Lepore deposita una fetta di limone in fondo alla tazzina
e mi guarda mentre metto insieme le mie cose.
  - Non vuole sapere invece che tipo di donna  lei? - mi
chiede versandosi il t.
  - Me l'ha gi detto, - rispondo secca, - una che si
sopravvaluta.
  - No, in quel caso mi riferivo a uno stile di comportamento.
Quello delle persone rigide che si esprimono per
assoluti: Io non sono cos. Non farei mai questo. A me
non potrebbe accadere. Non dice niente sulla sua natura.
Si sieda -. Mi sorride.
Rimango con la borsa in mano per un paio di secondi.
  Poi l'appoggio di nuovo sulla sedia accanto. - Immagino
che ora mi dir che dentro di me c' un'arrampicatrice.
Una persona incapace di ottenere dei risultati con le sue
forze e di assumersi una responsabilit. Una che aspetta
di trovare un uomo da manipolare.
  Lui ridacchia, molto divertito. - Figuriamoci, certo che
no. Lei  il tipo opposto. Credo che statisticamente sia
un campione pi numeroso, sebbene io ne veda poche. Il
mio studio catalizza solo gli esemplari davvero avvelenati.
- Opposto in che senso? - chiedo io.
  - Le vergini sacrificali, - mi risponde. E posa con prudenza
le labbra sull'orlo della tazza bollente. Poi la appoggia
di nuovo sul tavolino. - Quelle che subiscono e che
si fanno carico dei peccati degli altri. Molto pi facili da
controllare. Assorbono passivamente il condizionamento
ambientale, la famiglia, la scuola, la parrocchia, tutto quello
che serve a spegnerle, a cancellare ogni libera iniziativa,
ogni desiderio di sperimentare, ogni istinto a immaginarsi
libere. Poi, se appena si azzardano ad alzare la testa, basta
far calare dall'alto un giudizio negativo, o solo minacciare
di farlo, e non riescono pi a muovere un passo. Si paralizzano,
e diventano marionette radiocomandabili a distanza,
anche in assenza del carnefice originario. Basta manipolare
la colpa immaginaria che si portano dietro. Guardi lei, per
esempio: una ragazza intelligente. Eppure, cosa abbiamo
qui? Sette anni di studi stentati, con risultati mediocri, a
un passo dall'abbandono, e perch? Perch la mamma ha
sabotato la nostra autostima e non ha mai creduto in noi.
Devo fermarlo.
  - Lei non pu parlarmi cos. Non mi conosce abbastanza
per dire una cosa del genere.
  Ma lui ignora e prosegue: - So quello che occorre, che
in ogni caso non  molto.  bastata la scena sgradevole cui
ho assistito anch'io qualche giorno fa per cancellare mesi
di sforzi. Parlo della signora piuttosto aggressiva che sembrava
avere pessime intenzioni nei suoi confronti fuori dal
mio studio, non pu averla dimenticata. Quell'episodio ha
risvegliato il demone del senso di colpa. Lei aveva preso
l'abitudine, magari anche il piacere, di vestire in un certo
modo, no? Ho notato che da allora il suo stile ha subto
una battuta di arresto, diciamo cos.
  Mi guardo. Non porto una gonna oggi, ma un paio di
pantaloni blu, e so di non essere truccata. Stamattina sono
uscita di fretta. Non ho avuto tempo di farci caso e non
ricordo com'ero vestita negli ultimi giorni. Sono cos concentrata
sull'esame da dimenticare tutto il resto.
-  una coincidenza! Oggi andavo di corsa.
  - Quindi non  perch si sente a disagio a vestirsi da
donna, come le hanno insegnato a pensare?
Balbetto. - Credo che siano affari miei.
  - Non discuto. Se la cosa non le crea problemi, perch
non si confida con sua madre?  una donna adulta, si mantiene
da sola,  capace di decidere per s, pu fare quello
che vuole. Dimostri di essere impermeabile al giudizio. Vada
fuori, la chiami e le dica: sono l'amante di un uomo sposato.
  Mi manca il respiro. Scatto in piedi, prendo la borsa ed
esco dal bar correndo. Appena arrivo nella mia stanza mi
butto sul letto con la faccia sotto il cuscino. Premo il viso
contro il materasso e sprofondo al centro della Terra. Non
riesco a pensare altro se non che odio quell'uomo. E che
devo trovare a tutti i costi un modo per lasciare l'ufficio.

Ieri ho fatto l'esame.
  Un quiz a risposta multipla da quaranta domande in due
ore di fronte al computer. Un massacro. Se l'ho passato,
l'orale fra due settimane sar poco pi di una formalit.
Serve solo per alzare il voto, se proprio uno ci tiene. Superato
lo scritto  fatta.
  L'unica nota positiva  che la correzione dei risultati 
automatica e l'esito esce oggi, entro le dodici.
   mezzogiorno e un quarto. Ho aperto e chiuso il portatile
almeno cinque volte, finora, ma mi  sempre mancato
il coraggio.
Ci riprovo ancora, stavolta spero di farcela.
Il link al sistema informatico di gestione del curriculum
 sulla barra dei preferiti. Lo clicco, mi autentico, ed entro.
Il mouse schizza ai quattro angoli del monitor. Mi trema
la mano. La blocco, la tengo ferma e la sposto lentamente
fino ad arrivare al pulsante che dice: Esiti delle
prove sostenute.
Clicco. Un solo risultato in attesa.
Chiudo gli occhi. Respiro. Li riapro e leggo.
Fisiologia. Prova scritta sostenuta il 20 aprile. Esito:
ventotto.
  L'incredulit dura un paio di secondi. Poi dal centro del
petto parte una sferzata di gioia che si allarga come un fuoco
d'artificio. Mi formicolano le mani. Sento il carrozzone
scricchiolante della mia vita che si stacca dal fango e si
rimette in moto. Esco da un coma vigile, da uno stato di
paralisi senza orizzonte. Il segnale che aspettavo.
  Scatto in piedi spingendo via la sedia. L'entusiasmo
mi catapulta al centro della stanza. Mi metto a vorticare
a braccia spalancate.
  E proprio in quel momento si affaccia un pensiero, un
grumo di detriti che oscilla in bilico sullo specchio d'acqua
della mia allegria e poi frana con un tonfo, si espande, e
satura di pece ogni spazio mentale disponibile.
C' un unico motivo per cui ho ottenuto questo risultato.
  Il mio lavoro, e le opportunit che mi concede. Non
posso andarmene, ho troppo da perdere. Sono diventata
anch'io una prigioniera di Ludovico Lepore.
...
Primavera 1960.

  Intorno alla met di aprile Guido va a cercare Ludovico
sotto casa. Ludovico apre la finestra e lo vede appoggiato
con indolenza ad un pilastro dell'ingresso. Anche Guido si
accorge della sua presenza, e si allontana di qualche passo
mettendosi in mezzo alla carreggiata, spavaldo, pugni
sui fianchi.
- Scendi! - dice.
  Ludovico si sforza di contenere l'emozione. Non  mai
stato il tipo d'uomo che pratica l'ottimismo, e la presenza
di Guido lo coglie davvero alla sprovvista. Aveva quasi
perso la speranza, lo sente come un premio. Si dice che
se Guido torna  perch lui  stato capace di resistere.
L'amicizia  salva.
  Scende le scale di corsa infilandosi una camicia ed esce
in strada. Ma quando raggiunge l'amico si accorge che
non  solo.
C' una donna con lui.
  Ludovico la conosce vagamente. Si chiama Flavia, e
Guido gliela presenta come la sua fidanzata. Poi gli consegna
l'invito alla piccola cerimonia in famiglia per consacrare
l'evento.
  Ludovico prende la busta e non dice niente. Lei si mette
a chiacchierare a ruota libera.
- Parla molto spesso di te, - gli dice con un cenno d'intesa.
E continua ad affastellare scontate banalit per riempire
il silenzio, senza mai sfilare la sua mano dal gomito
di Guido.
   identica alle altre donne nubili che inflazionano l'ambiente,
pensa Ludovico. Adesso ha un anello al dito, e questo
la autorizza ad esprimere un possesso da certificare in
pubblico, come se avesse stampato sulla fronte di Guido
un marchio in ceralacca con le sue iniziali.
  L'unica nota fuori posto  il modo in cui Guido lo guarda,
sardonico. Ammesso che Ludovico abbia avuto qualche
dubbio in passato, ora  sicuro.  una farsa, una messa
in scena a suo esclusivo beneficio. Guido vuole stanarlo,
e ci tiene a fargli sapere che, se davvero ha intenzione di
rimanere fuori portata, il prossimo passo potrebbe essere
quello definitivo.
  Ludovico tiene duro. Prima o poi Guido dovr tornare
sui suoi passi. Ma vuole che sia chiaro che l'unica cosa che
possono condividere rimane l'amicizia, quella che hanno
sempre avuto. Se Guido ha deciso di sposarsi per il gusto
di provocare, faccia pure. Ludovico non ha intenzione di
supplicarlo. Conosce il significato che l'amico assegnerebbe
al tentativo di separarlo da quella donna, e non intende
dargliela vinta.  quasi certo che Guido non avr il coraggio
di andare fino in fondo.
  La festa in giardino  fissata per la fine di maggio. Guido
ne parla in giro come di un piccolo ritrovo, ma molto
prima del giorno stabilito Ludovico scopre che non  cos.
Gli invitati sono molti, e l'eco della vicenda riverbera in
citt, amplificato.
  Ludovico, che non l'aveva presa sul serio, comincia a sospettare
che si tratti davvero di un impegno formale. Quando
la sera arriva, tutto  molto pi grandioso di quanto
avesse creduto.
  Sta succedendo davvero. Ludovico si fa prendere dal
panico. Rimettere in discussione la sua linea di condotta
ormai  impossibile.
  Resiste meno di un'ora aggirandosi in mezzo alla gente,
poi sceglie di andare via. Guido lo sorveglia da lontano,
lo affianca e poi lo afferra per un braccio bruscamente. Lo
porta all'ombra di un tiglio che allunga la chioma oltre il
muro di cinta del giardino. Non ci sono luci in quell'angolo.
  - Dove vai? - gli chiede strafottente. - Non ti diverti?
 pieno di ragazze bellissime, qualcuna perfino piuttosto
intelligente, di quelle che piacciono a te. Se non fossi cos
concentrato sulle tue pose tragiche ti accorgeresti che vale
la pena restare. Sembri Werther, ma pi ridicolo.
Ludovico si divincola.
  - Che cosa ti cambia se vado o se resto? Non hai gi
deciso?
  - Io posso decidere qualsiasi cosa, e cambiare idea il
momento dopo, se ne ho voglia. Dipende dalle alternative.
Tu cosa mi offri?
  Ludovico  rabbioso. Gli si avvicina ad un centimetro dal
viso, ha bisogno di spostare il confronto sul piano
dell'aggressivit.
  - Cosa cerchi di fare? Cosa vuoi da me? Vuoi sposare
quell'idiota? Fallo! - urla spalancando le braccia. Che si
fotta, il maledetto. Che si rovini con le sue mani.
  Guido risponde a bassa voce. La furia di Ludovico non
lo contagia.
  - Come ti ho appena detto, nessuna decisione  definitiva.
Specie se la smettiamo di raccontarci stronzate.
  - Ma ti rendi conto di cosa stai dicendo? Di cosa mi
stai... - gli manca la parola, il verbo, l'oggetto impensabile
dell'allusione. Brancola. - Capisci cosa mi stai
proponendo?
  - S, io s, - risponde l'altro con naturalezza. - Dall'estate
scorsa. Non sono lento come te. O prevedibile. O al
limite vigliacco.
  Ludovico lo spintona e si gira per andarsene. Guido lo
afferra di nuovo per il braccio, lo costringe a voltarsi.
- Vuoi che finisca cos?
  E ancora non c' rabbia nelle sue parole. E Dio solo sa
se Ludovico non vorrebbe che fosse diverso, perch cos
trova impossibile difendersi. Invece nella voce di Guido
c' una sorta di tenerezza dolente, come se temesse di fallire
il tentativo estremo per portare dal buio alla luce il
vuoto sospeso tra loro.
  - Perch  l'ultima volta che te lo chiedo. Non voglio
importi niente. Dico solo che sarebbe un peccato. Qual 
il motivo per mentire su quello che desideriamo? Perch
dobbiamo rinunciare?
  Ludovico  svuotato. Non ha pi forze. Sono mesi che
combatte come un forsennato contro se stesso. Sulla scia
della rabbia forse avrebbe potuto cavarsela. Se l'amico
l'avesse aggredito, umiliato, insultato, avrebbe ancora potuto
salvarsi. Ma Guido, l'altra met della sua anima,  quieto e
rispettoso, perfino protettivo, e lascia che sia lui a scegliere.
  Prova un'ultima obiezione scontata, con la forza della
disperazione.
  - Ti sono sempre piaciute le donne. Molto pi di quanto
piacciano a me.
- Allora? Non voglio mica negarlo.
- Io non capisco.
  - E io invece non rinuncio, soprattutto sulla base di
un precetto morale. Quello che desidero, lo accolgo senza
farmi domande. Tu poi non saresti il primo.
Ludovico non  certo di avere capito.
- Come?
- E nemmeno il secondo.
- Non mi hai mai raccontato niente!
  Guido fa una smorfia. - Perch, avresti approvato? E
comunque l'ho fatto, invece. Ti ho sempre detto tutto.
Certe volte ti facevo credere che fossero donne. Non era
sempre vero. L'avresti capito anche da solo, se mi avessi
ascoltato con attenzione.
  - Secondo te  una cosa che avrei potuto intuire? Perch
non me l'hai detto chiaramente?
  - Perch te lo sto dicendo ora e sembri un cadavere ripescato
dall'acqua. E hai avuto molto tempo per cominciare
a elaborare il concetto. Immagina se te l'avessi raccontato
anni fa.
  Ludovico si mette a camminare avanti e indietro.  tutto
troppo veloce, inconcepibile. Questo  il fratello con cui
 cresciuto. Come pu avere ignorato qualunque indizio?
  Dal fondo del giardino una voce femminile richiama
Guido. Lui si volta infastidito. - Arrivo. Un minuto -.
Poi guarda di nuovo Ludovico. Gli sorride. - Devo andare.
Penserai a quello che ti ho detto? Oppure continuerai
a scappare?
  Ludovico considera seriamente l'ipotesi della rottura
definitiva, e quest'idea gli apre il petto. Deve esserci una
conciliazione, per quanto disastrose siano le premesse,
perch lui e Guido restino quello che sono sempre stati
l'uno per l'altro.
  - Stasera, - dice Guido, camminando all'indietro mentre
si allontana verso la veranda. - A mezzanotte mando
fuori tutti. Aspetta mezz'ora, poi entra dalla finestra,
come hai sempre fatto.
  Ludovico rimane a guardarlo mentre si fa risucchiare dai
festeggiamenti, cos straordinariamente a suo agio in mezzo
alla folla degli ospiti. Poi esce dalla villa. Appena fuori,
appoggia una mano al muro di cinta e si mette a piangere.
Non ci sono vie d'uscita. Che resti, che scappi, che rinunci
o che ceda, l'amicizia  compromessa, lo sa. Da una
cosa simile non si esce vivi.
  Due settimane dopo, quando ormai la confidenza dei
corpi ha cambiato l'orbita del loro legame, Ludovico ripensa
ai giorni tremendi del dubbio e del rifiuto e ride di s.
Guido ha ragione ad accusarlo di amare le pose tragiche.
  Se non l'avesse fatta tanto lunga, se non avesse passato un
anno a tormentarsi, avrebbe potuto evitare quello strazio.
  Guido dorme al suo fianco, sprofondato in un sonno di
piombo come sempre. Il sole s' appena alzato e tra qualche
minuto sar bene che Ludovico si vesta e vada.
  Non che ci sia nulla di cui preoccuparsi. La stanza  chiusa
a chiave e nessuno pu entrare all'improvviso. E se per
ipotesi qualche cameriera lo vedesse scivolare fuori dalla
finestra, non si stupirebbe di nulla.  successo decine di
volte, non sarebbe niente di diverso da quello che  stato
in passato. Hanno dormito spesso insieme dall'et di otto
o nove anni in poi. A casa dell'uno o dell'altro sono abituati
a vederli sgusciare all'interno passando dalle finestre
dopo mezzanotte, perch hanno sempre avuto il gusto di
ritrovarsi tardi e raccontarsi la giornata prima di andare a
dormire. A volte tornando nel proprio letto, altre restando
insieme per mancanza di energie residue.
Soprattutto questo lo sorprende. Perch  stato cos riluttante?
Le cose per loro saranno incredibilmente facili.
Nessuno si  mai stupito di vederli insieme, non c' motivo
per cui debbano iniziare ora.
   come se tutta la loro esistenza fosse stata una lunga,
inconsapevole preparazione a quel momento. Una sottile
cortina di fumo funzionale a nasconderli.
L'ha capito all'istante, fin dalla prima sera, dopo i festeggiamenti,
mentre entrava in casa, e Guido lo aspettava
dietro le tende.
  Il primo bacio - quello di Volterra non conta, c'era ancora
troppa strada da fare - ha metabolizzato ogni cosa.
Vent'anni di amicizia virile trascorsi senza un'ombra subiscono
una metamorfosi e diventano un corteggiamento
infinito in cui tutto acquista senso.
  Ludovico rievoca minuscoli segnali cos ben occultati
da essersi quasi disciolti nella consuetudine del loro tempo
comune. Richiama le forme del desiderio che ha provato,
cui aveva dato un altro nome per evitare di riconoscerlo,
e si accorge di avere accumulato una fame inestinguibile.
  Malgrado i sogni che ha fatto, niente lo prepara all'emozione
del contatto reale con il corpo di Guido. Toccare
per goderlo, dimenticando il caldo afoso, senza allentare
la presa a nessun costo, unico possibile appiglio per scampare
a un naufragio.
La gratitudine lo sommerge.
  Le donne che ha avuto in passato l'avevano quasi convinto
che l'amore fisico fosse qualcosa che non faceva per
lui - nelle sue pose da filosofo in fondo ci pensava perfino
come a una rinuncia che gli si addiceva - ma in profondit
avvertiva una colpa, una lacuna nella sua natura di uomo.
  Le ricorda armeggiare col suo sesso, in macchina, quasi
tutte goffe, frettolose o imbarazzate. Ripensa a certe
erezioni cui si  prestato come un dovere da compiere,
allontanandosi con la fantasia dagli scenari squallidi sotto
i suoi occhi, che non avrebbero mai potuto generare una
vera eccitazione. Una fatica enorme, che aveva finito per
identificare con il sesso in s.
   liberatorio poter finalmente scegliere quello che vuole,
usare parole che corrispondono a desideri reali invece
delle manfrine impiastrate di zucchero cui ha dovuto piegarsi
finora per ottenere un risultato. Uno sforzo sovrumano
e inutile.
  Capisce cosa significa desiderare, commutare la fantasia
in atto, riversarla sul corpo, integrarla nelle percezioni. E
gli si rivela il senso dell'ossessione, l'esigenza della pelle.
  Lo appaga il vigore delle fasce muscolari tese sotto le sue
mani, le venature dei tendini affilati al posto della carne
morbida che affonda, e che  l'unica pratica di un corpo
diverso dal suo che ha fatto fino a quel momento.
   un impulso violento, una colluttazione. Ludovico 
dominato dall'ossessione di sperimentare, stringere e mordere,
mettere alla prova il vigore del corpo che fa male, fa
bene, si contrae, si contorce.
  Ogni tanto, quando il sesso finisce,  talmente gravoso
trascendere l'intensit e far tornare il cuore a un battito
regolare, che preferiscono rimanere svegli. Tirano gi dallo
scaffale il Simposio e si rileggono a voce alta qualche brano
a vicenda. L'hanno fatto fino alla nausea gi dai tempi del
liceo, ma stavolta  diverso. Non  pi un concetto, ora 
diventato un'esperienza. Tutto  cos chiaro: l'amore completo
fra due individui adulti non pu che essere questo.
  La sera stessa del primo incontro l'efebo di Volterra
trasloca, e dalla mensola accanto all'ingresso arriva alla
camera di Guido.  Ludovico a chiederlo. Lo pensa come
un oggetto psichico proiettato nel bronzo. Gli  grato per
essersi fatto carico dell'ombra che pesava su di loro. Vuole
che sia presente il pi possibile.
  Guido lo accontenta. Si infila i pantaloni del pigiama
e va a recuperarlo. Lo porta a letto e lo distende fra loro.
Rimane l per un po', mentre chiacchierano, poi Ludovico
lo appoggia sul comodino.
Quando esce, Ludovico lo chiede per s.
  - Hai fatto tutte quelle storie. Nemmeno ti piaceva.
L'ho comprato solo per infastidirti, - gli risponde Guido.
  - Non farmelo pesare. Sai benissimo perch, e ti ho
detto che ho cambiato idea. E poi se l'hai preso per innervosirmi
 un altro modo per dire che era per me, no?
Allora dammelo.
  Guido sorride. Ludovico  gi in piedi, vestito, pronto
a uscire. L'amico glielo porge, ma lo trattiene ancora un
attimo nelle mani.
- Trattalo con rispetto, - dice.
Ludovico annuisce.
- Da me avr sempre tutto quello che merita.
  Poi scavalca il davanzale con l'efebo in mano come se
impugnasse un'arma.
  Arrivato a casa entra in camera sua e si guarda intorno
con attenzione. Vuole per l'efebo una collocazione degna.
  Il posto ideale gli pare il cassettone. Quando lo appoggia
l sopra, tra due file di libri, il mobile diventa un altare.
Da lass l'efebo domina il letto che ha di fronte, e
impartisce la sua benedizione sugli amanti.
  Da quel momento in poi, ogni volta che Guido e Ludovico
sono in quella stanza, ogni abbraccio si converte in
un rito alla luce del suo sguardo astratto e senza emozione.
  Sono giorni assoluti, una scheggia di luce che brucia tutta
l'estate.  cos che si imprime nel ricordo di Ludovico.
Questo  il tempo in cui finalmente pu coincidere con la
sua natura ed essere felice. Sar cos anche per il resto della
vita, lo sente. Non ha bisogno di altro. La gioia satura
ogni cellula e annichilisce le preoccupazioni per il futuro.
  Guido non gli parla mai della fidanzata. Ludovico immagina
che abbia bisogno di tempo per decidere come
agire, possibilmente allontanarsi. In fondo per nessuna
prospettiva lo spaventa davvero. A questa altezza della
loro storia, anche l'ipotesi che Guido si sposi non gli crea
difficolt.
  Certo, sa che questo li costringerebbe a ripensare i tempi
dei loro incontri, ma  secondario. Lei non conta quasi
niente per Guido, mentre lui conta moltissimo, e fino a
quando la gerarchia viene rispettata, il resto  irrilevante.
  Per, quando a settembre scopre dalla famiglia di lui
che  stata fissata la data delle nozze, prova una fitta di
dispiacere.
  - Perch non me ne hai parlato tu? - chiede a Guido,
che  venuto a trovarlo. Ma l'altro liquida la faccenda come
se non avesse nessun peso, e questo lo tranquillizza.
  L'unico aspetto che lo preoccupa  la fretta. Guido sta
ancora studiando, che bisogno c' di affrettare le cose?
  - Lo so, avremmo potuto rimandare di qualche anno,
almeno dopo la laurea. In ogni caso possiamo stare qui,
non ho nessuna voglia di mettermi a cercare casa.
- E allora perch lo fate?
Guido lo guarda con disapprovazione.
  - Non fare domande idiote, puoi arrivarci da solo. Flavia
 incinta.
 la prima avvisaglia. Eppure non c' niente di strano.
  Guido gli ha sempre fatto capire che il sesso fra loro non
 esclusivo, che le donne continuano a piacergli, e Flavia 
la sua fidanzata.
  Ludovico fa una smorfia cattiva. - Mia madre dice che
la vede spesso entrare in chiesa a capo coperto.  molto
pia, o almeno cos ho sentito dire.
  Guido non la prende a male e sorride. - Lo , credimi.
Ho dovuto insistere.
- E che bisogno avevi?
L'altro non risponde. Gli si avvicina.
  Ludovico  in piedi, gli d le spalle e guarda fuori. Guido
fa una cosa inconsueta. Lo abbraccia da dietro, stringendogli
il petto e serrando le mani all'altezza del cuore,
come volesse fargli sputare un boccone andato di traverso.
Affonda il viso nello spazio fra il mento e il collo di Ludovico.
Tra loro la tenerezza non manca mai, per  raro
che sia cos trasparente.
- Sei arrabbiato, - dice. Non  una domanda.
- No. Forse. Sar tutto pi complicato.
  - Ti fai sempre troppi problemi. Abbiamo casa tua,
siamo quasi sempre qui, no? Oppure possiamo andare da
qualsiasi altra parte.
- Lo so. Ma era necessario?
Guido si scioglie dall'abbraccio.
  - Sei l'unica persona che conosco che in casi come questi
riesce a parlare di necessit. Non lo so se era necessario,
non mi sono posto il problema. Ne avevo voglia e l'ho
fatto.  successo. Io non vedo il senso di prevedere ogni
singola mossa come te.
  C' la sua caparbia volont di non farsi domande, di
agire in maniera sconsiderata, che in fondo  quello che
Ludovico ama di lui. Una delle tante cose che ama di lui.
Non pu prendersela per questo. Si gira, lo abbraccia, e
archiviano l'episodio.
  All'alba Guido se ne va senza svegliarlo, convinto che
Ludovico dorma ancora, invece si sbaglia. Sdraiato su un
fianco, lui non ha chiuso occhio. Quando resta solo nella
stanza si volta a pancia in su e mette le mani dietro la testa.
L'efebo  alto, di fronte a lui.
- Dici che dobbiamo credergli? - domanda.
  Un refolo di vento sposta la tenda, e il chiarore opaco
dell'alba si infiltra dalla finestra rimasta aperta. Sul corpo
sottile della statuina si disegna il riverbero di un movimento.
Sembra quasi che voglia scendere dal suo altare ligneo.
  - Dove vorresti andare? - chiede Ludovico. - Vuoi
inseguirlo?
  L'alito d'aria si spegne, la tenda torna immobile, l'efebo
viene riassorbito dalla penombra.
...
10.

  Lo studio riapre oggi, dopo tre giorni di chiusura per il
ponte del 25 aprile.
  Lepore  gi qui. Appena arrivo esce dalla sua stanza e
mi viene incontro.  quasi una settimana che non lo vedo,
ma non posso fingere di avere dimenticato il nostro
ultimo incontro al bar.
Mi spiazza subito.
- Ho una proposta da farle, - dice senza preamboli.
E nel frattempo vedo che controlla il mio abbigliamento.
Continua a cercare conferme alle sue teorie.
  Me lo aspettavo. Perch aveva ragione lui e senza accorgermene
in questi ultimi tempi avevo ripreso le vecchie abitudini.
Pensavo dipendesse dalla fretta, dallo stress prima
dell'esame. Ma non era solo questo. Dopo quello che mi
ha detto mi sono fermata a riflettere. Ho capito che c'era
una certa riluttanza di cui ero inconsapevole. Stamattina
vestirmi  stata una tortura. Non c'era pi gioia, nessun
divertimento, solo la percezione del ridicolo, e una sfumatura
di imbarazzo. L'unico motivo per cui l'ho fatto 
stato non dargli soddisfazione.
  Lui guarda l'orologio. - Ho un appuntamento in centro
alle dieci, mi libero dopo pranzo. Non vada a casa, la
chiamo pi tardi per dirle dove trovarmi. Credo che sia
arrivato il momento di cercarle un'altra sistemazione -.
E se ne va.
  Piombo sulla sedia a corpo morto. Non vado ad aprire
le finestre e non accendo il computer, cerco solo di assimilare
le sue parole.
  Mi manda via, penso.  l'unica spiegazione
plausibile.
Ho esagerato al bar.
  Chiss cosa speravo di dimostrare, e a chi. Come se
avessi il potere di fargli cambiare idea.
   fatto cos, e lo sapevo fin dall'inizio. Avrei dovuto
preoccuparmi di non innervosirlo, semmai, e restare qui a
tutti i costi per avere la possibilit di continuare a studiare.
  Quando mezz'ora dopo arriva la Callegari sono ancora
l, seduta nella stessa posizione.
Mi passa accanto velocemente, col cellulare all'orecchio.
A malapena si accorge che ci sono.
Potrei chiederle se sa qualcosa delle intenzioni di Lepore.
  Sono cos disperata che considero la possibilit di raccontarle
tutto, e domandarle aiuto. Ma me lo tolgo subito
dalla testa. La Callegari non pu aiutarmi e, se potesse,
sono quasi certa che non lo farebbe.
  Valuto tutte le alternative e, anche se la cosa mi ripugna,
decido che l'unica speranza che mi rimane  chiedere
scusa.  un uomo cos umorale e infantile che forse, se mi
mostro pentita, riuscir a gratificare il suo senso di onnipotenza.
Posso solo sperare che lo appaghi l'idea di esercitare
un gesto di grazia, e che si accontenti di un atto formale
di sottomissione.
  Due minuti dopo la Callegari mi chiama, e poi lo fa altre
cento volte nel corso della mattinata. Mi consegna fascicoli
da sistemare, mi incarica di diverse telefonate per
fissare oppure disdire appuntamenti, mi spedisce in archivio
a tirare fuori pratiche vecchissime. Non mi d un
attimo di respiro.
  Quando le lascio i documenti che ho portato in giro a firmare
la settimana scorsa apre la cartella e tira fuori le carte,
si toglie gli occhiali, e me le piazza sotto il naso: - Cos'
questa roba? - domanda.
  Prendo il blocco, lo sfoglio. Non riesco a focalizzare niente,
mi pare di avere la testa piena di fumo. - I documenti
dello studio Marazzita? - domando esitante, a bassa voce.
  - Questa  la pratica della Tecnica Serramenti che ti
ho dato da archiviare due ore fa. Archiviare ed ordinare, -
sottolinea. - Invece non  archiviata, visto che  qui, ed
 ancora un casino. Cos'hai stamattina?
- Niente, - rispondo, - mi sono confusa.
  - Sono gli esami a ridurti cos? Quanto dura ancora
questa sessione?
Potrebbe sembrare una specie di interesse nei miei riguardi.
  Ma la conosco, non  questo. L'unica cosa che vuole
 che non ci siano fonti di disturbo nelle mie prestazioni.
- Non molto, - le rispondo.
  E comunque  probabile che a partire da domani io
non lavori pi qui, quindi i miei esami cessano di essere
un problema suo e tornano a essere una questione che riguarda
solo me. Lo penso, e non lo dico. E d'improvviso
mi colpisce la consapevolezza che non lo faccio quasi mai.
Perch? Perch sto sempre zitta?
Non lo so. Forse la mia opinione non mi sembra rilevante.
  O magari perch il fatto di averci provato, meno di
una settimana fa, mi coster il posto di lavoro.
  La Callegari non commenta. Si rimette gli occhiali e si
gira verso il monitor del portatile.  il sistema a basso risparmio
energetico che usa per dirmi che mi sta congedando.
  All'una e trenta Lepore non ha ancora chiamato. La
Callegari esce dall'archivio in tenuta da runner. Si infila
gli occhiali da sole. - Sono fuori per un'ora, - dice aprendo
la porta. - Dopo non ti trovo, immagino.
  Resto imbambolata, cerco subito il doppio senso. Lepore
le ha detto che vuole mandarmi via? Sta alludendo al
fatto che domani non avr nessun motivo per tornare qui?
  - Rosita, santo Dio, fatti un caff! - sbotta la Callegari.
- Oggi hai dei tempi di reazione azzerati!  una domanda
semplice. Non c' bisogno che mi guardi con la bocca spalancata
senza articolare un monosillabo -. Ma il mio monosillabo
non deve essere cos importante per lei, dal momento
che non si ferma ad aspettare che arrivi e se ne va.
  Io ricado nello stato catatonico in cui ero precipitata
all'inizio della mattinata. Ci resto per una decina di minuti,
fino a quando non squilla il cellulare.
Mia madre.
  C' qualcosa di prevedibile, forse perfino equo, nel fatto
che mi chiami ora. Lei presenzia sempre ai miei momenti
di desolazione. Mi manca la forza per sottrarmi.
  - Ciao, - rispondo. E dentro di me prego: Dimmi che
 solo una chiamata di routine. Che non c' nessuna disgrazia
di cui devo ascoltare il resoconto, che non ho niente
da giustificare, nessun debito da saldare con gli interessi.
  - Ti ha chiamato? - chiede con una vena di ingordigia
nella voce.
- Chi?
  - Non vuoi dirmelo. Ma non importa. Tanto me l'ha
detto lui.
  - Mi dici di chi parli, per favore? Aspetto una chiamata
di lavoro.
  - Rocco. Passa da te oggi pomeriggio. Ha un impegno
a Padova, ma si libera presto.
  Non mi parlava pi di Rocco da mesi, dal giorno in cui
mi aveva accusata di essere una zotica ignorante per la ritrosia
a mostrare la dovuta gratitudine. Di cosa avrei dovuto
essere grata, non so. Quello che mia madre mi aveva
raccontato era solo un prodotto della sua fantasia.
  Siccome la conosco, mi sono insospettita. Ho provato
a sondare la situazione mandando qualche messaggio a
certe vecchie compagne di scuola imparentate con Rocco,
che potevano indagare senza che lui lo venisse a sapere.
Ho scoperto che non aveva mai avuto nessuna intenzione
di venire a Padova per scoprire se ero viva o morta. Si
era limitato a parlare con mia madre, senza sbilanciarsi,
dicendole che, se proprio non avesse avuto mie notizie a
breve, avrebbe fatto un salto. Era un modo per scaricarla.
Scommetto che se lei avesse provato a richiamare non
avrebbe neppure risposto. Si vede che l'idea di mettermi
le mani addosso  incentivante quando siamo in paese,
perch l non deve fare sforzi per raggiungermi. Se invece
deve coprire i quaranta chilometri di distanza che separano
Vicenza da Padova, allora non vale la pena affrontare
la trasferta.
  Adesso quindi mi tocca un nuovo intervento di scrematura
della verit, facendomi largo nella savana delle proiezioni
di mia madre, per distinguere il modo in cui stanno
le cose da come lei vorrebbe che fossero.
  - Ti ha detto queste precise parole? Viene qui a Padova
oggi pomeriggio e vuole vedermi?
  - Esatto. Ti doveva chiamare stamattina. Mi ha detto
che faceva uno squillo per l'ora di pranzo. Avr avuto un
problema. Chiamalo tu. Cos vi mettete d'accordo.
  - Non posso, sono impegnata. Ho un appuntamento
con l'avvocato.
- Per che ora?
  - Non lo so esattamente. Anche lui deve chiamare per
fissare. Potrebbe telefonare da un momento all'altro.
- Ma non puoi chiamarlo tu, e chiedere a che ora ti liberi?
  - No, non posso. Adesso potrebbe essere dovunque,
anche in udienza.
  - Ma  un peccato, chiss quanto ci vorr prima che
ricapiti!
  Perch discutere con lei deve essere sempre come nuotare
in una piscina di melassa? Mi trascina a fondo ogni
volta che parliamo, e non so come fa.
  Mi sale una vampata di esasperazione dalla base della
colonna vertebrale fino al centro esatto del cervello.
La interrompo mentre parla: - Ho detto di no. Oggi ho
da fare.
  Lei boccheggia a met della frase. Cala il gelo. Mette in
scena il suo silenzio indignato che pesa e taglia. Ma perch
funzioni ha bisogno del mio senso di impotenza. Che
stavolta per non collabora.
- Aspetto una chiamata importante. Devo attaccare.
  - Allora telefonagli per avvisare che  inutile aspettarti.
Come minimo la buona educazione, - dice.
  - Lui voleva chiamarmi senza nessun preavviso e non
ha fatto nemmeno quello. E ora devo telefonargli io, per
disdire un impegno che non ho preso?
- Cosa c'entra? L'aveva detto a me.
  - Perfetto. Allora chiamalo tu, e vedete di chiarirvi
voi due.

All'inizio non riesco a vederlo.
  La stazione non  mai particolarmente affollata a
quest'ora, ma  appena arrivato un Frecciarossa da Milano
e ci sono una trentina di persone che scendono e attraversano
il salone centrale. Mi ha dato appuntamento qui.
Ha detto che l'avrei trovato seduto sulle panchine lungo
il binario uno, che non sono molte. Deve prendere un treno
per Bologna dove ha un'udienza alle quattro, e non ha
tempo di ripassare in studio.
Alla fine lo vedo.  solo.
  Lo osservo da dietro mentre lui non pu vedermi. La
schiena  rigida, le spalle larghe, il petto in fuori anche
adesso che  seduto. Tiene il mondo a distanza, come se
fosse una creatura al di sopra delle regole, fa cos perfino
quando crede che nessuno lo guardi.
  Gli sfila davanti una famiglia di quattro persone. I genitori
parlano fra loro animatamente, e due ragazzini si
spintonano ridendo e passando a slalom fra la gente. Senza
volere fanno volare via un foglio in cima all'incartamento
che Lepore tiene sulle ginocchia. I genitori, presi dalla
conversazione, non se ne accorgono. I ragazzini sono gi
dieci metri avanti. Se Lepore fa una smorfia di disappunto
non lo so, da dietro non riesco a vederlo in faccia.
  Nel momento in cui si china per raccogliere il foglio si
vede bene che sta facendo uno sforzo. Si contrae, fa un
paio di tentativi a vuoto senza riuscire a piegarsi fino al
pavimento. Poi allunga la mano destra con cautela, mentre
con la sinistra si preme la spalla per sostenerla. Alla fine
riesce ad afferrarlo e lo tira su a fatica.
  Mi colpisce,  una stranezza. Non fa mai cose da vecchio,
i suoi movimenti sono fluidi, come se le articolazioni e le
giunture avessero l'elasticit di un uomo molto pi giovane.
Per adesso  diverso. Provo un moto di tenerezza di
cui mi pento subito. La tenerezza mi pare un sentimento
pericolosissimo da praticare in prossimit di Lepore. La
scaccio e mi avvicino.
  Quando mi riconosce toglie il giornale piegato dalla
sedia accanto a lui e mi invita a sedere. Guarda dritto di
fronte a s, sul lato opposto del binario oltre le rotaie,
dove c' una panchina occupata da un senzatetto che dorme.
Lo conosco, in pratica vive qui. A volte lo si incrocia
anche in centro a chiedere l'elemosina, ma  raro. Non d
problemi, non disturba mai nessuno. Una coppia di poliziotti
gli passa vicino senza vederlo. Fa parte del panorama
della stazione.
  - Lo sto osservando da un po', - mi dice indicandolo,
- non  la prima volta che lo vedo. Ho la strana impressione
che mi somigli.
  Sdraiato com', con la testa coperta dal cappuccio sporco
della felpa,  impossibile vedere l'uomo in faccia. L'et e
la corporatura potrebbero essere le stesse di Lepore. Forse
anche l'altezza. Tutti e due hanno gli occhi azzurri, di questo
sono sicura. Lepore per ha uno sguardo impassibile,
da cui non entra e non esce nulla. Quello del barbone invece
 senza filtri, acquoso, sempre in bilico sulle lacrime.
  D'improvviso l'uomo si scuote, forse ha fatto un brutto
sogno, e si sveglia. Si solleva a sedere a fatica e si sfrega gli
occhi con il palmo delle mani sudice. Poi si alza lentamente
in piedi. Gli cadono di dosso una busta di plastica vuota,
due o tre fazzoletti sporchi e accartocciati, e una lattina
di birra che non raccoglie. La lattina, che sembra pesante
e piena, rotola fino al ciglio del binario e cade sulle rotaie.
Lui si gira, attratto dal rumore. Si guarda intorno.
Considera l'ipotesi di scendere a raccoglierla. Un controllore
capisce le sue intenzioni e lo anticipa. Con modi gentili e
fermi lo richiama indietro, gli parla con calma.
  - Un uomo senza nessuna forma di sostentamento regolare.
Malvestito, malnutrito, privo di qualunque accesso
alle cure sanitarie elementari. E magari vivr pi di
me, - dice Lepore.
  Il controllore ha preso il barbone delicatamente sotto il
gomito e lo sta accompagnando alla scala che scende nella
galleria di collegamento dei binari. L'uomo  silenzioso.
Struscia i piedi. Ascolta con attenzione il controllore che
gli parla.
  - Un minuto fa si stava calando sui binari per recuperare
una lattina. Direi che tra voi due quello che corre meno
rischi sia lei, - rispondo. Chiss se  un bene che oggi
sia malinconico e si faccia domande esistenziali. Magari
lo rendono pi malleabile.
  - Il mio treno parte tra venti minuti, - dice, - veniamo
a noi.
Inspiro. Devo farlo ora, o mi mancher il coraggio.
- Se non le dispiace, prima vorrei dirle una cosa.
  Lui non dimostra nessuna benevola curiosit, ma mi
consente di parlare.
  - Non dovevo risponderle in quel modo. Avrei dovuto
stare zitta, al bar, la settimana scorsa. Le ho mancato
di rispetto.
  Quella scintilla di interesse che avevo visto un attimo
fa si spegne subito come il led di un monitor.
  - Lasci stare, - mi ferma. - Il suo rispetto per me non
significa niente.
  Ingoio la frustrazione ed insisto. - Forse non riesco a
spiegarle quanto le sono grata.
  Guarda di fronte a s, annoiato. Nulla di quello che dico
lo rianima.
  - Non ho nessuna intenzione di cacciarla via, se la cosa
la preoccupa. Perch  per questo che sta pietendo il mio
perdono, no? Ha paura che la mandi a casa.
Faccio un respiro pieno, forse per la prima volta da stamattina.
Per non sono ancora sicura di potermi fidare.
  Lui continua. - Sto solo considerando l'ipotesi di trasferirla.
Dovrebbe essere contenta. Non sar difficile, ho
gi in mente un paio di colleghi, e ormai si  fatta qualche
esperienza di uffici legali. Le offrirebbero lo stesso trattamento
che ha ricevuto finora, senza il dispiacere di avere
a che fare con me.
Le sue rassicurazioni mi inquietano invece di calmarmi.
  Sta pensando a qualcosa, lo vedo dal modo in cui centellina
le informazioni. Tra una frase e l'altra mi lascia il
tempo di immaginare ogni possibile scenario, soprattutto
i peggiori.
  - Posso chiederle perch? Non  soddisfatto del mio
lavoro?
  - Non  questo. Lo svolge dignitosamente, del resto al
posto suo potrebbe riuscirci anche una scimmia ammaestrata.
Per siamo arrivati alla naturale scadenza delle cose.
Quindi le faccio una proposta, - e si gira a guardarmi.
- Ha la faccia di una donna che si aspetta di essere oggetto
di molestie sessuali, qui, in mezzo alla stazione, - mi dice.
Ripenso ai sospetti di Dina.
  - Al solito, lei  trasparente, sembra una bambina, -
continua lui. - Si tranquillizzi. Ho settantasei anni, il
sesso non mi interessa pi da moltissimo tempo e, se anche
non fosse cos, non mi rivolgerei comunque a lei. Per
una persona ossessionata dalla noia  difficile appassionarsi
a un'attivit cos ripetitiva -. Fa una pausa, controlla
lo schermo delle partenze dove  appena comparso
il suo treno, in arrivo fra dieci minuti al binario tre. Si
alza, prende la valigetta dei documenti. - In compenso
mi interessa moltissimo come generatore di motivazioni.
E in questo momento mi torna utile per una cosa che
ho in mente.
  Si avvia. Io resto seduta. Non sono sicura di voler ascoltare
il resto.
  Lui si gira verso di me. - Cosa fa l? Mi accompagni al
binario, finiremo di parlare per strada.
  Mi fa la sua proposta in modo asettico. Ne parla come
di un incarico sgradevole, non molto diverso da quelli che
ho svolto finora.
  Condensa tutto in poche parole, il tempo di scendere
nel sottopasso e riemergere all'altezza del binario tre.
  - Le lascio il tempo per pensarci, - conclude, - il mio
consiglio  di decidere entro una decina di giorni, non di
pi. Virtualmente la situazione pu precipitare in qualsiasi
momento.
- Precipitare in che senso?
  Lui si ferma accanto al cartellone che riporta la composizione
dei convogli, e controlla assorto. - Carrozza due,
dovrebbe essere il settore C, - dice, e solleva la testa per
sapere se  all'altezza giusta del binario, - ammesso che
per una volta la composizione del treno sia qualcosa di pi
di un esercizio di stile.
Pensavo non avesse sentito la domanda, invece risponde.
  - Pare sia il momento di scontare i miei sessant'anni da
fumatore. Ho un cancro. La mia aspettativa di vita va dai
dodici ai diciotto mesi, cos mi dicono, e la diagnosi risale
alla fine dell'estate scorsa. L'ho chiesto a diversi specialisti
e mi hanno ripetuto tutti la stessa cosa, quindi non mi
faccio pi molte illusioni.
L'altoparlante annuncia il treno in arrivo.
  - Per riuscire a individuare lo studio pi adatto a lei e
convincere il titolare ad assumerla, avr bisogno di qualche
settimana. Faccia i suoi calcoli, e vedr che non resta
molto tempo. Se rifiuta, se nel frattempo divento un vegetale,
o se muoio prima, deve rinunciare al mio patrocinio,
senza il quale non ha nessuna possibilit di trovare
una soluzione con gli stessi vantaggi che le ho offerto io.
Se invece accetta  libera a partire da domani. Non occorre
che torni pi in studio. Appena avr individuato il
posto dove ricollocarla, le far sapere. Sar il suo premio,
e la sua liberazione. Non dovr avere a che fare con me
mai pi -. Sorride, come se l'ipotesi fosse tutto sommato
ilare. - Ci pensi. La decisione  sua.
Il treno appare in fondo al binario, si avvicina, rallenta.
  La motrice sfila accanto a Lepore, poi pi lentamente
la carrozza numero uno. Diminuisce ancora la velocit, i
freni stridono, si ferma.
Sono disarmata.
- Perch? - chiedo.
Lui rimane imperturbabile.
Sta morendo, ma si ostina a manipolare la realt.
  - Voleva questo da me fin dall'inizio? - insisto. Ho bisogno
di una spiegazione.
  Scuote la testa con fermezza. - In genere non pianifico
con tanto anticipo.  la massima idea di libert che riesco
a immaginare. Anche se devo ammettere che qualcosa nel
suo racconto mi ci ha fatto pensare fin da allora, s.
- Cosa?
  - Gliel'ho detto, la facolt. Medicina. Ho ripensato
a storie su cui non tornavo da moltissimo tempo. Avevo
ricevuto la diagnosi da qualche mese, forse ero incline
all'amarezza pi del solito. Mi  sembrato che ci fosse un
collegamento.
- Ma un collegamento con cosa? - chiedo esasperata.
  I passeggeri cominciano a salire. Sono pochi, non pi
di una decina in tutto.
  Lepore mette un piede sul predellino continuando a
parlare.
  - Si limiti a fare quello che le chiedo, Rosita, - dice
dandomi le spalle, - e non avr pi nessun problema.
Consideri che non la obbligo. Se non se la sente,  libera
di rifiutare. Non la minaccio di perdere il lavoro, pu
restare da me finch non tiro le cuoia. Ma non durer a
lungo. Date le circostanze non credo si possa dire che 
colpa mia.
  Non mi sono mai sentita cos impotente in tutta la mia
vita.
  Lui sbuffa controllando l'orologio e fa per avviarsi all'interno
del vagone.
Non pu andarsene cos.
  - Non ha senso, - dico a voce alta. - A cosa le serve?
Che cosa ne ricava? - Afferro la maniglia e metto un piede
sul predellino. Il controllore, che si stava gi sporgendo dal
primo vagone per fischiare la partenza del treno, mi urla
dietro per invitarmi a salire o scendere definitivamente.
Finch resto dove sono  impossibile chiudere le porte.
- Mi dica perch, per favore, almeno questo!
  Lui si ferma. Sembra turbato dalla mia rabbia, come
fosse sul punto di parlare. Invece non dice nulla.
  Il controllore scende dal primo vagone e viene verso di
noi gridando, visto che continuo a intralciare la chiusura
delle porte.
  Lepore ha un guizzo. - Se le offro una motivazione valida
sar pi facile? Bene, allora posso inventarne una sul
momento, cos forse si decide a lasciarci partire. Pensi a
se stessa come a qualcuno che contribuisce a riparare un
torto. Diciamo che c' un oggetto che mi appartiene e che
ha un certo valore sentimentale. E che il suo lavoro pu
servire perch io ne torni in possesso. Va bene cos? - Sorride
sul filo del sarcasmo.
Mi prende in giro? Non lo so.
  Il controllore intanto  arrivato ai piedi del vagone, mi
dice cose cui non faccio caso. Ma non posso restare l.
Lascio la maniglia, giro le spalle e scendo.
- Scusi, - dico.
  L'uomo mi vede cos stravolta che rinuncia ad infierire. Si
volta e torna verso il primo vagone. Sale, fischia e muove
il braccio verso la motrice. Lepore  ancora sul predellino.
  - Non  terribilmente conforme al suo senso di giustizia
sacrificarsi per riparare un torto, Rosita? - mi dice, o
almeno cos mi sembra di capire.
  In ogni caso non faccio in tempo a rispondere. Le porte
si chiudono, il treno si avvia con lentezza. Quando prende
velocit riconosco la sagoma di Lepore che si aggira nel
vagone alla ricerca del suo posto a sedere.

  - Ti porto un bicchiere di succo, - mi dice Dina alzandosi
dal letto. Butta le scarpe nell'armadio e infila un paio
di pantofole. - Resta qui e mettiti tranquilla. E stai serena,
vedrai che tutto si aggiusta.
  Tutto si aggiusta. Mi pare cosa buona ripeterlo tra me
e me. Tutto si aggiusta.
  Nella stanza accanto il marito di Dina e i suoi figli guardano
una partita alla tv aspettando la cena, che  in ritardo
per colpa mia.
  Cinque minuti dopo lei torna con due bicchieri pieni su
un vassoio, e un piattino con un paio di biscotti. - Non
sarebbe l'ora giusta per i biscotti, ma non importa, dai,
togliamoci uno sfizio.
  Non ne ho nessuna voglia, ma accetto perch Dina come
sempre indovina il gesto di cura di cui ho bisogno. Beviamo
lentamente, mastichiamo in silenzio. Condividere
con lei questo minuscolo piacere mi solleva.
- Adesso spiegami meglio, - mi chiede.
Le ripeto quello che Lepore ha detto a me.
  Lei ascolta, inspira ed espira pesantemente. Diventa
pi tesa mano a mano che procedo, ma si controlla. - Che
sadico schifoso, - sussurra alla fine, - metterti in mezzo
cos... E quindi cosa devi fare esattamente?
  Mi vergogno. - Ha detto che forse non sar necessario
arrivare fino in fondo. Che lo conosce,  uno che si ubriaca
subito. Lo faccio bere, lo assecondo, poi faccio qualche
scatto e me ne vado. A lui servono solo le foto.
- E se non basta? Se vuole altro da te?
  Mi siedo di nuovo sul letto. Il bicchiere vuoto si rovescia
e rotola sulle coperte. Lo fermo, lo appoggio sul comodino:
- Scusa, - dico a bassa voce.
- Lascia stare, non importa. Rispondi.
- Non lo so.
  Mi alzo in piedi e comincio a camminare avanti e indietro
nella piccola stanza da letto. Le mani mi bruciano.
La voce di Dina torna calma.
  - Secondo me  un reato, - dice, come se non volesse
spaventarmi ma ci tenesse a mettere in chiaro le cose.
- Non pu obbligarti.
- Non lo fa, infatti. Posso rifiutare.
- E se poi quello ti denuncia?
  - Denunciarmi per cosa? Non devo rubare niente. Se
invece ti riferisci alle foto, non credo che sia quel genere
di cose di cui si va a parlare con la polizia.
  - Mi sembra assurdo. Possibile che uno con i suoi agganci
abbia bisogno di te per ricattare un altro?  ridicolo.
  - Lo so. Ha detto qualcosa su un oggetto che gli appartiene,
ma credo mi prendesse in giro. Non sono nemmeno
sicura di avere capito bene.
- Cio?
- Il treno stava partendo, c'era molto rumore.
- Perch te l'ha detto? Che bisogno aveva?
  Gi, perch? Forse gli  sfuggito. Non so neppure se
sia la verit.
- Nessun bisogno. L'ha detto perch ho insistito, credo.
  Dina mi accompagna di nuovo a sedere, le nostre spalle
si sfiorano. - Non lo fare, - dice. -  pericoloso. E poi, in
che modo ne esce una come te da una cosa simile?
- Che vuol dire una come me? - domando a testa china.
  Dina fatica a trovare le parole. - Non puoi sapere cosa
ti toccher fare davvero. In ogni caso tu non sei abbastanza
dura, Rosita.
  Lo so. Lo pensa anche Lepore.  questo che lo diverte
ed  la ragione per cui me l'ha chiesto. Per lui  solo un
esperimento. La mia reazione di fronte a uno stimolo violento,
inaccettabile, per vedere se rifiuto o cedo. E se cedo,
in che modo questa esperienza mi segna.
- Digli di no, va' via da li. Troverai un altro lavoro.
  Considero l'ipotesi. Tornare indietro di mesi. Se sono
fortunata, rimedier qualche lavoretto precario, senza
pi nessuna speranza di frequentare le lezioni, n tempo
per studiare.
  - A me sembra che se rifiuto la cosa pi probabile  ritrovarmi
di nuovo a cercare un lavoro. E magari finisco a
fare marchette per sopravvivere -. Sorrido stentatamente,
ma Dina non si diverte. - Oppure mi toccher tornare a
casa, - continuo, - che  quasi peggio. Allora forse  pi
sensato che succeda una volta sola, per uno scopo preciso.
Ammesso che sia necessario.
Dina mi stringe la mano pi forte. Sento la sua pena.
Non vuole lasciare che ceda. - Sei sicura?
  Ripenso all'estasi che ho provato quando ho saputo
dell'esame di Fisiologia. La scarica di adrenalina, il riassestamento
istantaneo delle mie prospettive. Dal nulla
che avevo alla luce incandescente della felicit. Non posso
rinunciare.
-  troppo importante per me.
  Lei distoglie lo sguardo, lascia scivolare la sua mano fuori
dalla mia. Per qualche istante resta in bilico sul giudizio
inappellabile, indecisa se imboccare la scorciatoia della disapprovazione
che ha sulla punta delle dita. Potrebbe negarmi
il suo sostegno e assolversi con poca spesa.  facile
dire per me sbagli e dissociarsi da un fallimento futuro.
E poi mi vuole bene, la paura per me la contagia. Teme che
questa cosa mi avveleni, che mi segni in modo irreparabile.
  Poi si rende conto che ho deciso, e con uno scarto improvviso
abbandona ogni perplessit e accetta la mia decisione.
Mi afferra la mano con forza, vuole che sappia che
rinuncia al timore, e che sceglie di fidarsi di me e di quello
che mi sembra giusto fare, anche se non  d'accordo.
Accetta di credere nell'unica verit che in questo momento
sono in grado di offrirle: quella che mi viene dal bisogno.
  Mi abbraccia, stringe forte. - Chiamami se ti serve. A
qualsiasi ora.
...
Inverno 1960.

  Il matrimonio viene celebrato a dicembre, qualche giorno
prima di Natale.
  Ludovico non pu evitare di essere il testimone dello sposo,
anche se  l'ultima cosa che desidera. Gli sembra immorale
che gli si chieda di partecipare alla farsa, ma sarebbe
molto difficile giustificare una scelta diversa. Dovrebbe dare
spiegazioni, non ne ha voglia, quindi preferisce piegarsi.
  La cerimonia si dilata come una liturgia bizantina, e gli
ospiti riescono a sedere a tavola solo molto dopo le due.
  Lui comincia a stordirsi con l'alcol facendo attenzione
a non eccedere. Non ha intenzione di creare problemi o
diventare molesto, ma ha un gran bisogno di distrarsi e
pensare ad altro.
  Il suo tavolo  pieno di galline in et da marito. Immagina
che ci sia dietro una precisa strategia, e si fa un punto
d'onore a ignorarle perch non lo tirino dentro la conversazione.
Diversamente dalle sue abitudini non ricorre
neppure al sarcasmo. Sarebbe sprecato. Si sente offeso
all'idea che qualcuno abbia potuto pensare che femmine
di quel tipo possano esercitare una minima presa su di lui.
  Verso le quattro, quando ancora il dolce deve essere
servito, la donna che adesso  la moglie di Guido si avvicina
al tavolo e gli appoggia le mani sulle spalle con grazia.
Ludovico si gira e guarda verso l'alto.
  Si  cambiata. Ha un vestito corto color crema con le
maniche a sbuffo, il colletto bianco bordato di pelliccia, e
intorno al collo due giri di perle. La fede pare incisa lungo
la sottile circonferenza del dito. Sembra che sia nata con
quel cerchio d'oro intorno all'anulare. Deve essersi anche
ritoccata il trucco che adesso  pi aggressivo di quello che
aveva sotto il velo da sposa, quando Guido lo ha sollevato
per baciarla. L dominava il modello virginale, qui c' la
volont di comunicare che ora  una donna adulta e sposata.
Una cosa che la autorizza all'esercizio di pratiche estetiche
pi visibili, purch gli altri si mantengano a distanza.
  Ludovico e Flavia non si sono parlati quasi mai prima
del matrimonio, al di l delle formalit impossibili da evitare.
Non sa cosa pensi di lui, e non le ha mai chiesto cosa
Guido le abbia raccontato.
  Spera almeno che Guido abbia fatto cenno a un rapporto
di amicizia che non deve essere ostacolato. Lo desidera
come atto di omaggio nei suoi riguardi, per ricambiare
tutta la premura che si  preso per il matrimonio. Ma non
ne  certo. Guido  uno che tende a semplificarsi la vita,
Ludovico lo sa benissimo.
  Lei si china e gli dice all'orecchio:
- Spero non sia tutto troppo noioso per te, immagino
che questo non sia il genere di situazione in cui ti diverti.
Del resto gli uomini non si divertono mai.
  Ludovico, seduto, ha lo sguardo all'altezza del ventre di
lei. Ormai sono pi di quattro mesi, dovrebbe vedersi qualcosa?
Forse no, ma non ne sa abbastanza per esserne certo.
Scuote la testa e cerca di contenere una smorfia.
  - La noia si mette sempre in conto a un matrimonio.
Come dici tu, non  una cerimonia a cui si partecipa per
divertirsi.
  Le mani di Flavia sulle sue spalle si contraggono, e Ludovico
si pente subito di aver parlato. Contava su una dose
minima di senso dell'umorismo, ma l'espressione di Flavia
gli dice che ha sbagliato.  il genere di ipocrita che vive
tutta la vita per questo giorno e che instaura con ogni
ospite al suo matrimonio un patto implicito: si schermir
a parole, ma solo per sentirsi rassicurare che le cose stanno
all'opposto di quello che dice di credere.
   una creatura che non chiede altro se non essere raggirata,
non avr mai molta dimestichezza con la verit. In
fondo  un vantaggio, pensa Ludovico amaramente.
  Lei non si decide a togliergli le mani di dosso, come se
sposando Guido avesse acquisito un particolare diritto di
intimit anche con lui, e intanto ciarla con gli altri ospiti
intorno alla tavola.
  Poi Ludovico si rende conto che ha fatto il suo nome e
che tutti lo stanno guardando.
  - Scusa? - le chiede rivolgendo di nuovo lo sguardo
verso l'alto.
  Gli ospiti ridacchiano. Flavia gli risponde, parla con lentezza,
sembra che si stia rivolgendo a un idiota.
  - Io non ho detto niente.  Marisa che ti ha fatto una domanda.
Rispondi. Marisa, ripeti, per favore.
  E indica la ragazza seduta di fronte a lui, quella che non
ha smesso un attimo di parlare da quando si sono seduti.
  Lei si agita sulla sedia come se fosse stata chiamata alla
cattedra per un'interrogazione. Appoggia i gomiti sul tavolo
e intreccia le dita, sporgendosi in avanti:
- Ho detto: e ora che Guido  sposato cosa farai? Siete
stati sempre cos uniti, voi due. Lo sai che adesso sar lei
la regina del suo cuore, vero?
  Tutti ridacchiano di nuovo. Ludovico, incredulo, si ripete
mentalmente quella devastante banalit: la regina
del suo cuore. Vorrebbe alzarsi e andarsene per rendere
chiara la misura del suo disgusto.
  Quello che lo preoccupa per  che ha riconosciuto lo
sguardo d'intesa tra Flavia e l'amica. Il teatrino  stato
concordato da chiss quante settimane. Marisa ripete ci
che Flavia le ha chiesto di dire, per estorcere un obbligo
formale che sancisca il passaggio di consegne. Ludovico
deve confermare in pubblico che rinuncia all'intimit che
gli deriva dall'amicizia con Guido. Non aveva immaginato
che lei potesse essere cos subdola.
Sorride ricambiando l'espressione ebete di Marisa.
  - Cercher di fare tutto quello che  nelle mie possibilit, -
risponde. - Per ora brindiamo agli sposi, - si alza
e si guarda in giro. - Guido!
  Lo chiama a voce alta attirando la sua attenzione. Flavia
fa scivolare via le mani che teneva ancora appoggiate
alle sue spalle. Si vede che pensava di risolvere la faccenda
da sola cogliendolo di sorpresa, e questa piccola diversione
la innervosisce.
  Appena Guido arriva al tavolo, Ludovico gli porge un
bicchiere di champagne, poi ne riempie uno per s ed uno
per Flavia.
  - Tua moglie dice che devo rassegnarmi a perderti, e
che ora sei di sua propriet. Anzi, per essere pi precisi
lo dicono tutti. E siccome sono un uomo comprensivo,
mi piego volentieri alle tue accresciute responsabilit. Da
amico, mi impegno formalmente a cederti a Flavia in via
esclusiva. Del resto ormai siamo troppo vecchi per continuare
come a dodici anni, no?
  Alza il bicchiere per brindare: - Ai matrimoni, e ai molti
benefci dell'et adulta!
  Guido sorride a Flavia: - Gli hai detto davvero cos?
Sei una donna coraggiosa. Non  mica innocuo, Ludovico,
sai? Pensavo di avertelo spiegato.
  Flavia si porta le mani al petto e respinge le accuse: - Io
non ho detto niente.  stata Marisa! - La ragazza ridacchia
e si nasconde dietro il tovagliolo simulando terrore.
Guido alza il bicchiere verso Ludovico.
  - Accetto il brindisi ma propongo una variante. Il tuo
augurio non mi pare molto appropriato per un matrimonio.
Ci pensa un attimo, poi solleva il calice.
  - All'amore che dura per sempre e scavalca gli ostacoli, -
dice a voce bassa, senza enfasi.
  Flavia gli si getta tra le braccia, mentre Guido guarda
Ludovico oltre le spalle di lei. Anche Ludovico alza il bicchiere
nella sua direzione e lo ringrazia in silenzio. Inclina
appena la testa in un gesto destinato solo a lui. Sorride.
Ma ha ancora paura.
  Pi tardi quella sera, prima che gli sposi lascino gli ospiti
per il viaggio di nozze, Ludovico prende Guido da parte.
- Accompagnami alla macchina, - chiede. - Solo un minuto -.
Una volta arrivati estrae l'efebo dal portabagagli.
Guido lo fissa interrogativo.
  - L'altro giorno mi ha parlato chiaramente, - dice Ludovico,
accennando verso la statuina. - Voleva seguirti.
Magari i primi tempi potrebbe aiutarti. Tienilo per qualche
settimana, finch non ti abitui al matrimonio.
  Guido  perplesso. - Te l'ho detto, non l'ho mai trovato
particolarmente simpatico.
  - Accontentami. Non  facile per me cedertelo,
nemmeno per poco.
- E allora perch lo fai?
  - Perch credo possa esserti utile. E perch ti aiuter
a ricordare quello che siamo. Comunque  temporaneo.
Non ho nessuna intenzione di regalartelo.  mio, e per
me  un sacrificio.
- Ma allora lascia stare... - insiste Guido.
Ludovico lo zittisce. - Fallo per me.
  La paura sta scavando un cunicolo. Malgrado tutte le garanzie
che Guido gli ha offerto, Ludovico ha qualche motivo
per essere spaventato. La presenza dell'efebo in casa
di Guido gli d conforto, anche se non riesce a dirlo con
chiarezza nemmeno a se stesso.  un pensiero piuttosto
bizzarro per un uomo che si vanta di essere cos razionale.
Guido tentenna, poi accetta con un sorriso.
  - Non riesco a capire cosa ci trovi, ma ho saputo fin dal
primo momento che eravate fatti l'uno per l'altro.
...
11.

Lepore  passato ieri sera sotto casa mia.
Ha voluto darmi istruzioni precise sull'abbigliamento.
  Lo trovo quasi ironico. Fin dall'inizio non ha fatto che
dirmi cosa devo mettere. Adesso per siamo approdati a
un livello superiore. Da segretaria ammiccante a puttana
da estorsione. Mi ha fatto consegnare tutto gi ieri, con
un corriere.
-  arrivato il pacco? - ha chiesto appena sono scesa.
Ho annuito.
  - Bene -. Ed  rimasto in silenzio per un po' mentre
passeggiavamo fianco a fianco.
  - Per prima cosa, poco trucco, - ha detto dopo qualche
secondo. - Perch a quello pensa lui, fa parte del gioco.
Solo le labbra devono essere rosse. Attira la sua attenzione.
  Poi mi ha dato tutte le indicazioni. Dove devo andare,
a che ora, cosa ordinare al bar, e quanto aspettare nel caso
non dovesse arrivare.
  - Per quanto tempo dovr tornare in quel posto? - gli
ho chiesto.
  - Non posso dirle quando arriver, o quando sar
dell'umore giusto. Non pi di un paio di giorni, comunque.
  Ho provato a chiedere qualche dettaglio in pi, ma non
mi ha detto quasi niente. Ha solo ripetuto quello che aveva
accennato sul treno. Che l'uomo gli deve qualcosa che
 suo, e che in questo momento  ricattabile. Qualche foto
in compagnia di una prostituta baster a convincerlo. Nella
sua drammaturgia schizoide la prostituta sono io.
  Per non gli credo fino in fondo. Forse in parte sar
vero, avr un oggetto da recuperare. Ma sono certa che
quello che lo attira di pi  l'idea di buttarmi nel fango e
osservare che mi dibatto.
- Quando devo cominciare? - ho chiesto.
- Anche domani. Lui va in quel bar piuttosto spesso.
  - Lei  sicuro che vorr avere a che fare con me? Non
sono mai stata una che si nota.
  - Una donna che si nota non sarebbe adatta, - risponde
lui. -  lei il genere di donna che gli piace di questi tempi.
 sempre stato volubile, e cambia gusti continuamente.
Ora le preferisce magre, con i tratti non troppo marcati. 
quello di cui ha bisogno per assecondare i suoi giochetti:
una donna neutrale. Perch si diverte a truccarle, trasformarle
in qualcosa di diverso. Mentre lo fa, beve.
- E dopo il trucco cosa succede?
- Dipende, - ha risposto.
- Da cosa?
  - Fondamentalmente da quanto ha bevuto. E da quanto
gli piace il risultato finale. Lei lo faccia bere, e forse se
la caver con poco.
  Mi ha mostrato una foto per poterlo riconoscere. Sembrava
una di quelle immagini che si allegano a un curriculum
in rete, molto simili alle foto segnaletiche della polizia,
senza espressione.
  L'uomo dava l'idea di essere qualche anno pi giovane di
lui. Aveva occhi marroni oscurati da palpebre pesanti, infossate.
La linea della bocca dritta, le labbra carnose. Due rughe
gli scavavano le guance in diagonale dalla base del naso fino
al mento. I capelli erano bianchi, luminosi, ordinatamente
tagliati a spazzola. Comunicava forza, intraprendenza.
Da giovane deve essere stato bello, ho pensato.
Ma non sono riuscita a fissare la fotografia a lungo.
L'ho messa in tasca.
- La guardo meglio dopo, - ho detto.
- Ne sono sicuro, - mi ha risposto lui.
Poi mi ha riportata sotto casa e ha fatto per andarsene.
Avevo un'ultima opportunit di fargli una domanda.
  Era un modo per trattenerlo, per sperare che mi spiegasse
meglio, che mi facesse capire.
-  un oggetto prezioso?
  Ci pensa. - Perch dovrei risponderle? Non occorre che
lo sappia. In ogni caso non cambia niente.
- Per favore.
  - No,  una copia.  prezioso per me. E per lui non significa
niente, eccetto il fatto che significa molto per me.
Tutto qui.
  Sta morendo. E questo  il meglio che riesce a desiderare
per l'ultimo atto della sua vita. Usare una donna senza
mezzi per il suo divertimento, costringerla a ricattare
qualcuno che lo disprezza al punto da negargli un ricordo
perfino di fronte alla morte.
  Provo pena per me, ma questa  una cosa di cui mi
occuper poi. Per il momento tutta la pena che provo 
per lui.

Passo la notte a guardare il soffitto.
Al mattino ogni esitazione  scomparsa.
  La stanchezza e l'assenza di alternative hanno annullato
il bisogno di continuare a pensare in modo ossessivo,
come se la mia testa fosse irradiata dalla traiettoria di pallottole
traccianti che rimbalzano sui muri. La mia mente
 uno schermo grigio, liscio e senza interferenze.
Il processo di valutazione, le implicazioni, le conseguenze,
la paura di non essere in grado di arrivare fino in fondo,
tutto  stato risucchiato dalla necessit.
  Mi rintano nella nicchia pi profonda che riesco a scavare
dentro di me per prendere tutta la distanza possibile
da quello che sto per fare. Mi lascio scivolare sulla superficie
delle cose quel tanto che basta per portare a termine
l'incarico.
Riprender a respirare quando sar fuori da questa storia.
  Rimuover il ricordo, passer oltre, e sar libera dal
bisogno.
...
Primavera 1961.

Guido torna dal viaggio di nozze nervoso e sfuggente.
  Ludovico  sempre pi preoccupato. Vedersi diventa difficile
come era stato l'anno prima. Il tono provocatorio di
Guido per  sparito, e al suo posto c' un'insofferenza
ostile che non aveva mai mostrato.
  Ludovico cerca di essere paziente, immagina che sia la
nuova vita cui Guido deve adattarsi, d la colpa soprattutto
all'idiozia della moglie, per di pi incinta, che non
gli rende la vita facile. E con la nascita del bambino le cose
non migliorano.
  L'efebo rimane a casa di Guido. Ludovico prova a ricordarglielo
un paio di volte, ne sente la mancanza, e soprattutto
realizza presto che non  di alcuna utilit l dove si
trova. Si pente di averglielo dato. L'amore che Ludovico
aveva messo in quel gesto  caduto nel vuoto senza rumore.
  Per il momento per Guido  difficile, e a Ludovico non
sembra il caso di insistere. Si dice che prima o poi riuscir
a riportarlo a casa.
  Un tardo pomeriggio particolarmente freddo Guido, che
 appena arrivato da Ludovico per un saluto, si rimette
subito in piedi e si infila il cappotto per andare.  dimagrito,
si lamenta che lo studio va a rilento, che Flavia lo
distrae, e il bambino piange in continuazione.
  Ludovico si agita. - Perch non resti ancora? Sei appena
arrivato.
  - Non posso, abbiamo un appuntamento con il pediatra,
se arrivo in ritardo Flavia mi rovina la serata.
  Ludovico non riesce a trattenersi. Ha gi mandato gi
diversi commenti aspri per non guastare il piacere di averlo
con s qualche ora.
  - Non ci vediamo da settimane, resti dieci minuti e passi
il tempo a recriminare su di lei. Come credevi che sarebbe
stato il matrimonio?
  Guido  troppo stanco per essere arrabbiato. - Sarebbe
a dire che devo venire esclusivamente quando sono nello
spirito giusto per intrattenerti? La mia vita, quando non
 conforme alla letizia, diventa un fastidio?
  - Ti sto solo dicendo che lo spazio per noi  poco, in
questo modo si assottiglia ancora di pi. Sei stato tu a
garantirmi che dopo il matrimonio non sarebbe successo.
  - Hai ragione, sono stato superficiale -. Sul viso di Guido
passa un'espressione colpevole. Prova a parlare, non riesce.
Alla fine dice a voce bassa: - Forse c' un tempo per tutto.
  Ludovico cerca in quelle parole un'eco che non sembri
una sentenza, e non lo trova. - Cosa significa? - chiede.
  Guido esita. -  stato bello, significa questo. Non sono
pentito. E ne valeva la pena.
  Ludovico sente che la pienezza della sua vitalit defluisce
via dal corpo. Non risponde. Non collabora.
  - Non pensavo che fosse cos, - dice ancora Guido.
- Ogni giorno che passa mi accorgo che la vita adulta 
un'altra cosa, e penso che lo sappia anche tu.
Oscilla sui talloni avanti e indietro, in attesa di una risposta.
Ludovico si ostina al silenzio.
  - Non hai niente da dire? - domanda Guido quando
non lo tollera pi.
  L'altro spera che sia un pretesto, un modo indiretto per
chiedere di fornirgli un buon motivo per restare, ma prima
che possa rispondere Guido scivola nella trappola dei
vigliacchi, quella che spinge a lasciare la porta socchiusa
per paura di fare la scelta sbagliata, a costo di tenere l'altro
impigliato alla tua debolezza.
  - In ogni caso questo non cambia niente fra noi, no?
Quello che c'era prima rimane -. E lo sguardo di supplica
gli esonda dagli occhi.
Allora Ludovico sa che  finita.
Sceglie di uscirne facendo pi male che pu.
  - Se te ne vai, - sibila, - almeno fallo da uomo. Assumiti
le tue responsabilit. Non pigolare come una ragazzina.
Guido si irrigidisce.
- Non mi pare di averti costretto.
  Eccola, la scusa pietosa, pensa Ludovico. Sminuire
quello che si  provato chiamando l'altro a condividerne
le responsabilit. Come se l'amore ricambiato fosse un
concorso di colpa.
  - Vttene. E rivoglio l'efebo. Puoi spedirmelo, o dire
al tuo custode di riportarlo prima possibile, - gli dice con
disprezzo.
  - Non so neppure dove l'ho messo! Flavia lo odia, l'avr
nascosto in fondo a un armadio.
  Ludovico  allibito. Questo  il peso che Guido assegna
ad un oggetto che per lui - per loro! - ha tanto valore.
Niente. Meno di niente.
- Tiralo fuori al pi presto e ridammelo.
Guido esita, ha l'istinto di avvicinarsi, poi rinuncia.
  - Cristo, Ludovico, esiste anche un altro modo di vivere,
sai? Non  sempre necessario fare terra bruciata e cospargere
le ferite di sale.
- Cosa volevi, una benedizione apostolica?
- Potrebbe essere meglio anche per te, ci hai pensato?
  - Io non ho bisogno di beneficenza. Sei tu che non vali
niente senza scorciatoie. Ora vttene, mi annoi.
  Guido lo osserva, ma non trova nessun varco. Si rassegna,
gira le spalle e se ne va.
  Ludovico  feroce. La sua rabbia  incandescente ma,
a parte quello, non sente pi nulla. Gli sembra di essere
morto, si tiene insieme solo grazie all'orgoglio punitivo,
quello che punta il dito contro l'altro per dimostrare che
non ha pi bisogno di lui. L'orgoglio, almeno quello, non
gli manca, e lo mantiene in vita.
  L'assenza dell'efebo per continua a pesargli, anzi si
accresce. Non si rassegna all'idea di averlo dato via con
le sue mani, e focalizza ogni residuo di dolore nella percezione
del vuoto intorno a quella creatura astrale e silente.
Lo disturba che sia assieme a una persona indegna, in un
posto dove non  tenuto in alcuna considerazione.
  Ma Guido non glielo restituisce, e lui non vuole pi
chiederglielo direttamente. Parlargli ancora sarebbe una
sconfitta.
  Si laurea, a trentotto anni rimane unico titolare dello
studio di famiglia, diventa l'uomo di successo che era destinato
a essere fin dalla nascita.
  Non si sposa. A questo punto, con quello che sa, e che
gli  costato imparare, non ne vede il motivo. Ha altri
amanti discreti, ma sono relazioni quasi esclusivamente
utilitaristiche, da entrambe le parti. Se ne stanca presto.
  Ha sempre saputo che l'amore  un sentimento pretenzioso
e sopravvalutato, e ne ha fatto puntuale esperienza.
La facilit con cui se ne libera quando decide di smettere
 solo un'ulteriore conferma.
Poi comincia ad invecchiare.
  Con il tempo si adatta sempre meglio al proprio dolore,
convertendo i ricordi in una macchia confusa che non trasmette
n slancio n malinconia. L ripulisce dal midollo
emotivo e conserva solo quello che umanamente non pu
cancellare, a meno che non provveda qualche forma di demenza:
un grumo di immagini e parole neutre e sterilizzate,
incapaci di fare veri danni.
  In certi momenti si convince che tutto quello che  successo
non ha contato nulla, e non ha lasciato tracce nella
sua esistenza. Altre volte ha dei dubbi, ma non  tipo
da farsi ostacolare da trappole speculative, cos procede,
e continua dritto per la sua strada con la determinazione
di sempre.
  A settantacinque anni una mattina all'improvviso si alza
dalla scrivania e sviene.  in studio da solo, lo trova la
sua segretaria quasi due ore dopo.
  In ospedale gli fanno un check-up completo cui si sottopone
malvolentieri, poi, malgrado il parere contrario dei
medici, firma per lasciare l'ospedale. Qualche giorno dopo
lo ricontattano d'urgenza. Ci sono i risultati delle analisi,
e con quelle arriva la diagnosi.
  Come al solito gli pare di non sentire niente. Non ha
sintomi evidenti. La notizia non gli causa n angoscia n
paura.  talmente abituato a vivere sotto anestesia che la
cosa nemmeno lo sorprende.
  Per uscendo dallo studio del medico, in mezzo alla strada,
all'improvviso gli torna in mente l'efebo, L'Ombra della
sera. Non ci pensava pi da moltissimo tempo.
  Lo sommerge un senso di ingiustizia all'idea che l'efebo
sia con Guido, e non con lui. In maniera del tutto irrazionale
sente di averne bisogno. Ripensa alle parole che
ha pronunciato prendendolo in custodia la prima volta. Se
le ricorda ancora bene. Da me avr sempre tutto quello
che merita. Ma la verit  che non  stato affatto cos.
Lo ha lasciato andare.
  Prova un profondo senso di colpa. Adesso che lo spazio
e il tempo della sua vita sono razionati, e ogni giorno pu
essere l'ultimo, ha l'urgenza di riprenderselo, come se fosse
una creatura vivente da salvare da un destino infelicissimo.
  Con il ricordo torna il dolore, quello che credeva di avere
esorcizzato. Ludovico ha amato con lealt. Non  stato
lui a tradire. E l'unico testimone di ci che ha sofferto
 stato l'efebo. Tutto il resto  irrecuperabile, ma questo
almeno  un torto che si pu riparare.
  Si decide ad agire, ma non sente Guido da cinquantacinque
anni. Non si sono pi rivolti la parola nemmeno
nelle rare occasioni pubbliche in cui  capitato di incrociarsi.
  Allora gli scrive. Lo fa una, due, tre volte. Non menziona
la malattia e ricorre a toni piuttosto decisi, senza
dare spiegazioni di alcun tipo. Guido non risponde mai.
Ludovico  quasi certo che l'efebo sia ancora con lui, che
non se ne sia liberato.
  Di fronte al silenzio di Guido ritrova intatto tutto l'odio
che credeva di aver sepolto, lo stesso provato a Volterra
nei confronti della sua supponenza. Decide che in un modo
o nell'altro l'efebo deve tornare da lui, e questa diventa
l'unica ossessione con cui riesce a tenere a distanza il
pensiero della morte.
  Se lo raccontasse a qualcuno lo prenderebbero per pazzo,
e forse perfino lui, nelle sue precarie condizioni,
comprende che si tratta di un assillo senza senso, che non 
l'efebo a mancargli. Ma Ludovico Lepore non parla di s
con nessuno da tanti anni, e nel silenzio il suo delirio trova
lo spazio per crescere.
...
12.

  Il barista prende il bicchiere e lo riempie di ghiaccio
fino all'orlo. Aspetta che si raffreddi, poi lo rovescia per
far scolare l'acqua. Aggiunge il gin, il Campari, e per ultimo
il vermut. Infila il cucchiaio e miscela tutto lentamente,
agitando appena i cubetti. Poi nel liquido affonda una
fetta d'arancia.
  - Negroni per la signora, - mi dice appoggiando il bicchiere
sul bancone davanti a me. - Complimenti, -
aggiunge.
Lo guardo. - Per cosa?
  - Non  un cocktail da donna. Anche gli uomini ci vanno
piano.
  Non vado pazza per l'alcol, di rado mi spingo oltre la
birra. E non ho mai bevuto un Negroni.
- Ci sono cocktail che le donne non bevono?
- Questo, per esempio.  piuttosto forte.
  L'ho ordinato solo perch  ci che Lepore mi ha detto
di fare, senza spiegarmi perch. Deve essere il suo senso
dell'umorismo. Discriminare le donne anche con l'alcol.
Ha scelto un cocktail che probabilmente non riuscir a
mandare gi perch non sono all'altezza.
  Il bar  dietro piazza delle Erbe e non ha nessun carattere
particolare. Non  un locale da happy hour, ma nemmeno
una bettola sordida. Discreto, infossato dentro un portico
che corre lungo tutta la strada, senza insegne appariscenti.
  Prendo il bicchiere e vado a sedermi a un tavolino in fondo
al locale. Il ghiaccio nel Negroni si agita. Devo sapere
almeno che sapore ha. Appoggio il bicchiere alle labbra,
facendo attenzione a non sbavare il rossetto. Sfioro il liquido
con la punta della lingua.  peggio di quanto immaginassi.
Sar brava se riuscir a mandarne gi un terzo.
Devo stare attenta, restare lucida, o rischio di rovinare tutto.
  Il barista mi guarda da dietro il bancone, forse vuole vedere
che effetto mi fa. Gli sorrido per riflesso condizionato,
d'abitudine sorrido a tutti. Per so che non  in linea
con il personaggio che dovrei rappresentare, oltre che con
il mio stato d'animo, e giro la testa dall'altra parte.
C' una coppia di mezza et seduta accanto alla vetrina.
  Sembrano stranieri, del Nord Europa. Probabilmente
cenano, con due tramezzini a testa e una Coca in due. Sul
tavolo hanno ammucchiato tutto l'armamentario del turista.
Guide, mappe, una macchina fotografica digitale.
  Al banco c' un altro paio di persone. Uomini sulla cinquantina
che bevono vino bianco.
  Entrando, per un momento ho pensato che uno dei due
potesse essere la persona che aspetto, ma quando gli sono
passata accanto mi sono resa conto che sono troppo giovani.
Lepore mi ha detto di non avere fretta: si sieda e aspetti.
Lo conosco. Entrer nel locale e verr a cercarla. Non
ha mai avuto bisogno di incoraggiamenti.
  Infatti quando arriva, dieci minuti dopo, lo riconosco
subito.
  Scandaglia il locale con un'occhiata veloce. Sul mio tavolo
si ferma una frazione di secondo in pi, poi passa oltre.
Va al banco, si siede e saluta il barista.
  Parlano sottovoce. Mi pare che il barista ammicchi nella
mia direzione, ma sono ipersensibile al punto che potrei
convincermi di qualsiasi cosa.
  Mi impongo di respirare con lentezza, svuotare i polmoni
fino in fondo, bere ancora un po'. Non sento quasi pi
la gonna che mi strizza i fianchi e che fino a un momento
fa mi infastidiva. Non sento nemmeno i piedi, malgrado
le scarpe, i tacchi, e la fatica fatta per camminare fino a
qui sul selciato sconnesso del centro storico. L'uomo al
bancone si fa servire un bicchiere di prosecco. Scambia
qualche parola con i due seduti al bar.  chiaro che si
conoscono. Il tono di voce si alza, gli altri hanno gi bevuto
parecchio. Ridono, si danno grandi pacche sulle spalle.
  L'uomo  alto come Lepore, ma a differenza di lui, che
ha perso fluidit negli ultimi mesi a causa della malattia,
 sciolto come se avesse vent'anni di meno.
  Continua a lanciarmi occhiate, non fa alcun tentativo
per avvicinarmi. Io cerco di sembrare distratta. Scorro il
display del telefono, ma lo tengo sotto controllo di sottecchi.
Se guarda verso di me, alzo la testa e sorrido.
  La prima sera se ne va dopo mezz'ora, salutando gli altri
due. Torna quella successiva. Ci sono gli stessi uomini
al bancone, come ieri arrivati prima di lui, e la scena si ripete
quasi uguale. Per mi rivolge lo sguardo pi spesso,
e pi a lungo.
  La terza sera lo scenario cambia: arriva che gli amici se
ne sono appena andati. Mi hanno tenuto la porta aperta
quando sono entrata, pochi minuti fa.
Il barista lo saluta e gli serve il solito bicchiere di prosecco.
E lui comincia a fissarmi in modo piuttosto esplicito.
  Io sto all'erta come un animale, consapevole che stavolta
verr a cercarmi e che questa  l'ultima occasione che
ho per alzarmi e andarmene. Soltanto un minuto e il meccanismo
si avvier.
  Poi lui si gira e prende in mano il bicchiere. Si alza dallo
sgabello, viene verso di me. Tutte le opzioni ancora
possibili emettono un ultimo bagliore nel buio del locale,
vibrano, poi collassano nell'unica scelta che mi rimane.
  Non so bene dove siamo. In centro, senz'altro. Abbiamo
fatto diversi giri, entrando e uscendo da vicoli sempre
pi piccoli. Quando credevo di non poterne pi di camminare
sui tacchi, si  fermato e ha tirato fuori un mazzo
di chiavi dalla tasca.
   stato molto gentile, finora. L'inflessione della sua
voce ricorda quella di Lepore. Per  pi loquace, e meno
sentenzioso. Chiacchiera senza sosta, credo si preoccupi
di riempire il silenzio visto che io faccio fatica ad emettere
suono per il rischio di scoprirmi.
  Mi ha detto di viaggi, mostre, cinema, svolazzando da un
argomento all'altro, come un uomo che sa stare al mondo,
e continua a parlare anche ora, mentre gira la chiave nella
toppa di un portoncino che d direttamente sulla strada.
Poi apre e si fa da parte per lasciarmi passare.
Accende la luce e spalanca le imposte.
  L'appartamento sembra ricavato nella portineria di
un palazzo antico, il soffitto  coperto da travi massicce.
L'arredamento  essenziale, elegante, solo sfumature
bianche ed ocra.
  Su tutte le pareti disponibili si allineano scaffali colmi
di libri che arrivano fino al soffitto. Sotto la finestra
c' una scrivania sottile in vetro satinato, piena di carte.
Nell'angolo, un laptop aperto ma con lo schermo spento.
Sembra lo studio di uno scrittore.
  Si vede per che  una casa disabitata, fatta apposta per
ritagliarsi spazi di solitudine, oppure incontri di cui nessuno
deve sapere. Una sorta di open space, con l'eccezione
di un'unica stanza che si apre sul fondo. Non c' traccia di
una vera cucina.
  La prima cosa che l'uomo fa  aprire un frigorifero di
piccole dimensioni incassato in un angolo e prendere una
bottiglia con due bicchieri, che riempie per noi.
Poi tira fuori il portafoglio ed estrae delle banconote.
  Me le mostra a distanza con un gesto discreto, appena accennato,
solo per accertarsi che abbia visto, e le lascia sul
tavolino accanto all'ingresso, pronte per essere ritirate
quando uscir. Fa tutto in modo naturale, come fosse la
sua routine giornaliera.
  Si toglie la giacca, la butta sul divano. Il suo sguardo
ora  meno amabile e pi concentrato. Mi prende una mano
e mi fa fare un passo indietro, il mio braccio teso e il
suo allineati in un'unica retta, come se volesse farmi fare
una piroetta. Invece vuole solo guardarmi a una certa distanza.
Mi studia. Mi gira intorno.
  So cosa devo aspettarmi, Lepore me l'ha spiegato. Mi
ha detto che l'ultima mania che gli  venuta  quella di
trasformare le donne con le sue mani. Per questo vuole ragazze
come me, con tratti semplici, quasi anonimi, niente
di marcato, il genere di viso che si trasfigura completamente
con il trucco.
  Mi sfila l'impermeabile leggero, che  nero e lucido, e
fa un fruscio strano, elettrico. Poi va a riprendere il suo
bicchiere e lo vuota. Afferra la bottiglia e mi fa segno di
seguirlo nell'unica stanza.
  Provo a obbedire. Mi tremano le gambe. La sola cosa a
cui riesco a pensare per guadagnare del tempo  di andare
in bagno. Glielo chiedo, e lui mi indica una porta che
non avevo notato, nell'angolo dell'appartamento pi distante
dalla luce.
  Quando sono dentro appoggio la schiena alla porta. Se
comincio a tremare finir per non essere credibile. Temo
che abbia gi avuto qualche sospetto lungo la strada perch
non ho detto una parola. Avrei fatto meno danni se
avessi provato a balbettare qualche banalit insulsa. Avrei
corso solo il rischio di passare per stupida.
Appoggio le mani al lavandino e mi guardo allo specchio.
  Struccata e con le labbra di porpora sembro una ragazzina
di dodici anni che ha messo il rossetto per gioco. Non riesco
a capire cosa possa trovare di attraente in una come me.
  Mi sciacquo le mani, prendo un ultimo respiro profondo
ed esco dalla stanza spegnendo la luce.
  Appena fuori, noto una vetrinetta che non avevo visto
prima, anche se  accanto alla porta di ingresso.
  Sullo scaffale basso e su quello pi alto sono allineati
una decina di libri. In quello centrale invece c' la statuina
in bronzo di un adolescente, con braccia e gambe allungate
in modo innaturale.
   bellissimo. Per un momento dimentico perch sono
l e mi fermo a osservarlo. I suoi occhi sono all'altezza dei
miei. Resto a fissarlo a lungo. L'uomo mi nota e mi viene
vicino.
  - L'ho messo apposta dietro la porta in modo che nessuno
si accorga della sua presenza, e infatti  quello che
succede quasi sempre, - dice.
  Io penso mi stia accusando di indiscrezione, e faccio un
passo indietro troppo in fretta. Lui mi rassicura.
  - Puoi guardarlo quanto vuoi. Non sono io che voglio
sottrarlo alla vista,  lui che ama il buio. Ma quando invece
fa dei cenni di richiamo vuol dire che ha qualche interesse
a farsi guardare. Si vede che gli piaci.
  Ha ancora la bottiglia in una mano e il bicchiere vuoto
nell'altra. Se lo riempie di nuovo.
  -  strano che tu l'abbia notato. Le signore che porto
qui in genere non hanno molto interesse per l'arte. Questo
oltretutto  una copia, anche se ben fatta, e non vale molto.
Una copia. Per lui non significa niente, eccetto il fatto
che significa molto per me. Cos ha detto Lepore.
   possibile che sia l'oggetto che vuole indietro? Forse. Ma
quest'uomo potrebbe avere decine di statue ovunque, anche
se qui non ne vedo altre. Ci sono solo libri, e il computer.
  Mi dico che vale la pena indagare. Mando gi d'un fiato
il bicchiere in cui per fortuna mi aveva versato poco vino,
e allungo il braccio per farmene dare ancora, perch mi
sembra un gesto disinvolto.
- Ce l'hai da molto tempo?
 faticoso dargli del tu.
Lui mi versa il vino, poi beve.
  - Moltissimo, s. Ogni volta che lo guardo ho la tentazione
di buttarlo via. Mi disturba, e ha un aspetto giudicante.
Non mi piaceva neppure quando l'ho comprato,
ma una volta avevo un certo gusto per la provocazione. A
ripensarci adesso mi pare tutto piuttosto gratito.
- Perch non te ne liberi, allora? Non puoi venderlo?
- Non vale niente, te l'ho detto. A te piace?
  Guardo di nuovo la figura sottile dell'efebo, remota come
fosse in un'altra costellazione e proiettasse in mezzo a
noi la sua immagine da una distanza siderale.
  - Mi piace, s. Per non so spiegare perch.  assente ma
attentissimo insieme, no?
  - S,  come se registrasse tutto quello che vede e lo tenesse
in memoria. Credo sia per questo che faccio fatica
a liberarmene.
Sorrido. - Perch, ha visto molte cose belle?
  Si gira e fa qualche passo verso la finestra. Fuori il sole
sta calando. I raggi di luce inclinata lo avvolgono in un
alone di trasparenza.
  - Non so cosa risponderti. Fammi un esempio, definisci
la tua idea di bellezza.
Mi prendo un attimo per pensarci.
  - Non so, magari quei momenti compiuti, che annullano
il futuro.
Mi guarda interrogativo. - Cio?
  - Quando il tempo rallenta, sprofonda. Non pensi pi a
niente se non a essere l. L'unica cosa che importa  quello
che c'. Non ti sei mai sentito cos?
Non mi risponde.
  - A me  capitato poche volte, - aggiungo, - e quasi
mai quando me lo aspettavo.  stato sempre improvviso.
E quando esci da quello stato  come se ti avessero dato
una botta in testa.
  Bevo un altro sorso e mi avvicino. Lui  rimasto accanto
alla finestra. Non mi pare disposto a dire altro, e non ne
so ancora abbastanza per stabilire se l'oggetto che Lepore
vuole indietro  davvero questo.
  Ma tanto a cosa mi servirebbe scoprirlo? In ogni caso
non  previsto che lo rubi, oltretutto sarebbe rischioso.
Devo solo aspettare che lui si ubriachi per scattargli qualche
foto, me e lui insieme, al resto penser Lepore.
L'uomo pare distante, non mi guarda, continua a bere.
  Non so perch mi viene spontaneo mettergli una mano
sul braccio, in un gesto che pu essere scambiato per
una carezza. Poi penso che sia inappropriato e la tiro via.
Il contatto lo risveglia dal torpore. Si gira verso la vetrinetta.
  - Avevo quasi deciso di farne a meno qualche mese
fa, ed  stato piuttosto liberatorio. Qualcuno me l'ha
chiesto indietro, avanzando dei diritti. Ma ogni volta che
ho provato sul serio a farlo uscire da qui, non ci sono riuscito.
Qualcosa mi trattiene. L'idea di cederlo mi fa sentire
a disagio.
  Mi focalizzo su ci che sta dicendo. Di nuovo torna a
sembrarmi molto plausibile che l'oggetto sia questo.
  La mia prima reazione  di rabbia. Un capriccio tra
due vecchi che non hanno di meglio da fare nella vita che
contendersi un giocattolo come bambini. Per c' anche
qualcosa che perversamente mi commuove. Sono entrambi
uniti a un oggetto che non ha valore di mercato, quindi
deve averne uno affettivo.
- Averlo indietro? Cio non  tuo?
  Lui beve e pensa, sembra non essere in grado di produrre
una risposta senza qualche tipo di carburante. Benedico
il fatto che continui a mandare gi alcol. Di questo passo
tra mezz'ora sar ubriaco.
  - Un'altra domanda cui non sono sicuro di saper rispondere.
L'ho pagato io, ma era un regalo. Poi l'ho avuto in
prestito dal proprietario. Infine ho mancato di restituirlo,
non so nemmeno io perch, visto che non mi  mai davvero
piaciuto. Tu a chi diresti che appartenga?
  Mi viene da ridere. La cosa  talmente involuta che ora
ne ho la certezza.  questo l'oggetto che vuole Lepore. Da
come mi ha parlato di quest'uomo, e da come l'uomo parla
della statua,  chiaro che non si vedono da molto tempo, e
non ricorrerebbero a strategie cos contorte se la separazione
non fosse stata dolorosa. Mi chiedo se sia una faccenda
che riguarda solo loro due, oppure una questione di famiglia.
- Non lo so davvero.
- Come faresti a decidere? - mi chiede.
  Penso alla malattia di Lepore, al suo tempo che si
assottiglia.
  - Ne hai pi bisogno tu, o la persona che lo vuole
indietro?
  - Non credo che serva a nessuno dei due, ormai,  un
oggetto vecchio e senza senso.
  - Se non avesse senso la persona che lo vuole non te lo
chiederebbe, e tu non avresti nessun problema a restituirlo.
Mi fissa con attenzione.
  - Sei una ragazza strana. Non sarai un po' troppo morbida
per fare questo mestiere?
  Mi giro e gli do le spalle perch non mi legga niente sul
viso. - Si prende quello che cpita, no?
  - Hai ragione, - risponde, e mi afferra la mano. - Pensiamo
a noi.
  Mi porta verso la stanza sul fondo.  una camera molto
ampia. La prima cosa che noto  un tavolo sovrastato
da uno specchio che occupa la fascia superiore della parete
fino al soffitto, a fianco c' un letto matrimoniale sotto
la finestra.
  Lo specchio  tappezzato da foto di donne truccate in
modo professionale. Ombretti grigi e scuri sugli occhi, pelle
compatta, labbra di un rosso carico. Niente corpi nudi
o vestiti, solo volti di tutte le dimensioni. Foto in bianco
e nero e a colori, alcune piuttosto datate.
In fondo alla stanza c' un spar, me lo indica.
- L c' una vestaglia. Togliti tutto e mettila.
  Dietro il spar trovo una poltrona beige su cui  appoggiato
un kimono di seta perfettamente stirato. Nero,
lungo fino alle caviglie, con le maniche bordate di arancione,
lo stesso colore della striscia di stoffa da legare in vita.
  L'attenzione puntigliosa che Lepore ha avuto per i
miei vestiti finir nel nulla, penso mentre mi spoglio.
Me li sfilo protetta dal pannello di legno, senza che l'uomo
veda cosa mi sto togliendo, o mi chieda di guardare
mentre lo faccio, e questo mi risparmia la prova pi dura.
Mi spaventava pi del sesso. Se mi avesse chiesto di
spogliarmi di fronte a lui, come performance inclusa nella
prestazione, avrei provato un imbarazzo difficile da
giustificare per una che di mestiere fa la puttana, perfino
alle prime armi.
  Il sollievo per dura solo un attimo. Nel momento in cui
resto nuda con il kimono in mano, la consapevolezza della
mia vulnerabilit mi risale lungo la spina dorsale e mi piega
le gambe.
   come se il mondo intero mi stesse guardando. La sensazione
che provo  talmente forte che mi giro con la certezza
che l'uomo sia l a fissarmi. Ma  ancora dalla parte
opposta del pannello che ci divide, lo sento armeggiare,
versarsi del vino nel bicchiere.
Non  lui che mi guarda, penso. La folla  nella mia testa.
  Infilo il kimono e mi siedo sulla poltrona protetta dal
spar. La pulsazione di vergogna vibra e si coagula in una
voce che giudica. So che questa  la prima avvisaglia di
qualcosa che prender forza con il tempo a partire da domani,
e che forse non riuscir mai pi a zittire. La voce
che mi dar della puttana per il resto dei miei giorni.
  Al punto in cui sono posso solo scegliere se essere una
semplice troia, nel caso in cui assecondi quest'uomo e poi
sparisca senza dare a nessuno le foto, oppure troia e ricattatrice,
se le consegno a Lepore e lascio che mi trovi un
altro impiego come compenso per il lavoro sporco. E la divinit
giudicante che vive nella mia testa potr continuare
ad accusarmi per sempre sulla base di quello che far nelle
prossime due ore.
L'enormit della sentenza mi schiaccia, mi risucchia.
  La voce dell'uomo mi riporta indietro. - Tutto bene?
Non hai bevuto quasi niente. Ti prego, fammi compagnia, -
e mi porge il bicchiere sollevando il braccio oltre
il spar.
  Bevo d'un fiato, ancora al riparo dal suo sguardo. E decido
che questo  l'ultimo. Ho bisogno di restare lucida.
- Ti aspetto, - mi sollecita lui.
Esco.
  Ha acceso la doppia fila di led che corrono lungo il perimetro
dello specchio, e ha disseminato sul tavolo pennelli,
flaconi, vasetti e ombretti che sembrano professionali.
Mi fa cenno di sedere sulla poltroncina di fronte al tavolo.
Poi siede in cima ad uno sgabello su rotelle, e si mette
al mio fianco.
  - Hai un bellissimo profilo, - dice seguendo con la
mano la linea del naso, della bocca, fino a scivolare
nell'incavo del collo sotto il mento. - Mi ricordi un po'
l'efebo, sai?
  Lo guardo. - L'efebo? La statuina di l? - chiedo
confusa.
  Lui annuisce. - Avete tutti e due un'aria senza tempo.
Quanti anni hai?
- Ventisei.
  E non farmi altre domande, prego in silenzio. Non sulla
mia vita. Non sul lavoro che pensi che faccia.
  - Ecco,  come pensavo. Avresti potuto dire dieci di
meno, o dieci di pi, ti avrei creduto lo stesso.
  Mi dico che devo sforzarmi e mostrare un minimo di
intraprendenza. Non posso continuare nello stato di paralisi
in cui sono piombata. Gli sorrido, cerco un appiglio
dentro di me per recuperare un minimo di sfrontatezza.
  Lui mi allarga le falde del kimono fino a scoprire la scollatura
poco sopra il leggero rigonfiamento dei seni.
  Mi guardo allo specchio. Cosa farebbe una puttana al
posto mio? Sollevo le spalle, raddrizzo la schiena. Schiudo
appena le labbra.
  - Bene, - dice lui annuendo con la testa, come se approvasse
il mio piccolo moto d'orgoglio. - Voglio che tu
ti diverta quanto me.
  Chiss se lo dice a tutte, o lo fa solo ora perch s' accorto
che non ho esperienza e gli faccio pena.
  Mi fissa la frangia ai lati della testa con due mollette,
in modo che la fronte resti scoperta, poi ruota sullo sgabello
in modo da trovarsi davanti a me e dare le spalle allo
specchio. Imbeve un disco d'ovatta nel latte detergente e
me lo passa sul viso con delicatezza.
  Quando arriva alla bocca il rossetto ancora carico di colore
si sbava sulla guancia. Rimane una scia sanguigna.
Bagna di nuovo l'ovatta, e ripulisce l'alone con piccoli movimenti
circolari e una circospezione quasi timida. Poi sceglie
una crema da un vasetto, la amalgama sui polpastrelli tra
pollice ed indice, e la distribuisce sul mio viso con piccoli
tocchi che fa sfumare verso l'esterno. Lo sento respirare
con calma, avverto l'odore dell'alcol nel suo fiato.
Sembra completamente assorto.
  Fa un mezzo giro sullo sgabello e scivola alle mie spalle
per guardarmi a distanza. - Hai una pelle ideale per il
trucco. Senza imperfezioni.
Si versa ancora del vino. La bottiglia  oltre la met.
  Metto una mano a coprire il mio bicchiere quando accenna
a versarne anche per me.
  - Come vuoi, - mi dice compiacente. E poi: - Bene,
cominciamo, - e appoggia il suo dopo averlo vuotato.
  Apre un altro vasetto, mi mostra il contenuto. - Un opacizzante,
ma non ne servir molto, non ne hai bisogno -.
Me lo spalma con cura meticolosa, poi cambia confezione.
- Questo  un fondotinta minerale, - dice, come se per me
fosse di qualche importanza sapere quale cosmetico usa. Lo
distribuisce sul viso e sul collo con un pennello.
  Quando ha finito mi prende con delicatezza il mento
fra due dita, e lo ruota per verificare l'effetto sotto il riflesso
della luce da tutte le angolazioni.
- Una base perfetta.
  Mi guardo allo specchio. Il mio viso ora  denso e uniforme,
cereo come un'icona, o una statua votiva. Non ho
pi nemmeno un accenno di occhiaie. Le sopracciglia nere
risaltano nel pallore compatto dell'incarnato, l'incavo
degli occhi ha acquistato profondit e potenza. Sembro
molto pi adulta di quella che sono.
  L'uomo beve ancora, la fermezza professionale dei suoi
gesti sta impercettibilmente virando verso l'instabilit. 
meno lucido e pi aggressivo.
  D'improvviso mi fa scivolare il kimono sulla spalla destra,
e mi scopre un seno che emerge dalla vestaglia e risalta
sotto il riflesso potente dei faretti. Controllo con uno
sforzo enorme l'impulso a richiudere le falde del kimono.
Di nuovo mi prendo l'unico spazio di libert che posso
praticare: respiro a fondo.
Lui invece scambia la mia esitazione per un gioco di ruoli.
Mi guarda in attesa del mio permesso per continuare.
  Un sottile rigagnolo di forza affiora dal riflesso della
mia immagine allo specchio. Forse mi illudo, ma imbocco
questa opportunit.
  Osservo l'uomo con durezza, e i suoi occhi rispondono
con eccitazione. Insisto, lo fisso con severit, come se volessi
guidare il gioco.
- Rimetti a posto la vestaglia, - gli dico, rigida.
  Lui afferra con grazia il kimono e lo riporta sulla spalla,
tornando a coprire il seno.
  - Sei una bimba prepotente, - dice. - Hai ragione. Non
dobbiamo distrarci, c' ancora del lavoro da fare.
  Espira e torna a guardare fra i cosmetici. Sceglie una
matita marrone scurissima e ripassa l'arco delle sopracciglia
fino a che la linea arcuata non diventa uniforme. Prende
un pennello e lo affonda in un ombretto color gesso, opaco
e traslucido, lo distribuisce sulle palpebre e lo allunga con
la punta di un dito. Con un ombretto grigio e un pennello
pi sottile scurisce il contorno dell'occhio. Quando finisce
con gli ombretti fa una pausa.
Porta il bicchiere alla bocca, ma si ferma all'improvviso.
- No, - dice afferrando un tubetto sottile, - per l'eyeliner
ci vuole mano ferma. Meglio bere dopo, - e si avvicina
per allungarmi l'occhio e stendere una linea nerissima
all'attaccatura delle ciglia. Ripassa pi volte la palpebra
superiore, per rendere pi spessa la linea. Poi ne disegna
una pi sottile nella parte inferiore.
  Con il mascara mi allunga le ciglia. - Guarda in alto, -
dice afferrandomi in vita per avvicinarsi.
  Passa il pennello tre o quattro volte. E quando ha finito,
con un minuscolo stick le separa pazientemente, ciuffo
per ciuffo.
Si ferma e beve ancora. La bottiglia ormai  vuota.
  Mi guardo allo specchio, la parte superiore del viso 
truccata alla perfezione, la bocca e le guance invece sono
ancora di cera.
  Gli occhi sono due fari concentrici che in un primo momento
non riconosco. D'istinto muovo una mano, solo per
avere la conferma speculare di essere davvero io.
  Una pulsazione sorda all'altezza del cuore mi spinge a
contrarre le spalle. Di nuovo reprimo l'istinto di alzarmi
e scappare. Un'energia radiante di tipo diverso mi incolla
alla sedia. La sento, ma non so collocarla con esattezza in
un punto preciso del corpo.
  Guardo l'uomo, che mi osserva.  preso da quello che vede,
trattiene il desiderio per il piacere di sentirlo crescere. Mi
 sempre pi chiaro che sto esercitando un potere su di lui, e
questo mi terrorizza come se fossi in bilico su una voragine.
  Nello stesso momento identifico la fonte dell'energia
che prima avvertivo confusa.  il plesso solare, un secondo
cuore, che romba pi basso e pi forte del primo.
  L'uomo si allontana e torna con una nuova bottiglia
di vino.
- Continuiamo? - mi chiede.
  Ha gli occhi appannati, le mani gli tremano appena, lo
sento perch mentre manda gi il bicchiere mi accarezza
la coscia risalendo verso l'inguine. Si muove fino ad arrivare
al mio sesso, lo sfiora con il pollice.
  Questa volta dargli un ordine mi viene spontaneo. - Smettila, -
gli dico. - Finisci quello che devi fare.
  Lui mi sorride di nuovo, compiacente, e sfila la mano
da sotto il kimono.
  Sceglie il blush con cura, ci mette del tempo. Un rosa
carico. Lo sfuma sulle guance con un pennello che poi fa
scivolare su tutta la lunghezza degli zigomi e ripassa con
le dita.
  Lascia la bocca per ultima. Mi ammorbidisce le labbra
con una crema, poi passa una matita rossa sul contorno.
Con la stessa matita le riempie di colore. Infine sceglie un
rossetto. Lo apre e lo accosta alle labbra per verificare la
sfumatura sotto la luce. Non  soddisfatto. Ne prova un
altro, ma non trova quello che vuole.
  - Avrei preferito quello che avevi addosso prima, - mi
dice.
-  in borsa.
- Prendilo.
  Glielo porto. Quando torno mi accoglie con un sorriso
alcolico. Mi afferra alla vita mentre  ancora seduto sullo
sgabello, e affonda il viso all'altezza del mio stomaco.
Allarga le falde del kimono, mugola, sta facendo uno sforzo,
sento le sue labbra, la lingua che si infila nel mio ombelico
e lo fruga, ma si trattiene, mi lascia andare, e mi fa sedere
di nuovo. - Non roviniamo tutto, manca poco, - dice.
Richiudo con calma il kimono che si era allentato, lo faccio
guardandolo dall'alto, scandendo i movimenti, senza
mai smettere di fissarlo. Ho il controllo della situazione.
  Lui mi afferra il braccio e mi fa sedere. Poi prende il
rossetto e lo ruota perch esca dallo stick. Lo solleva come
gli altri, per osservarlo in piena luce. - Perfetto.  questo.
  Me lo passa con cura sul labbro superiore, poi su quello
inferiore. Nel riflesso dello specchio il volume delle mie
labbra si gonfia di colore come se fossi pronta a mordere
ed aggredire.
  L'uomo si alza barcollando e si mette alle mie spalle,
in piedi. Il suo viso sparisce assorbito dal buio. Vedo le
mani togliere le mollette ed infilarmi due volte le dita fra i
capelli per ravviarli. Poi le ritrae, e nello specchio rimango
solo io, inquadrata nel cerchio di luce delle lampadine.
  Sento che l'uomo mi massaggia il collo con lentezza. Si
abbassa per mordermi un orecchio, e di nuovo mi fa scivolare
il kimono dalle spalle, lasciandomi nuda dalla vita in su.
Non posso fare a meno di pensare a Lepore, perch tutto
in lui me lo ricorda. Trattengo una reazione di disgusto.
  Non  solo il sesso che mi spaventa, il sesso  la cosa che
conta meno, quella che metabolizzer pi velocemente. A
devastarmi  l'idea di essere usata nel modo pi schifoso,
una pedina nelle mani di un uomo cos egocentrico da non
riconoscere valore a nessuno, per una maledetta statuina,
la punta di una faida che si trascina da decenni, e in cui
non c'entro nulla.
  Il passato si riavvolge fino al momento in cui Lepore mi
ha minacciata di farmi perdere il lavoro, e pi lontano,
attraverso ogni occasione di tristezza o avvilimento provata
in questi mesi. Mi era sembrata un'occasione di libert,
e si  trasformata in una replica della stessa prigione da
cui vengo, in cui faccio cose che odio, e sono obbligata a
comportarmi come la persona che non sono.
E poi mi colpisce un'evidenza: ho davvero bisogno di
arrivare a questo? Se ho potuto resistere in questi mesi
di delirio, e sono riuscita a cavarmela, a studiare, a riprendere
il passo della mia vita, mi serve davvero spingermi
fino a un punto cos estremo?
Il pensiero mi restituisce lucidit.
  Quando abbiamo parlato dell'efebo, nell'altra stanza,
l'uomo non ha mai detto di non volerlo restituire. Ha detto
solo di non aver ancora preso una decisione. Mi ha addirittura
chiesto un parere.
  Sono una maledetta idiota, ero cos attenta a cercare
di capire se fosse quello l'oggetto che si contendevano,
da non rendermi conto che magari esiste un modo diverso
per portarlo via.
  Lui  sempre dietro le mie spalle, in piedi. Si piega in
avanti, mi afferra i seni, li strizza senza grazia, scambia il
mio mugolio di dolore per una cosa che ha a che fare con
il piacere.
Poi si ferma all'improvviso.
  - Una foto. Ne voglio una tua sul muro, accanto alle
altre.
  Per un secondo mi spavento, penso che sappia che intenzioni
ho, poi capisco che non allude a quello. Per non
sono tranquilla.  gi abbastanza penoso per me che Lepore
conservi le immagini che mi ha chiesto di scattare,
ma dal momento in cui ho accettato quella  diventata una
conseguenza inevitabile. L'ultima cosa al mondo che voglio
 che restino altre tracce di me, stanotte, in questa casa.
  Lui si allontana per prendere il cellulare. Torna. Sto per
dirgli che preferisco di no.
- Hai paura? - mi chiede.
  - Di questi tempi non sai mai dove pu finire una foto
digitale.
  - Se fossi riconoscibile, sarei d'accordo con te. Ma gurdati.
Potresti essere chiunque. Sei completamente diversa
da come sei entrata.
  Ha ragione. Somiglio alle donne nelle foto attaccate intorno
allo specchio. Non c' pi differenza fra me e loro.
Indossiamo la stessa maschera aggressiva, siamo ugualmente
minacciose. Creature ferine pronte per la guerra. Facce
da medusa che fissano il nemico negli occhi. No, nemmeno
mia madre mi riconoscerebbe.
  Scatta una decina di foto. Fatica a tenersi in piedi, le
immagini vengono sfocate o mosse. Deve rifarle e non 
soddisfatto del risultato. Si siede sullo sgabello.
  - Fa' tu, - mi dice. - Hai bevuto meno, la tua mano 
pi ferma della mia.
  Mi guarda con adorazione, tutte e due le mani sulle mie
cosce. Le stringe e le accarezza.
  Faccio quello che mi chiede. Allungo e sposto il braccio
verso l'alto, fisso l'obiettivo del cellulare e mi scatto una
foto, poi la vediamo insieme.
  Il braccio teso al massimo dell'estensione per dare spazio
all'inquadratura mi attribuisce un aspetto marziale. Un
arciere che tende la corda prima di scoccare. I miei occhi
sono senza sfumature, senza esitazioni. Sembro una donna
consapevole di quello che fa.
- Mi piace, - dice lui, ammirato. - Sei tu.
Sono io? Davvero?
Osservo ancora la foto. Qualcosa riprende ad agitarsi.
Sono di nuovo sul ciglio del precipizio, sento la lusinga che
viene da un potere enorme di cui non so nulla, a parte il
fatto di essere stata educata a diffidarne.
  Lui mi fa alzare dalla sedia. Finisce di sfilarmi la vestaglia,
che precipita lungo i fianchi e si raccoglie intorno ai
miei piedi, lasciandomi nuda.
Ora devo scegliere. Subire l'incendio oppure aggredirlo.
L'uomo mi afferra per i fianchi e fa per buttarmi sul letto.
- No, - dico piantandogli una mano sul petto.
  Il mio rifiuto lo sorprende. Il mio rifiuto sorprende soprattutto
me.
- Lascia che la porti via, - gli dico senza esitazioni.
Mi guarda. Non ha il pi vago indizio.
- Ma di cosa parli?
  - La statua, l'efebo. Qualunque cosa sia, hai detto che
per te sarebbe una liberazione. E poi non ha valore, no?
Lui si siede sul letto e mi fissa.
- Ma come ti viene in mente una cosa del genere?
  Si alza in piedi,  agitato. Non riesce a capire, ma vedo
che sta pensando a qualcosa.
  Poi cade a peso morto sul letto, seduto, e si appoggia
le mani dietro il collo. Si piega in avanti e scuote la testa
ritmicamente, incredulo.
Mi guarda di nuovo.
- Ti ha mandata lui, vero?
  Se voglio continuare la commedia con la speranza che
mi creda, questa  l'ultima occasione che ho per negare.
Non ci provo nemmeno.  come se tutto il bisogno e tutta
la paura che credevo di avere stessero subendo una metamorfosi
accelerata. Vado fino in fondo.
  Tiro su la vestaglia dal pavimento e me la infilo, poi mi
siedo accanto a lui. Sono molto calma.
  - Se stai parlando di Ludovico Lepore, s, mi ha mandata
lui.
  L'uomo spalanca le braccia, esasperato. C' qualcosa
nei suoi occhi che va oltre l'incredulit, una sorta di sulfurea
allegria.
  - Non posso crederci, - dice. - Avrebbe potuto almeno
pagare una vera puttana! Tu non lo sei.
Scuoto la testa.
- Cosa, allora? Una ladra?
  - Come ladra sarei anche peggio. E se lo fossi non avrei
fatto richieste. Stai bevendo molto. Potevo aspettare che
ti ubriacassi per poi prendere la statua senza dirti niente.
- E allora cosa ti ha chiesto di fare?
  Non gli rispondo. Mi pare che a questo punto non abbia
pi alcuna importanza. Lo pensa anche lui, perch
non insiste.
  Si strofina gli occhi con i palmi delle mani, cerca di recuperare
lucidit.
  - Quanto deve essere disperato per ricorrere a un mezzo
del genere? - mi chiede, e quando rialza la testa ha gli
occhi umidi. -  una cosa patetica.
Molto, penso io. Molto disperato. Molto patetica.
E perch ho avuto tanta paura di un uomo talmente disperato
da fare una cosa cos patetica?
Mi alzo. Rimango in piedi davanti a lui.
  - Dallo a me, - gli ripeto. - Non so cosa significhi per
voi, ma sono sicura che per te  un peso. L'hai detto anche
tu, ti lega al passato e non ti rende felice. Lasciamelo
portare fuori di qui.
  Pronuncio le parole senza esitazioni perch sono del
tutto indifferente al risultato. Non mi importa che me la
consegni oppure no. Sono arrivata fino a qui, vado avanti
comunque.
...
13.

  Quando apro il portone ed esco in strada sono passate
da poco le dieci, e l'aria fresca mi rianima. Mi guardo intorno,
una cosa che non avevo fatto arrivando qui, troppo
presa dall'agitazione. Sono in una strada chiusa che risalgo
in fretta verso l'uscita. Finisco in un viale fiancheggiato
da portici.
Deve essere via Umberto I, perch a destra intravedo
le statue di Prato della Valle che bucano la leggera foschia
della sera.
  Nella piazza c' poca gente. L'unico mezzo che si muove
lungo l'emiciclo  un autobus arancione che svolta verso
la basilica del Santo e scompare.
  Mi avvio in direzione del Ghetto camminando sotto i
portici. C' un bar a poche decine di metri che sta chiudendo,
la saracinesca gi abbassata per un terzo. Fuori ci sono
quattro tavolini, e una ragazza molto giovane che passa uno
straccio. C' anche un uomo seduto che guarda verso di me.
  Quanto ci metto a capire che  Lepore? Una frazione
di secondo, credo. Non mi stupisco. Se fossi rimasta dentro
tutta la notte, scommetto che avrebbe aspettato fino
all'alba.
  La statuina dell'efebo  sotto il mio braccio, avvolta in
un giornale.
  Mentre lo preparavo, nell'appartamento, l'uomo mi
guardava. Era ancora seduto sul letto, e seguiva i miei
movimenti attraverso la porta aperta. Sembrava svuotato
e incredulo.
  Ho aperto la vetrina e ho tirato fuori l'efebo con delicatezza,
poi l'ho appoggiato sul tavolo sotto la finestra.
Mi sono mossa molto lentamente, l'uomo avrebbe potuto
fermarmi in ogni momento ma non l'ha fatto.
  Per un attimo ho osservato l'efebo alla luce della luna,
il satellite argentato cui questa creatura siderale sembra
appartenere. Era alta e piena al centro del cielo notturno.
  Ho preso alcuni vecchi giornali buttati sul divano, ho
staccato qualche foglio e l'ho fasciato con cura. Mi fissava
mentre lo avvolgevo come se stessimo compiendo un
rito sacro di separazione. Avevo ancora addosso il kimono
che mi faceva somigliare a una sacerdotessa. Lui spariva
a poco a poco nel suo sudario di carta.
  La testa  rimasta fuori per ultima.  stato difficile sostenerne
lo sguardo. Poi l'ho coperta e a quel punto l'incanto
si  spento.
  Mi sono rivestita. Per tutto il tempo l'uomo ha continuato
a fissare l'efebo. Sono tornata al tavolo e l'ho sollevato.
Non era pesante. Ho pensato che fosse il suo modo
per dire che aveva voglia di uscire da l.
  - Possiamo andare via? - ho chiesto. Volevo essere esplicita,
desideravo che capisse bene che stavo parlando per
tutti e due, per l'efebo e per me.
Lui ha fatto cenno di s.
  Metto la statua sul tavolo tra me e Lepore, e mi siedo
di fronte a lui.
  Mi ascolto per verificare se c' ancora traccia del timore
che ho avuto di quest'uomo. Non ne trovo.
  Ce ne stiamo in silenzio finch la ragazzina del bar non
arriva a chiedermi se voglio qualcosa, ma in fretta, gentilmente,
perch sono in chiusura. Declino con un gesto
della mano. Per ora ho bisogno solo di questo. Restare
accanto a lui ascoltando gli ultimi residui d'ansia che si
dissolvono.
  Lepore  impenetrabile. Non so se  una mia sensazione,
ma la sua struttura fisica sembra aver perso ancora consistenza.
 come se fosse sul punto di liquefarsi.
  Allunga la mano verso la statua e strappa lo strato superiore
di carta. Lo sguardo dell'efebo riemerge dal buio,
e mi pare che Lepore si emozioni.
- Non pensavo che la tenesse qui, - sussurra.
  Impossibile dire cosa gli passi per la testa. Forse per un
momento la tensione fa una minuscola breccia, ma viene
riassorbita dal vuoto e lui rientra nel ruolo.
La sua voce torna ad essere quella che conosco. Tagliente.
Spigolosa. - L'ha rubata?  stata brava a riconoscerla, per
non  questo che le avevo detto di fare. E se finisce con
una denuncia non ho intenzione di proteggerla.
Scuoto la testa. - Ho avuto il permesso di portarla via.
  Mi guarda come se avessi bestemmiato. Non contempla
nemmeno l'ipotesi, esclude che me la sia cavata senza
danni, semplicemente dichiarando cosa ero venuta a fare
e perch. Quindi non si spiega per quale ragione io sia cos
calma o per quale motivo l'efebo sia qui.
  Sorrido. - In un certo senso credo di doverla ringraziare.
Stanotte ho imparato qualcosa.
  Lui si rilassa. -  la sua strategia d'uscita? Cercare di
convincersi che  stata una sorta di illuminazione?
  - Non so se la definirei cos. Per  stato diverso da
quello che mi aspettavo. Ma anche da quello che si aspettava
lei, suppongo.
  - Insomma cerca di svincolarsi con un giochino
dialettico.
  Infilo una mano in tasca e prendo il telefono che mi
aveva consegnato ieri per scattare le foto. Compongo un
numero sulla tastiera ma non premo il tasto di chiamata.
Gli porgo il telefono.
  - Vuole parlare con mia madre?  il suo numero, basta
che schiacci il tasto verde. Parli con lei. Le dica tutto.
Sono il datore di lavoro di sua figlia. Voglio che sappia che
Rosita  disposta a conciarsi come una puttana, e a ricattare
uomini per ricavarne un profitto. Glielo dica, anche
se non  vero, a me non importa.
  Lepore prende il telefono in mano, lo tiene per qualche
secondo e soppesa la mia determinazione. Poi cancella il
numero e mette l'apparecchio in stand by.
  - Il fatto che sia capace di un piccolo gesto di sfida nei
confronti di sua madre non cambia quel che  successo
stanotte.
Una domanda stimolante, mi dico.
  - E cosa  successo stanotte? - Non  retorica. Per me
 essenziale capirlo davvero.
  - Non mi interessano i dettagli. Mi basta che lo sappiamo
io e lei. E non mi pare che ci siano grandi varianti
interpretative.
  - S, lei dice sempre cos, ma io non sono d'accordo.
C' il suo modo di vedere le cose, e c' il mio. Lei vuole
dimostrare che avere accettato la sua proposta fa di me una
nullit. Le dico invece quello che penso io: ho fatto una cosa
di cui non mi credevo capace.
  Lui sorride di nuovo, fa un cenno come per dire che sono
sciocchezze senza peso.
  -  lei che ha bisogno di etichettare,  una sua decisione.
Invece per me  diverso, - continuo. - Sono uscita viva
da qualcosa che credevo potesse uccidermi, e sono rimasta
lucida abbastanza per trovare un'alternativa. Questo mi fa
venire qualche sospetto, capisce? Non mi sarei mai spinta
cos oltre di mia iniziativa. Magari quello che credevo
fosse il mio limite estremo era solo una particolare forma
di forza. L'avrei scoperto se stasera non fossi venuta qui?
Non lo so. Non credo.
  Lepore ride apertamente. - Insomma, le ho spalancato
nuove opportunit professionali. Ha scoperto di avere
ambizioni di carriera nel settore -. Poi la sua faccia torna
seria. - Dica quello che vuole, ma non pu assolversi con
un sofismo.
  - Assolvermi non  importante. Assolvermi  una faccenda
che riguarda lei. S,  proprio questo, - mi piego
in avanti verso di lui, perch ora che lo dico ad alta voce
sento che il concetto mi corrisponde intimamente. - Non
ho bisogno di convincerla di niente. Posso convivere con
la pessima opinione che ha di me, perch  un problema
suo -. Sorrido, e mi appoggio allo schienale. - Ho pensato
a molte cose l dentro. E non credo che mi serva pi il
suo aiuto.
Mi fissa. - Non dica idiozie.
  Restiamo zitti per una decina di secondi. Lui testa di
nuovo la mia determinazione, con la certezza che ceder.
  - Non voglio rifiutare un'offerta decente se  in grado
di procurarmela. In fondo ha riavuto indietro l'oggetto
che voleva. Ma se pensava di farlo come forma di compiacenza
nei miei riguardi, pu tenersela. Io me lo merito
perch lavoro bene. E se non  d'accordo, faccio a meno
del suo aiuto e mi arrangio da sola.
Ha un'espressione infastidita, per non  preoccupato.
  Sente che si tratta di aggiustare il tiro. Guarda verso l'alto,
fissando le arcate del portico. Poi, come se avesse catturato
in volo l'argomentazione giusta, riporta lo sguardo
su di me.
  - Ha mai pensato a quello che suo padre avrebbe voluto
che facesse con i soldi che le ha lasciato?
Mi allarmo. Cosa c'entra questo?
  - Perch crede che non desiderasse le stesse cose che
vuole sua madre? - continua. - O che avrebbe appoggiato
il desiderio di studiare? Gliel'ha mai sentito dire? Magari
anche lui voleva solo che restasse a casa.
  Una domanda che non mi sono mai posta. Ho un vago
ricordo di mio padre, che connetto all'idea di sostegno, di
aiuto. E di gioco, s. Allegria.
  Vengo attratta dall'orbita del suo ragionamento. Ma
prima di aprire bocca visualizzo il labirinto mentale in cui
passa le giornate. Lo vedo osservare un topo che finisce in
un vicolo cieco, torna indietro, riprende ad aggirarsi alla
ricerca di un'uscita.  l dentro che vuole infilzarmi,
sono una farfalla da collezione, perch giocare al demiurgo
 l'unica cosa che gli d ancora l'illusione del controllo e
lo tiene distante dal panico, mentre il cammino che gli rimane
si accorcia, e l'orizzonte si avvicina.
  Tutta la vitalit che gli resta in questo momento si focalizza
negli occhi che sono accesi, febbrili. Il corpo  rattrappito
sulla sedia. Stringe l'accendino con tanta forza
che le nocche diventano bianche.
  Ha finito le munizioni. Se anche questa non funziona,
ha perso, muore ora.
  Per un attimo mi disarma l'idea della disperazione che
nasconde con tanta ferocia. Lo vedo per quello che , un
vecchio avvelenato dal cinismo che non sa come uscirne.
Nemmeno la presenza dell'efebo, qualunque cosa significhi
per lui, l'ha riportato nei pressi di un confine di minima umanit.
Sembra addirittura aver dimenticato che  qui fra noi.
  Lepore rileva la mia titubanza, la scambia per debolezza,
crede di avermi agganciata e attende che cominci a oscillare.
Allora ripenso a quello che ho fatto stanotte, alla determinazione
che ho dovuto estirparmi dal fondo del ventre
per uscire da qui.
  - Lei e mia madre siete uguali, - gli dico sorridendo,
- mai, mai un dubbio -. Mi sporgo ancora in avanti. - E
tutte queste certezze vi hanno reso felici?
  Vorrei aggiungere qualcosa, ma l'istinto di farlo mi muore
sulle labbra. Non c' altro da dire. Il momento in cui
cominci a capire chi sei  lo stesso in cui diventa superfluo
spiegarlo a chiunque.
  Afferro l'efebo, glielo metto davanti agli occhi. - 
lei che ha bisogno di una stampella. Bene, adesso ce l'ha.
  Faccio per alzarmi e andarmene, ma quando mi giro,
a qualche metro di distanza, vedo l'uomo che ho lasciato
una decina di minuti fa nell'appartamento.
  Si accorge che lo sto guardando, si riscuote, e si avvicina
al nostro tavolo a passo lento.
  Lo vede anche Lepore, che allunga la mano e afferra saldamente
l'efebo, stringendo gli occhi in una fessura cattiva.
  L'altro invece sembra sovrappensiero. Cammina con le
mani lungo i fianchi, nella destra ha un mazzo di chiavi.
Ci raggiunge, e resta l in piedi accanto a noi.
  Osserva Lepore che tiene stretta la figurina di bronzo
come se volesse proteggerla.
  - Immaginavo che fossi qui. E non la voglio indietro, -
dice indicandola, - se  di questo che hai paura.
Lepore allenta la presa.
  - Avevi bisogno di mettere in scena questa pantomima?
Avresti potuto chiederla, te l'avrei data.
  -  quello che ho fatto, te l'ho chiesta. Tre volte. Non
mi hai mai risposto.
  L'altro si tira su la piega dei pantaloni e si siede. II gesto
mi intenerisce, l'ho visto fare solo a uomini anziani.
- Magari volevo che venissi a chiedermelo di persona.
Lepore  incredulo. - Ti aspettavi che supplicassi?
- Volevo parlarne con te, credo.
  - Quale tipo di penosa allusione senile stai facendo,
Guido?
  L'uomo si rigira le chiavi fra le mani. Ha un'espressione
che dice che  stanco, e che tutto gli pare futile.
  - Mi sei mancato, - dice. Ma gli esce male, con un suono
strozzato, come un motore ingolfato da anni.
  Poi allunga un braccio verso Lepore, che si ritrae bruscamente,
trascinando l'efebo con s. Il gesto  violento, la
statuina sbatte contro il tavolino e fa un rumore metallico.
  L'altro resta con la mano sospesa, indeciso se ritirarla,
poi conclude la parabola fino a sfiorare Lepore. Non  una
presa, solo un contatto delicato.
- Basta, - dice.
  Ma Lepore  una furia. Non vuole negoziare a nessun
costo, ha pochissima energia e vuole usare quella che gli
rimane per pareggiare i conti.
  L'uomo davanti a lui non cede, se ne sta l, rigido, a far
fronte alla rabbia. Resiste. - Basta, - dice ancora.
  Lepore cerca di divincolarsi, o almeno cos mi pare. Ma
non sarebbe difficile scivolare via se davvero volesse.  diviso.
Ha paura di sembrare debole se scappa, soprattutto
di fronte a me. Vuole allontanarsi senza apparire sconfitto.
  L'altro non si muove, non fiata. Vede crescere l'onda di
risentimento che sommerge Lepore, e ne rispetta il ritmo.
  Poi, spontanea come l'ultimo respiro di una creatura che
conclude il suo ciclo vitale, la resistenza cessa e Lepore si
arrende. Alla consapevolezza della malattia e della morte.
Alla necessit irrazionale di cercare conforto in quella
statuina di metallo che ha ancora stretta al petto. Alla vicinanza
dell'uomo accanto a lui.
  L'uomo - quello di cui ora conosco il nome, Guido -
guarda verso di me. Non serve aggiungere altro. Io qui
non c'entro pi nulla.
Mi alzo e mi allontano a passi lenti.
  Appena prima che cominci il tratto finale che sbuca in
Prato della Valle, la strada fa una curva. Se supero quest'angolo
scompariranno dalla mia vista.
Allora mi giro un attimo a guardarli prima di andare.
  Non si sono mossi. Sono l, seduti al tavolo, le teste
chine in avanti e la fronte dell'uno che quasi sfiora quella
dell'altro, come se avessero bisogno di parlarsi da vicino
per farsi raggiungere dal suono della voce.
  Discutono senza sosta, una specie di confessione simultanea
e reciproca, un buco enorme di tempo e spazio da
riempire.
Ogni tanto alzano il tono.
  Sono troppo distante per sentirli, ma lo capisco perch
hanno degli scatti repentini e si mettono a gesticolare. Poi
per con lentezza tornano ad avvicinare le teste, che quasi
si toccano, e quel confronto sembra solo una scusa per respirare
di nuovo all'unisono.
L'efebo si  fatto da parte, isolato in un angolo del tavolo.
Assiste impassibile alla discussione, com' nella sua natura.
  A un certo punto si alzano bruscamente. Prima Lepore,
poi l'altro. Sono sempre animati, e si agitano, ma perfino
a questa distanza mi rendo conto che hanno comunque
bisogno di stare vicini, anche se l'unico varco che riescono
a percorrere insieme per il momento  un cunicolo di
recriminazione e rabbia.
  Si allontanano verso il centro, nella direzione opposta
alla mia.  Guido che insegue Ludovico, e Ludovico che
si gira per accertarsi di essere inseguito. L'efebo resta sul
tavolo. Nella foga si dimenticano di lui.
  Sorrido e aspetto, convinta che uno dei due se ne accorga
e torni indietro, ma non lo fanno. L'efebo rimane
solo, sembra che sia stato fuso e forgiato su quel tavolo.
Rifletto se andare a prenderlo, rinuncio subito.
  Forse il suo lavoro  finito. Forse questi due uomini non
hanno pi bisogno di un dio che li nasconda e li protegga.
...
Ringraziamenti.

  Questa storia  nata a Rovigo, in piazza Garibaldi, tra le mura della
scuola di scrittura Palomar. Mattia Signorini l'ha aiutata a nascere
e l'ha fatta respirare, Giulia Belloni  intervenuta pi avanti spingendomi
a ripensarla e a sciogliere il finale. Federica Priola, Riccardo
Fornasiero e Christian Spinello hanno contribuito a svilupparla con
molte ore di ascolto amorevole ed alcol in proporzione.
  Per i chiarimenti tecnici sulle attivit legali devo ringraziare Carola
Regolo, Lorenzo Zanella e Alessandro Tozzi; per avermi raccontato i
protocolli delle segreterie il mio grazie va a Mercedes Garollo. Per il
curriculum degli studi di Medicina la fonte  stata Iacopo Fornasiero,
per la Biologia Marco Tarantino e Lucio Sandon. Infine, per la consulenza
sulle infinite forme dell'amore, sono grata a Michele Visentin.
  Molto  il sostegno che mi  arrivato in modo pi impalpabile. In
particolare i consigli e i meriti di Laura Liberale sono innumerevoli.
  Un passo indietro, nell'ombra, c' stata la mia famiglia, che  fatta
di persone silenziose e presenti: ho sempre avvertito il vostro supporto.
  All'inizio e alla fine di tutto c' mio marito Roberto: ero forte abbastanza per restare in piedi anche da sola, ma la felicit  un'altra cosa.
...
.
...
FINE.